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A 200 anni dalla morte di Papa Pio VII / 1a

di Giandomenico Piepoli

Il Papa Pio VII, che in tempi burrascosi amava dichiararsi «vicario del Dio della pace», fu un Papa di profonda religiosità e zelo pastorale, abile e dignitoso; pur attraverso vicende dolorose, fu altrettanto abile pastore in una politica che seppe contemperare l’idea di nazionalità propria del suo secolo e l’universalismo della Chiesa, l’autonomia della cultura laica con l’evangelico magistero della Chiesa; sovrano mite, difensore della giustizia e delle legittime aspirazioni dei popoli alla libertà. Ricordiamo così l’opera di Pio VII a 200 anni dalla sua morte avvenuta a Roma il 29 agosto 1823.
Varie sono le iniziative per celebrazioni e commemorazioni promosse per l’intero anno: dalla Diocesi e Comune di Cesena-Sarsina, con l’Abbazia di Santa Maria del Monte, le Diocesi di Tivoli e Imola, dove il futuro Papa svolse il suo ministero episcopale, la Certosa di Firenze dove Pio VII vi ritornò ben cinque volte e la Diocesi di Savona Noli, città nella quale fu tenuto prigioniero da Napoleone e il 15 agosto 2007 si è aperto il processo di beatificazione. Particolarmente grata sarà la memoria della nostra Congregazione nel ricordo della Sua provvida presenza accanto ai nostri Missionari sin dalle origini per alleviare le loro fatiche nell’avviare l’Opera nella Chiesa per il Regno.
Viene da tutti riconosciuta una mancanza di conoscenza della «pagina oscura della storia dell’Europa» in cui fu stretto il pontificato dell’umile figlio di san Benedetto, Pio VII, e su cui occorre riflettere e tornare a chiedersi quali fossero i veri intenti di Napoleone, cioè della Rivoluzione Francese, verso la Chiesa di Cristo. Furono per la Chiesa momenti terribili, ma che ci fanno toccare con mano la verità di quanto il Salvatore ha promesso. E cercare subito dopo di operare un confronto tra il personaggio di Napoleone, pressoché beatificato, anche dai cattolici, in quanto considerato l’artefice principale delle libertà civili di ieri e di oggi, con il nostro tempo anch’esso così popolato di forze e di idee disgregatrici e in disperata ricerca della vera libertà. Non è inutile pertanto rievocare la vita del Pontefice rivisitando alcune fonti.
Barnaba Niccolò Maria Luigi Chiaramonti nasce il 14 agosto del 1742 a Cesena, penultimo degli undici figli del conte Scipione Maria Nicolò, famiglia originaria della Francia, e della contessa Giovanna Coronata Ghini, appartenente a una famiglia di marchesi romagnoli imparentata con Angelo Braschi, il futuro Papa Pio VI. Il giorno dopo, festa liturgica dell’Assunta, Barnaba viene battezzato nella cattedrale di San Giovanni Battista. Orfano del padre a otto anni, è avviato agli studi nel Collegio dei nobili di Ravenna, ma, al contrario di quanto fatto dai suoi fratelli, non li completa perché, a quattordici anni non ancora compiuti, chiede di essere ammesso a vestire l’abito del monastero benedettino di Santa Maria del Monte. Corre l’anno 1756, la vita della comunità monastica si arricchisce di sei giovani postulanti. Il 10 ottobre si procede alla solenne vestizione: Barnaba sceglie il nome monastico di Gregorio. Il 13 agosto 1757 quattro dei sei giovani vengono accettati per la professione; Gregorio attende quasi un anno per non avere l’età richiesta dalla Legge canonica: emette i voti il 20 agosto 1758. Degli anni della formazione al Monte, come anche dell’infanzia e prima giovinezza, nulla possediamo di significativo e documentato. Elementi sicuri e saldi rimangono i lineamenti incisivi e gli insegnamenti della madre Giovanna e della Regola di San Benedetto che sempre accompagnerà il monaco, il vescovo, il cardinale e il papa. Non va dimenticato che la madre Giovanna, grata al Signore per i doni ricevuti e desiderosa di corrispondergli con la totale oblazione di sé, sceglie a sua volta di vestire l’abito monacale delle Carmelitane scalze di Santa Teresa a Fano. Nella vita claustrale al Monte il giovane monaco assimila il segreto e il cuore della Santa Regola, «soli Deo placere desiderans», raffinando verità e modalità di condotta di vita spirituale che sottolineeranno tutte le tappe dell’esistenza. Impianta anche una devozione mariana che lo accompagnerà nelle stagioni della vita e lo sosterrà nel corso del travagliato pontificato. Benedetto e Maria diventano le colonne del suo tempio spirituale.
Il monaco Gregorio, fatta la professione, lascia l’abbazia del Monte nel 1760 per compiere gli studi a Santa Giustina di Padova, ove rimane fino al 1763. Passa poi come studente al Collegio Sant’Anselmo in San Paolo fuori le Mura a Roma, per rimanervi fino al 1766; qui perfeziona gli studi teologici e canonistici, e riceve l’ordinazione sacerdotale il 21 settembre 1765. Quindi, dal 1766 al 1772 si trasferisce all’abbazia di San Giovanni di Parma per il professorato di teologia e filosofia. Incaricato di riorganizzare la ricchissima biblioteca dell’abbazia, può anche fruire dei suoi tesori e affinare la sua formazione. Negli anni 1772-1781 è lettore di teologia al Collegio Sant’Anselmo di Roma. Nella sua carriera monastica è documentato priore di San Giuliano di Rimini nel 1775 e di Santa Maria del Monte di Cesena nel 1778; nel 1781 è abate titolare di Santa Maria di Gangi. Sono anni in cui il monaco Gregorio può sempre più maturare quella sensibilità che gli consente di leggere con consapevolezza le dinamiche culturali e religiose di un’età di crisi e di transizione. (continua)

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