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Anthony Burgess e la sua saggezza inquieta

di Paolo Gulisano

L’Inghilterra è un paese che è sempre stato un laboratorio culturale, anche d’avanguardia. Qui sono nate affezioni dello spirito che hanno contagiato tutto il mondo, ma anche anticorpi, che si chiamano Tommaso Moro, John Henry Newman, J.R.R. Tolkien, Gilbert Chesterton, Robert Hugh Benson e altri.

Tra questi anticorpi trova sicuramente posto anche il meno noto Anthony Burgess, giornalista, scrittore, di profonda fede cattolica. Una fede che gli consentì di confrontarsi nelle sue opere col mistero del male in azione nel mondo. Fu autore di due libri molto significativi, quasi profetici. Il suo capolavoro indiscusso è Arancia a orologeria, nota soprattutto nella sua trasposizione cinematografica, Arancia meccanica, un film che fece discutere, tra gli anni ’60 e ’70, per il suo grande impatto emotivo e violento. Il film riprende il romanzo di Burgess che, ancora una volta, è un inno alla libertà umana, alla quale non si può imporre nemmeno di essere buoni.

Si parla di un gruppo di ragazzi, poco più che adolescenti, nell’Inghilterra degli anni Sessanta. Notiamo, fra l’altro, che anche Burgess aveva avuto un allontanamento, per motivi di lavoro, dall’Inghilterra del dopoguerra. Ebbene, egli vi torna nel ’59 e, come dice in una sua lettera, quasi non la riconosce più: è l’Inghilterra delle prime bande di quelli che sarebbero diventati, anni dopo, gli hooligans, e che allora venivano chiamati teddy boys. Il romanzo parla, appunto, di una di queste bande di giovani, che si divertono a commettere atti di teppismo “per il gusto di farlo”. Una delle scene più famose del film è quella in cui questi teppisti fanno irruzione in una casa di anziani, i quali vengono malmenati con una violenza cattiva, assolutamente gratuita, sadica. Alla fine, la polizia finisce col mettere le mani sul “capetto” di questa banda di teppisti, e lo sottopone ad un esperimento che potremmo definire di “condizionamento psico-sociale”. Il libro risente, naturalmente, delle idee in voga negli anni Sessanta, quando la psicanalisi, il freudismo erano diventati ormai dominanti nella scena culturale, affermando una sorta di determinismo scientifico, per il quale, in fondo, l’essere buoni non è l’esito di una scelta personale guidata dalla propria coscienza, ma può essere indotto socialmente. Il ragazzo, infatti, viene sottoposto ad un esperimento che consiste nel costringerlo, con particolari strumenti che gli mantengono aperti gli occhi, a guardare per ore scene violente – un vero e proprio condizionamento, come per i cani di Pavlov – allo scopo di indurre in lui il fastidio, l’orrore, la repulsione per tutto ciò che è violenza e male. L’esperimento ha successo: a forza di vedere tutta questa violenza, il ragazzo ne diventa intollerante, non la sopporta più; ma non diventa buono: diventa, semplicemente, un individuo meccanicamente condizionato. Vi è poi un esito paradossale, quasi comico, nel film, che però fa pensare: il ragazzo, a un certo punto, incrocia quelle che erano state le sue vittime in precedenza, e questi vecchietti lo sottopongono ad un pestaggio, dove lui non reagisce, perché ha subito questo condizionamento psicologico che l’ha impossibilitato a difendersi in alcun modo.

Si tratta, dunque, di un romanzo per certi versi grottesco, per altri paradossale, ricco comunque di questa immaginazione, di questa proiezione utopistica in un futuro non molto avanti negli anni (come ci fa capire Burgess, pur non dando connotazioni cronologiche precise alla vicenda).

Il senso di quest’opera, solo apparentemente grottesca e violenta – tanto che qualcuno cercò di censurarla – opera di uno scrittore cattolico inglese, è di costituire, in realtà, un richiamo profondo al fatto che l’uomo deve scegliere se essere buono. È, ancora, un grido di libertà quello che si leva da parte di Burgess: la bontà non può essere imposta dalla società. L’esser buono o cattivo è l’esito della libertà, è una scelta della coscienza del singolo. Non si ottiene l’uomo buono costruendolo: infatti, più che buono, sarebbe solo un essere che non nuoce, perché condizionato a non farlo.

Burgess, però, oltre ad Arancia a orologeria, pubblicò nello stesso anno un altro romanzo che, probabilmente oscurato dal successo del primo, non ebbe altrettanta fama, ma che aveva in sé una carica di “profetica” intuizione del futuro che forse solo oggi possiamo capire. È stato tradotto in italiano e pubblicato solo nel 2004 col titolo Il seme inquieto. È un romanzo ancora più fantastico del precedente e rivolge la propria attenzione non tanto ai dinamismi di controllo della società, bensì ad aspetti ancora più pericolosi, in quanto qui non ci si limita a volere esseri buoni e disciplinati, ma si pretende di programmare la stessa dimensione della popolazione. Le questioni poste in questo libro, all’inizio degli anni Sessanta, erano al loro stadio iniziale di discussione: il tema principale del romanzo è, infatti, la sovrappopolazione e, di conseguenza, i tentativi di risolvere il problema. Si immagina un’Inghilterra che, alcuni decenni dopo il 1962, anno in cui il romanzo fu scritto – Burgess colloca la vicenda nel 1995 – ha il problema della sovrappopolazione, così come il resto del mondo. Bisogna trovare una soluzione radicale, disincentivando in tutti i modi la riproduzione, facendo sì che la gente non abbia figli, penalizzando, di conseguenza, chi ha figli. Questa intuizione immaginaria di Burgess fa pensare: fra i vari espedienti che il governo inglese mette in opera per cercare di ridurre in tutti i modi la natalità vi è l’incoraggiamento della omosessualità: essa viene promossa, sostenuta a livello di film, di romanzi, di immagine pubblica; viene proposta come modello ideale di stile di vita. Si rimane fortemente impressionati, leggendo il romanzo, se si pensa all’evoluzione del costume negli anni più recenti: in esso sono incoraggiate, in tutti i modi, forme di convivenza omosessuale, proprio perché sono quelle che danno maggiori garanzie di sterilità. Burgess prefigurò con grande anticipo scenari diventati ora molto simili alla sua fantasia. Tra i motivi del suo romanzo di grande attualità c’è l’assoluta irresistibile ascesa di questa metamorfosi del pensiero. Quello che impressiona è che nulla sembra riuscire a impedire questi cambiamenti, l’apertura di queste finestre di Overton. Peraltro spesso nei romanzi distopici, come in Orwell e in Huxley, non troviamo quasi mai forze organizzate in grado di opporsi al potere dominante. Apparentemente se ne trae un messaggio pessimistico, perché questi romanzi sembrerebbero dire che non c’è nulla, non c’è alcuna forza organizzata che si possa schierare in campo contro l’avanzata di questo pensiero e potere unico. Ma per il cattolico Burgess sono le singole persone che devono trovare la forza e il coraggio di opporsi a queste situazioni, e hanno il compito di rivendicare, almeno alla propria vita, alla propria coscienza, uno spazio di libertà, e la ricerca della verità.

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