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175 anni dal miracolo della Madonna della Misericordia a Rimini

di Pierino Montini

2024: 200 anni di presenza dei Missionari del Preziosissimo Sangue a Rimini
2025: 175 anni dal miracolo della Madonna della Misericordia a Rimini
Dall’INVISIBILE il DONO di uno SGUARDO d’AMORE visibile anche per TE

Quest’anno ricorrono 200 anni dalla presenza dei nostri Missionari del Preziosissimo Sangue a Rimini. Era il 1825: la chiesa di Santa Chiara a Rimini, ora santuario della Madonna della Misericordia, fu affidata da papa Leone XII ai figli di san Gaspare. Erano trascorsi appena 15 anni da quando san Gaspare aveva fondato la Congregazione dei Missionari. Nel 2025 ricorreranno 175 anni del prodigio dell’immagine di Maria Santissima della Misericordia, custodita nel santuario a Rimini. «Era il 1° maggio 1850. La chiesa era piena e risuonava di canti religiosi… Dopo alcuni secondi veggo chiaramente il movimento degli occhi che incomincia… sento il mio compagno di viaggio… stringermi fortemente la mano… Ascolto un fremito religioso passare fra tutte le bocche degli spettatori penetrati di gioia e di santo terrore… il movimento degli occhi della Vergine era orizzontale, e da sinistra e a destra: elevandosi quindi dolcemente verso il cielo…». Questa testimonianza, del 10 luglio dello stesso anno, è stata resa da una delle più autorevoli persone presenti al prolungarsi di quel prodigio (mons. Castelli, Prefetto apostolico), che si ripeté più volte nei giorni seguenti e durò per altri 8 mesi, fino all’8 dicembre dello stesso anno.
Due anniversari particolari. Due ricorrenze speciali in concomitanza con l’Anno Giubilare, che si celebrerà a partire dal 24 dicembre 2024, dedicato alla preghiera. La ricorrenza del miracolo e della presenza dei Missionari a Rimini, anche se distanti nel tempo, sono “vicini” a noi. Tale vicinanza è concretamente suggerita dall’uso o meno di uno dei nostri organi di senso: “il vedere”. Il vedere non tanto con modalità fisiologiche ma interiori: progredire nella conoscenza di ciò che della realtà di Dio e dell’uomo è invisibile. Il che vuol significare fede. Gli occhi vedono. Gli occhi non vedono. Gli occhi possono vedere, anche quando non vedono. Gli occhi non vedono, anche quando potrebbero vedere. Non si tratta di un gioco utile all’occorrenza. Ma interessa tutto ciò di cui siamo in grado di renderci conto, quando abbiamo veramente il desiderio di meditare i Testi Sacri sul rapporto Dio-noi riguardo al fatto che Lui “vede” noi e che noi siamo visti da Lui, anche quando tentiamo di sfuggire a Lui. Nella Genesi è ripetuto più volte (6) che Dio vede ciò che crea, apprezzandone la bontà e non la bellezza. Ma, a differenza di Dio che vede e che apprezza il creato, agli uomini non è dato di vedere il proprio Creatore: a Mosè è vietato in modo assoluto di vedere Dio. E Giacobbe lotta con Dio «di notte fino allo spuntare dell’alba» (Gen 3,2). Nei Vangeli è scritto che anche Maria, la madre di Gesù nell’attimo-eterno dell’Incarnazione non è ricoperta da alcuna luce: Dio la copre «con la sua ombra» (Lc 1,35). L’uso di «con la sua ombra», al posto di «la sua ombra», esprime molto di più e di diverso se considerato dal punto di vista teologico: indica una partecipazione correlativa tra Dio-Maria. Lei vede e ascolta l’angelo Gabriele e non vede Dio, ma Dio è presente “con” Lei. Tale diversità di agire e di contenuto, poi, è accentuata dal fatto se si considera che Gesù guarisce anche i ciechi: il cieco nato (Gv 9,1-41), i ciechi di Gerico (Mc 10,46-52) ed altri. Gesù vede e guarisce, sempre di giorno. Così è specificato nella guarigione dei ciechi di Gerico. Quasi per significare che c’è luce e Luce e che la Luce vera può essere offuscata solo da una falsa luce. Eppure Gesù guarisce, anche quando Lui non vede colei o colui che chiede di essere guarito, come nel miracolo dell’emorroissa (Mc,5,25-34). Gesù racconta anche parabole e dedica una parabola al cattivo o al buon uso della vista, ma nel senso del buon comportamento (Lc 6,38-42). Giovanni sottolinea che una gran folla seguiva Gesù, perché vedeva i miracoli che Lui compiva (Gv 6,2). Ed anche che Gesù, dopo aver alzato i suoi occhi, vide che Lo seguiva una grande folla (Gv 6,5). Gesù è la Luce del mondo e la Luce nel mondo. Agli uomini di buona volontà è dato il dono di accogliere il miracolo della “Luce vera”: credere. Ma ci sono uomini che si comportano come Tommaso Didimo, appena dopo la Sua resurrezione: «Se non vedo nelle sue mani…» (Gv 20,25). A costoro Egli controbatte: «Perché mi hai visto hai creduto? Beati coloro che hanno creduto senza vedere!» (Gv 20-29). Il punto esclamativo (!) e quello interrogativo (?) non sono dovuti ad una nostra distrazione, ma ai toni differenti usati da Gesù.
