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1700° Anniversario del Concilio di Nicea

di Giandomenico Piepoli

Primo Concilio di Nicea e la controversia ariana

Il primo Concilio ecumenico di Nicea (l’attuale Iznik in Turchia) rappresenta uno dei momenti più significativi nella storia del cristianesimo. Per tutti i cristiani costituisce un evento in cui identificarsi e trovare unità. Il Concilio fu convocato dall’imperatore Costantino nel 325 con l’intento di preservare l’unità e porre fine alle tensioni che la controversia ariana aveva generato. Nel decennio successivo all’incoronazione dell’imperatore, nell’Oriente cristiano scoppiò una disputa su una dottrina di tale importanza da dividere il mondo cristiano per varie generazioni. La divisione non coinvolse solo capi e fedeli; Eusebio scrisse che *«i dogmi della religione»* erano diventati *«oggetto di scherno addirittura nei teatri degli infedeli»*.

Il problema teologico: l’unità di Dio e la divinità di Cristo

Il nodo centrale era il seguente: l’affermazione fondamentale del cristianesimo è che Dio è uno. I primi cristiani, provenienti in gran parte dal giudaismo, recitavano ogni giorno lo Shemà: *«Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno»*. San Paolo aveva scritto: *«Per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene»* (1Cor 8,6), e anche che Cristo è *«costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità»* (Rm 1,3). Giovanni apre il suo Vangelo con parole decisive: *«In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio»*. Già all’inizio del II secolo gli osservatori esterni notavano che i cristiani cantavano inni a Cristo *«come a un dio»*. Ma cosa significava chiamare Cristo “Dio”? Era Dio nello stesso senso del Creatore, oppure un essere divino inferiore?

L’origine della controversia ariana

Nel IV secolo il rapporto tra Cristo e Dio Padre aveva tormentato generazioni di pensatori, come Origene ad Alessandria e Tertulliano a Cartagine. Ma la questione divenne urgente con le omelie di un sacerdote di Alessandria, Ario, originario della Libia. Sebbene ciò che sappiamo di lui provenga in gran parte dai suoi avversari, Ario è descritto come uomo colto, austero ed eloquente. Egli insegnava che Dio era assolutamente unico e trascendente, totalmente diverso da ogni altro essere, inconoscibile e impensabile per gli uomini. Questa forte insistenza sulla trascendenza divina lo portò ad affermare che Cristo, il Figlio di Dio, fosse subordinato al Padre, non pienamente divino, e non eterno come Lui.

Celebre la frase attribuita ad Ario: «ci fu un tempo in cui non c’era». Se Cristo aveva avuto un inizio, sosteneva Ario, allora era corretto chiamarlo “creatura”: un essere creato, sebbene superiore agli angeli, ma comunque non Dio come il Padre. Ario voleva preservare la verità che Dio è uno, pur trovando un modo per venerare Cristo. Se fosse rimasto un presbitero isolato con idee discutibili, la questione si sarebbe forse risolta con la condanna del vescovo Alessandro, che nel 318 convocò un sinodo contro di lui. Ma molti vescovi orientali si mostrarono in sintonia con il suo pensiero.

All’interno della Chiesa esistevano infatti sensibilità e scuole teologiche differenti riguardo al rapporto tra Cristo e il Padre; la controversia esprimeva la difficoltà di definire e comprendere il mistero secondo cui in Gesù di Nazareth Dio si era fatto uomo. Dopo la condanna di Ario, i vescovi si divisero tra difensori e oppositori, inaugurando una fase storica in cui i principali pastori della Chiesa furono profondamente discordi su questioni dottrinali centrali.

L’intervento imperiale e la convocazione del Concilio

I concili ecclesiastici discutevano pubblicamente profonde questioni teologiche per trovare un linguaggio comune nelle professioni di fede. La tempesta teologica infuriava mentre Costantino era impegnato in guerra contro Licinio, che sconfisse insieme al figlio Crispo, ricostituendo un unico Impero romano. Venuto a conoscenza della disputa di Alessandria, Costantino inviò una delegazione guidata dal vescovo Osio di Cordova con una lettera che chiedeva di ricomporre la pace. La sua preoccupazione era politica: l’unità dell’Impero. Impaziente, decise quindi di intervenire personalmente proponendo un grande concilio dei vescovi, un gesto politico senza precedenti, con cui gli affari interni della Chiesa divennero questione dello Stato.

I vescovi avevano in programma di riunirsi ad Ancira, ma l’imperatore ordinò di spostare il concilio a Nicea, città più accessibile e vicina alla corte. La convocazione, decisa autonomamente da Costantino senza coinvolgere il vescovo di Roma Silvestro, mostrava quanto l’imperatore intendesse utilizzare procedure simili a quelle del senato romano. I vescovi potevano usufruire delle poste imperiali per organizzare e finanziare il viaggio, cosa altrimenti impossibile per molti.

