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Chiesa: una casa con le porte aperte

Di Roberto Pasolini

Papa Francesco scrive così nella Fratelli Tutti: «La Chiesa non aspira a competere per poteri terreni, bensì ad offrirsi come famiglia fra le famiglie, questa è la chiesa aperta a testimoniare al mondo fede, speranza, amore, una Chiesa con le porte aperte come madre…».
Stiamo tornando ad essere famiglia di gente che si conosce, si parla, sta insieme, ed una casa con le porte aperte. Questo è da sempre la Chiesa: si sta insieme, si condivide la misericordia di Dio, in comunione. Chiunque incontrava Gesù trovava questa familiarità: Gesù era “casa con le porte aperte”. Poteva bussare chiunque e trovare accoglienza e ristoro.
Il Papa in Bulgaria nel 2019 ha detto: «la Chiesa è madre che vive e fa suoi i problemi dei figli senza risposte preconfezionate.
Chiesa famiglia che prende in mano i nodi della vita, che spesso sono grossi gomitoli.
E prima di districarli li prende fra le mani e li fa suoi, li ama. È madre e sa sempre arrangiare le cose». Una madre accompagna, scioglie i nodi, amandoli prima. Ma pure Giuseppe fa questo con Maria, che è un grosso gomitolo di grazia. Non sa come scioglierlo ma se lo prende e lo accompagna. Il Papa, all’inizio della Fratelli tutti, chiaramente ispirata a San Francesco, dice: «egli a suo tempo non faceva guerra dialettica ma comunicava l’amore di Dio. Aveva compreso che Dio è amore ed è stato un padre fecondo che ha suscitato il sogno di una società fraterna e solo l’uomo che si avvicina all’altro per aiutarlo ad essere maggiormente sé stesso si fa realmente padre». Nell’incontro di Francesco col sultano, il sultano non si è convertito ma ha amato Francesco: questo è stato il frutto dell’incontro, l’evangelizzazione. Francesco non ha preso il sultano per portarlo in chiesa ma lo ha portato a esprimersi facendogli del bene. Quando Gesù manda i suoi a due a due li spinge a farsi prendere in cura da chi incontrano e poi ad annunciare che il Regno di Dio è vicino: l’origine dell’evangelizzazione è permettere agli altri di esprimere il meglio di sé stessi. Questo è il nuovo tempo della Chiesa: imparare a lasciarci amare dal mondo per permettere al mondo di diventare più simile a Dio. Questa è la grande conversione che la Chiesa sta vivendo: non cambiare gli altri, ma noi stessi. I frati nella storia hanno permesso agli altri di fare la carità, l’unica cosa che rimane per la Vita eterna; regalare a qualcuno la possibilità di fare la carità è garantirgli la salvezza. Vi propongo due immagini, che sono due paradigmi su come ciò che stiamo vivendo sia un ritorno alle origini.
Il primo episodio è in At 8,26-40: l’incontro fra Filippo e l’eunuco. Non è un bel momento: la Chiesa sta vivendo la prima persecuzione, viene ucciso Stefano, c’è la diaspora ma nel frattempo avviene una grande evangelizzazione. La cosa che colpisce in questo testo è che l’evangelizzazione di Filippo arriva alla fine; è la preparazione la cosa più importante. La verità non si tira fuori cosi, va preparata e i preparativi sono importanti quanto l’evento stesso, anzi sono più grandi e impegnativi. Lo Spirito Santo manda Filippo in una terra deserta, come sta succedendo a noi. Il Papa ci spinge a non temere le periferie: iniziamo ad andare, ad abitare e vedere che succede. Ci sono situazioni che ci sembrano non ordinate a Dio e che invece possono orientarsi a lui; la cosa che fa Filippo è accostarsi, come Gesù ai discepoli di Emmaus. Prima di dire agli altri il Vangelo è molto importante mettersi accanto e camminare insieme.
«Capisci quello che stai leggendo?». L’eunuco è un evirato, un reciso. Come mai sta leggendo quel passo di Isaia? Perché si identifica. Ci sono un uomo o una donna in questo mondo che non siano feriti dalla vita e in cerca di risposte? Tutti siamo dentro questa difficoltà radicale: il non trovare senso al nostro dolore e solitudine.
Ma la domanda è: “capisci quello che stai leggendo?”.
Noi cristiani non ci rendiamo conto di dover avere la pazienza di insegnanti che aiutano altri a leggere quando non sono capaci di farlo, come i bimbi delle elementari.
