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850°aniversario del Miracolo Eucaristico di Ferrara

Da Redazione

Era il 28 marzo 1171, quando durante la Messa presieduta da Padre Pietro da Verona, canonico regolare portuense, nell’atto di spezzare l’Ostia consacrata, sgorgava un fiotto di sangue che bagnava la volta della cappella. Pubblichiamo l’omelia di mons. Erio Castellucci, Arcivescovo Abate di Modena – Nonantola nella chiusura dell’anno celebrativo per l’850° anniversario del Miracolo eucaristico presso la Basilica di Santa Maria in Vado, a Ferrara.

Il corpo di Gesù e il sangue di Gesù sono il diario del suo amore per noi; lui non ha scritto “ti voglio bene” sulla carta, lo ha scritto sulla carne. Prendere carne, assumere i condizionamenti dell’umano, vivere il corpo e il sangue come dono al Padre e ai fratelli: questo è il diario vissuto dell’amore di Gesù. Ed è il motivo per cui non ha voluto lasciarci solo un testamento verbale o scritto, ma anche una presenza corporea: «chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me e io in lui». L’eucaristia è il segno più concreto, più corporeo immaginabile, che poteva consegnarci il Signore; è il memoriale del suo sacrificio, del dono di sé culminato sulla croce; ci “ricorda”, cioè ci “rimette nel cuore”, a quale punto di esagerazione è arrivato l’amore di Dio per noi.

Celebrare, mangiare e adorare l’eucaristia sarebbe però contraddittorio se non producesse quello che significa: assumere nella nostra carne la carne di Gesù, il suo stile di dono, la sua vita che si offre. Per questo, dice Paolo nella seconda lettura, «noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane». Chi partecipa alla Messa e chi fa la comunione, cioè, non lo fa semplicemente per se stesso, per alimentare la propria anima, ma lo fa per diventare a sua volta corpo e sangue, per inserirsi più profondamente in quel noi che è la Chiesa. Partecipare alla Messa, fare la comunione e l’adorazione, non sono gesti intimisti, che si risolvano nel rito; sono gesti estremisti nel vero senso della parola: spingono cioè a dare completamente la vita; il corpo e il sangue di Gesù sono puro dono, e chi li assume si nutre di un dono, di un’energia scomoda, di una forza per servire il prossimo, specialmente se povero e fragile. Sarebbe un vero controsenso partecipare alla Messa, fare la comunione e adorare l’eucaristia, e poi creare divisioni nel corpo ecclesiale e sociale.

Ringrazio il caro e stimato fratello Arcivescovo Gian Carlo per l’invito a presiedere questa solenne celebrazione eucaristica, che chiude l’anno celebrativo per l’850° anniversario del Miracolo eucaristico avvenuto proprio qui. Ringrazio tutti i concelebranti, i presenti, chi è collegato. Nella Lettera pastorale L’Eucaristia, sacramento del dono, l’Arcivescovo ha scritto: «L’Eucaristia è Cristo e noi». Così ha efficacemente riassunto ciò che Sant’Agostino diceva ai suoi fedeli sedici secoli fa: «Se voi siete il corpo e le membra di Cristo, sulla mensa del Signore è deposto il mistero di voi; ricevete il mistero di voi (…). Siate ciò che vedete e ricevete ciò che siete» (Disc. 272). Vorrei quindi, semplicemente, gettare insieme a voi uno sguardo su questo mistero: nel pane e nel vino consacrati, per dirla ancora con Sant’Agostino, c’è “il Cristo totale” – Cristo capo e la Chiesa corpo insieme – che si dona e porta a compimento il nostro dono.

Il pane e il vino che offriamo sull’altare, come diremo tra poco, sono “frutto della terra e del lavoro”. Lì dentro, cioè, c’è anche il nostro contributo, c’è la nostra collaborazione. Infatti il terreno non produce pane, ma grano; la vite non produce vino, ma uva. Il Signore ci offre, in natura, un materiale grezzo, che richiede poi la nostra attività per diventare pane e vino. La lavorazione del grano e dell’uva, non solo tra i popoli antichi ma anche da noi, almeno fino a qualche decennio fa, coinvolgeva la famiglia. Gli uomini seminavano il grano e potavano le viti; tutta la famiglia poi all’inizio dell’estate raccoglieva il grano e lo macinava e tra l’estate e l’autunno raccoglieva l’uva e la pigiava. Mietitura e vendemmia erano come due grandi riti domestici. Le donne in casa impastavano la farina e cuocevano il pane e gli uomini torchiavano i grappoli, travasavano il mosto nei tini e, al tempo opportuno, lo sistemavano nelle anfore o, più recentemente, nei fiaschi e nelle bottiglie.