Ma cosa ha a che fare tutto questo con le ricorrenze dei 200 anni dalla presenza dei nostri Missionari a Rimini e dei 175 anni dal prodigio dell’immagine della Madonna della Misericordia, custodita nel santuario officiato dai nostri Missionari? L’arrivo dei Missionari a Rimini corrispondeva con il secondo anno del pon tificato di papa Leone XII (1823-1829). Tale incarico deve essere considerato all’interno della condizione critica in cui si trovava il papato, non solo in relazione alle contestazioni rivolte al suo potere temporale ma anche alla sua autorità spirituale. Del resto, anche san Gaspare era oggetto di critiche, continue e gravi, riguardo al suo apostolato attento, come gli era stato richiesto dal pontefice, ai confini dello Stato Pontificio, in agitazione al sud del basso Lazio a causa del brigantaggio e a nord est dello Stato pontificio per la carboneria. Anche oggi, si sa, i confini territoriali sono critici, forse perché mediatori di novità. Come oggi, essi lo erano anche allora. In tale contesto storico, il papa avrebbe voluto sopprimere la Congregazione di Gaspare del Bufalo, fondata da pochi anni, solo per il sentito dire…, perché gli avevano riferito, senza che egli avesse visto, toccato con mano. Ma il parlare con lui, l’ascoltarlo, il vedere la trasparenza della fede, che il giovane sacerdote emanava nel predicare le missioni al popolo e, soprattutto, l’amore per la sua Regina del Calice o Madonna del Preziosissimo Sangue, convinsero Leone XII ad affidare ai Missionari anche la chiesa di via santa Chiara di Rimini. Chiesa del miracolo.
Il 1850, anno del prodigio dell’immagine di Maria Santissima della Misericordia, erano trascorsi già 12 anni dalla morte di san Gaspare. Il suo progetto di apostolato era portato avanti dal venerabile Merlini. In quegli anni i contrasti erano accesi più di prima. Nel 1845 la città era insorta contro il Governo pontificio e contro papa Gregorio XVI. Fu pubblicato anche un manifesto con il quale si chiedevano riforme e innovazioni. Se il periodo dell’ingresso dei Missionari a Rimini corrispondeva al post-periodo della così detta età napoleonica, l’anno del prodigio si colloca nel cuore del periodo delle Guerre per l’indipendenza, precisamente nel cuore dei diversi interventi internazionale pro o contro la Stato e l’autorità pontificia. Eppure c’è Maria, la madre di Gesù, che è presente in tali andirivieni della volontà umana nei riguardi della volontà di Dio. Lei è colei che indica ai popoli la soglia di quell’“Ecco”, come è detto nel Vangeli, che è la porta essenziale per avvicinarsi e per convivere “con” la volontà di Dio. Come è stato per Lei. Gaspare, all’inizio di ogni missione, amava presentarsi con il quadro della sua Regina del Calice o Madonna del Preziosissimo Sangue, messo a bella mostra nel corso di tutto il ciclo della predicazione. Un’immagine nella quale Maria sorregge Gesù bambino, che sembra più leggero di quello che dovrebbe pesare e che è tutto proteso ad offrire il caloce con dentro il proprio Sangue. E non si distingue bene se sia il Bambino ad anticipare lo stesso gesto, che compie anche la mamma, oppure sia la mamma ad accompagnare, ad indicare al Bambino il valore di tale gesto. Certo è, però, che entrambi sono uniti da un alcunché di indescrivibile, a partire dal lato destro dei loro corpi: il loro lato, che appartiene al cuore, sembra quasi unito. Ed è anche evidente che entrambi rivolgono la medesima intensità dello sguardo verso coloro che li guardano. Anzi, il loro vedere confluisce in uno stesso vedere: è un unico sguardo d’Amore. Sia questo quadro che quello della Madonna della Misericordia esprimono, in fondo, un unico messaggio: colgono il momento simile a quel momento in cui, a Cana, Maria chiede a Gesù di fare qualcosa in quel momento di difficoltà. La Madonna della Misericordia esercita dal vivo lo stesso servizio pedagogico e catechetico che lei, Regina del Calice o Madonna del Preziosissimo Sangue, svolgeva, e svolge tutt’ora, dal vivo mediante la predicazione dei Missionari. E, se si osservano le due immagini in concomitanza, si può meditare su un legame unico ed intimo, che unisce intrinsecamente le due immagini: una precede ed è conseguente all’altra nella misura in cui la conseguente precede l’altra ed il contrario. La Madonna della Misericordia stringe il suo bambino dalla parte del cuore, come avviene nella Regina del Calice o Madonna del Preziosissimo Sangue. Ed è come se il suo sguardo, calato dal cielo sui presenti, in modo tale da avvolgerli, voglia predisporre i presenti ad accettare e a lasciarsi coinvolgere nello stesso “ecco”, che il Figlio e Lei hanno accettato e offerto per tutti. E, anche se il loro sguardo e le loro parole intime sembrano interessare solo alcuni prediletti, Gesù e Lei sono per tutti. Lei ed il Bambino ci chiedono di vivere in Loro il dono che Lei e suo Figlio già vivono in Sé stessi. Che lo condividiamo con tutti, nel modo in cui il Figlio, non ancora crocifisso ed immolato ma ancora Bambino, lo offre a tutti. Il suo Bambino crescerà con noi e, in modo estremamente paradossale, sarà Lui ad insegnarci a pronunciare il nostro “Ecco” personale. Sotto lo sguardo visibile dell’Amore invisibile. Ed è da non sottovalutare la sintonia coniugale, umile e preziosa, con la quale Letizia Stoppoloni è legata al marito già a partire dallo spessore relazionale, che accompagna i due. Letizia è colei che, ad imitazione di Maria, lascia trasparire l’insegnamento che «Al di là di quel ‘Sì’, che spesso ci appare complicato e gravoso da pronunciare, ci attende un porto sicuro in cui ormeggiare le nostre misere scialuppe e consegnare i nostri affanni!». Come lei scrive alla fine della stessa intervista (p. 7).

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