Quando litighiamo con le persone senza fede che leggono le cose a partire dalle loro categorie che per noi sono inaccettabili, come facciamo a dialogare se ci mettiamo sullo stesso piano? Insegnare agli ignoranti è un’opera di misericordia! La Chiesa deve aver la pazienza di saper tornare a fare l’insegnante, accompagnando uomini e donne docilmente a conoscere il mistero di Cristo.
«E come potrei capire se nessuno mi conduce lungo la strada?» Filippo è capace di ascoltare la domanda prima di dare la risposta. La Chiesa diventa sterile quando rimane troppo seduta sulle proprie risposte e dispiaciuta perché nessuno le ascolta. Ma è frustrante avere risposte a domande che nessuno si fa. Se invece ascoltiamo con attenzione le domande che si fanno potremo formulare delle risposte aderenti, ci accorgiamo di averle, ma se non ascoltiamo le domande daremo risposte preconfezionate e non saremo materni come Chiesa, non riusciremo ad accompagnare i processi in cui le persone stanno incontrando il Signore. Al momento giusto Filippo da un nome a quella speranza che quell’uomo ha già dentro: è Gesù. Quell’uomo sperava che la sua sofferenza fosse presente anche nel volto di qualcuno che potesse salvarlo. Ed ecco cosa vien fuori: «cosa impedisce che io adesso mi battezzi?». La nostra generazione scoprirà che questo mondo che sembra impazzito tirerà fuori questa domanda: “cosa impedisce che torniamo a Cristo?”. E noi risponderemo: niente! Ma per farlo c’è un gesto che Filippo fa: scende con lui nell’acqua, si co-battezza con lui. Accompagnare gli altri al mistero di Cristo è far di tutto perché gli altri non si sentano in imbarazzo: sono malato anche io e mi bagno con te nel Sangue di Cristo!
Quando risalgono lo Spirito rapisce Filippo e l’eunuco non lo vede più. La Chiesa non ha bisogno di sequestrare le persone, le vuole liberare. Noi abbiamo frainteso l’evangelizzazione come un clan da cui nessuno si deve allontanare altrimenti ci disperiamo, ma la Chiesa non è un clan. Non dobbiamo disperarci se le persone si allontanano da noi, l’importante è che abbiano trovato la vita. La Chiesa è uno strumento di salvezza, ha il suo scopo nel permettere agli altri di incontrare la vita.
Il secondo episodio è subito dopo in At 10: l’incontro fra Pietro e Cornelio.
Questo è stato uno dei testi che la Chiesa italiana ha voluto usare per il cammino sinodale indetto dal Papa. Il racconto è magnifico: Questo Cornelio è un uomo devoto, un romano, un “laico timorato di Dio” − diremmo oggi − onesto, leale. Dio manda l’angelo a uno straniero. Questa è un’altra chiave per leggere il nostro tempo: Dio gli angeli li manda agli altri invece che a noi, facendoli venire a bussare alla nostra porta chiedendoci parole di speranza. A Cornelio viene detto dall’angelo che Pietro può riferire delle cose importanti; a Pietro però non appare un angelo, ma una tavola imbandita. Gli ebrei non mangiavano certe cose ma qui il cambiamento di menù è simbolico di un molto più vasto cambiamento di orizzonti. In che modo Dio agisce sulla coscienza di Pietro, il “primo papa”?
«Coraggio, alzati, uccidi e mangia!». E succede tre volte perché Pietro deve capirlo bene. Il verbo vero è sacrificare, allora diventa molto interessante: alzati, sacrifica e mangia. Ma cosa deve sacrificare Pietro?
Di solito il sacrificio lo mangia la divinità. Dio gli chiede di mangiare lui, deve sacrificare se stesso, la sua visione, la sua mentalità. Questo è il sacrificio più difficile che deve fare un cristiano. L’unico sacrificio lecito che possiamo fare è quello della nostra volontà piccola, del nostro sguardo miope, per dilatare, allargare gli orizzonti, come vuole Dio. E Pietro come risponde?
Senza aspettare dice: «Non sia mai! Non l’ho mai fatto!». È evidente che dobbiamo mobilitarci, lasciare ciò a cui siamo affezionati per aprirci a qualcosa di nuovo. Abbiamo paura perché non lo abbiamo mai fatto, abbiamo dei protocolli che amiamo! Una vita scandita, minuto per minuto. Guardate le comunità religiose, se slitta l’orario del pranzo apriti cielo. La voce di Dio ci chiede di sacrificare questa mentalità religiosa che vuole legare le cose anziché liberarle.