Lavoro e famiglia, i grandi doni che ci rendono collaboratori del Creatore, si concentrano in quel pane e in quel vino e nell’offertorio si caricano di un senso nuovo: sono il nostro “sacrificio spirituale”. Quel pane che diventerà corpo del Signore, raccoglie i nostri gesti d’amore, i nostri legami riusciti, le nostre relazioni più belle; in una parola, il nostro corpo; San Paolo invita i battezzati ad offrire i loro corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio (cfr. Rm 12,1). E quel vino che diventerà sangue del Signore raccoglie le nostre fatiche, le sofferenze di ogni giorno, le piccole e grandi croci quotidiane.

In questa celebrazione, che avviene in un’epoca segnata ancora dalla pandemia e dalle sue conseguenze sanitarie, sociali, affettive e spirituali, e segnata da una guerra che svela una volta di più la vulnerabilità della nostra natura umana e la sua propensione naturale alla violenza, offriamo al Signore un pane e un vino particolarmente densi di umanità: il pane si carica dei tanti germi di generosità espressi da un esercito silenzioso di persone che hanno saputo farsi prossime ai più deboli e fragili, anche nelle nostre parrocchie, anche tra di noi. Il vino si carica dei tanti dolori che hanno colpito le nostre famiglie, gli anziani, i lavoratori, gli adolescenti, i bambini. Nel pane le gioie, nel vino le sofferenze: i due volti dell’amore; nel pane le risorse, nel vino le fatiche; nel pane i legami riusciti, nel vino i legami feriti. Tutta la nostra vita quotidiana, nelle sue esperienze gratificanti e in quelle fallimentari; tutta la nostra esistenza, senza esclusione, entra in quel pane e in quel vino e attende dal Signore di essere salvata.

Se non fosse lui, con il suo corpo e il suo sangue, ad investire i nostri doni, ad assumerli e trasformarli, le nostre offerte resterebbero tentativi infruttuosi e deprimenti. Solo lui può dare senso pieno al nostro lavoro, alla vita domestica, alle relazioni, alle gioie, agli affanni. Madre Teresa di Calcutta disse un giorno, rispondendo ad una domanda sul segreto della sua dedizione: “è l’eucaristia che mi dà la forza per servire i poveri e chinarmi con amore sulle loro piaghe”. Il corpo e sangue del Signore sono la sorgente più abbondante dell’amore. Senza il suo amore non possiamo far nulla (cfr. Gv 15,15); solo con lui la nostra vita può diventare dono gradito a Dio e prezioso al prossimo.

Ferrara, 28 marzo 2022

Preghiera al “Prodigioso Sangue di Ferrara”

O Dio, Padre di misericordia, ascolta questa preghiera che ti rivolgiamo dalla mensa eucaristica,
da cui è scaturito, come sulla Croce, il sangue di Tuo Figlio, Gesù Cristo, nostro fratello.
Il miracolo del tuo Corpo e del Tuo Sangue, o Signore, rafforzi la nostra fede, animi la nostra carità,
sostenga la nostra speranza nel tempo della gioia e della salute, e nel tempo dell’angoscia e della malattia.
Il Tuo Corpo e il Tuo Sangue, o Signore, sia nutrimento e farmaco per le nostre famiglie, che vivono la paura e il dolore,
per i nostri anziani, che sono soli e si preparano all’incontro con Te, per i nostri giovani,
che sono appassionati quanto disorientati, per i nostri malati, come un segno di croce sulla loro fronte,
per i medici e gli operatori sanitari, quale gesto di consolazione e di ringraziamento, per i nostri presbiteri e diaconi,
che custodiscono il tesoro dell’Eucaristia nelle loro mani,
per i consacrati e le consacrate, che camminano verso la perfetta carità.
Concedi a noi, o Signore, per il dono del tuo Spirito, che dopo averti per fede conosciuto e adorato presente,
Ti contempliamo nella visione celeste. Così sia.

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