La maggior parte dei vescovi proveniva dall’Oriente greco, ma alcuni giunsero da Occidente, come dalla Gallia e dalla Calabria; altri dalla Siria, dall’Armenia e persino dalla Persia. La presenza di vescovi da tutto il mondo cristiano fece di Nicea il primo Concilio “ecumenico”. Le sedute si svolsero nel palazzo imperiale, non in una chiesa. Probabilmente iniziarono il 19 giugno.

Lo svolgimento del Concilio di Nicea

Secondo la tradizione vi presero parte 318 vescovi — numero simbolico che richiama Genesi 14,14 — anche se il totale reale superava di poco duecento. Molti partecipanti erano sopravvissuti alle persecuzioni di pochi decenni prima e portavano sul corpo i segni della sofferenza. I vescovi viaggiarono a spese dell’imperatore e ricevettero un trattamento sontuoso. La loro posizione stava divenendo sempre più influente anche nella sfera politica.

I lavori durarono cinque settimane, fino al 25 luglio, con al centro il dibattito sul rapporto tra Cristo e il Padre; intervenne anche Ario. I vescovi speravano di risolvere la controversia usando esclusivamente il linguaggio biblico, ma scoprirono che le formule delle Scritture potevano essere interpretate in modi opposti. Fu necessario introdurre termini non contenuti nella Bibbia, come ousía (“sostanza”) e homooúsios (“consustanziale”), per salvaguardare la fede tradizionale in Cristo come vero Dio.

Il contributo di Atanasio e il simbolo niceno

Sotto la guida della forte personalità di Atanasio, che divenne vescovo di Alessandria nel 328 a soli ventinove anni, i Padri giunsero a una professione di fede che riprendeva la sostanza di formule battesimali precedenti, probabilmente quella di Cesarea o di Gerusalemme. Il punto centrale era l’uso del termine homooúsios: il Figlio è consustanziale al Padre, eterno come Lui, non creato. Cristo è unigenito, non fatto, presente in Dio da sempre. Il simbolo si conclude con un breve riferimento allo Spirito Santo e con la condanna dell’arianesimo.

La maggior parte dei vescovi approvò la formula, mentre diciassette si schierarono con Ario. Alcuni giudicarono il Credo una pericolosa innovazione, priva del sostegno della tradizione. Ario ebbe la possibilità di firmare o andare in esilio: scelse l’esilio. Nonostante le tensioni successive, il simbolo niceno acquisì grande prestigio e venne inserito stabilmente nella liturgia eucaristica nel V secolo, nella forma niceno-costantinopolitana.

Il significato del Credo niceno

La dichiarazione di fede del Concilio di Nicea rappresenta una tappa fondamentale nella storia del cristianesimo. È il primo Credo redatto come professione comunitaria che inizia con la parola stessa “Credo”, e non come formula personale di un singolo vescovo. Era una dichiarazione ufficiale adottata dai vescovi del mondo cristiano: la dimensione cattolica, universale, della Chiesa assumeva così forma istituzionale. È in questo contesto che Eusebio e Atanasio cominciarono a usare il termine “ecumenico” per indicare un concilio che possedeva autorità su tutte le Chiese.

La questione della data della Pasqua

Oltre alla confessione cristologica, il Concilio discusse anche della data della Pasqua, cercando un accordo universale per celebrare insieme la “festa di tutte le feste”. Era una tappa importante nel processo di distinzione del cristianesimo dal giudaismo. Nessuna soluzione ha ancora oggi ottenuto consenso unanime, come ricorda la Commissione Teologica Internazionale.

Il Concilio si trovò davanti a tre tradizioni: i cicli di Roma e Alessandria, indipendenti dal calendario ebraico ma diversi tra loro, e la prassi antiochena, legata alla celebrazione ebraica. La questione riguardava il ruolo della legge ebraica nelle comunità cristiane, specie laddove cristiani ed ebrei vivevano a stretto contatto. Il IV secolo vide ancora cristiani frequentare sinagoghe e partecipare a riti ebraici.

La decisione più significativa fu stabilire che la Pasqua non dovesse più seguire il computo ebraico del 14 Nisan. La festa cristiana sarebbe stata celebrata la prima domenica dopo la luna piena successiva all’equinozio di primavera. Roma e Alessandria mantennero sistemi di calcolo differenti, ma con l’obbligo di trovare un accordo in caso di discrepanze. Il decreto non fu approvato dai Padri, ma l’imperatore Costantino spiegò la decisione in una lettera inviata a tutte le Chiese, così come fecero i Padri stessi.

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