La realtà non è brutta, è bella! Guardando la vostra storia, la vostra citta, il vostro quartiere, siete in grado di dire che viviamo in una realtà bella? Dio sta salvando la realtà, non la sta abbandonando ma dobbiamo avere occhi per vederlo. Il più grande combattimento per un formatore è guardare i formandi e aver fiducia in loro, oltre il fatto che ti indispongono perché non fanno le cose come le concepisci tu.
Ma in questo loro andare per una tangente diversa c’è novità, bellezza, ricchezza. E bisogna saper costruire uno sguardo che colga tutto ciò come speranza! Dio dice a Pietro: «ciò che Dio ha purificato non chiamarlo profano». Non dare nomi affrettati alle cose. In greco è l’aggettivo che significa “comune”, lo stesso termine della koinè che è il greco comune al tempo di Gesù. La koinè, ciò che è comune, non è una brutta cosa, è bella. Guarda dentro, non fermarti alla prima immagine. Non c’è separazione fra sacro e profano! Cristo è tutto in tutti, Dio ha sfondato i muri.
Notiamo che mentre Cornelio agisce subito, senza esitare, Pietro si interroga perplesso e prende tempo, come spesso facciamo noi preti. In quel mentre arrivano gli amici di Cornelio a casa di Pietro, che lo cercano e la voce dello Spirito gli intima di andar con loro senza esitare perché Dio li ha mandati. Il giorno seguente, finalmente, parte. Giunti a Cesarea, Cornelio li aspetta con parenti e amici. La grande scoperta che fa Pietro è trovarsi davanti persone assetate di Parola, pagani! Lo Spirito scende dove uomini e donne aspettano realmente il Sangue di Cristo, sono in contatto col proprio grido! In tante parrocchie questa dinamica non c’è. L’ingrePrimo Piano diente fondamentale di una celebrazione è lo stupore, il desiderio di stupirsi ancora.
Davanti a questo scenario, Cornelio gli si getta ai piedi, e Pietro gli dice: «alzati anche io sono un uomo!». Quanto è bella una Chiesa che dice questo, che rompe il muro di gomma che ci fa sentire èlite, oligarchia: siamo uguali, sono come te; questo è ciò che c’è bisogno di sentire in giro. Pietro fa questo progresso magisteriale: allargare gli orizzonti della coscienza cristiana. Scoprire che gli altri siamo come noi, e noi come loro, risolve tanti problemi di efficacia della pastorale. Si va incontro alle persone e si valuta ciò che si può offrire a quei volti assetati, a qualcuno che realmente pone una
domanda che parte dalla situazione in cui si trova. Papa Giovanni XXIII ha detto poco prima di morire: «ora più che mai, certo più che nei secoli passati, siamo intesi a servire l’uomo in quanto tale, non solo i cattolici, a difendere i diritti della persona umana e non solo quelli della Chiesa cattolica. Non è il vangelo che cambia, siamo noi che iniziamo a comprenderlo meglio».
Domanda conclusiva: com’è possibile che i primi apostoli abbiano avuto forza e libertà di portare agli altri il Signore e la sua salvezza in modo così potente e libero? In At 5 quando Pietro e gli altri vengono imprigionati, un angelo gli apre il carcere e tornano ad evangelizzare e il sommo sacerdote li riprende e dice una cosa profetica sul Sangue di Cristo: «volete far ricadere su di noi il sangue di quest’uomo». In fondo, gli apostoli hanno questa forza perché è caduto su di loro quel Sangue, ce lo hanno addosso.
Questa Chiesa in uscita deve ripartire da un ingrediente molto semplice: se il Sangue di Cristo è caduto addosso a noi e ci ha riempiti di gioia, andando incontro agli altri non possiamo non far cadere quello stesso Sangue sulla loro vita. Scopriremo di volta in volta in che modo farlo.
Un tempo si è pensato che per riversare questo Sangue bisognasse costruire chiese e campanili ma ciò non è legato a uno schema ma ai nostri corpi. La notizia di questo amore cadrà sugli altri attraverso le nostre cellule. E bisognerà essere delicati e penetranti: non dobbiamo dire meno, ma dirlo meglio, trovare un modo più rispettoso e autentico perché questa gioia immensa non sia solo nostra ma del cammino di chiunque incontriamo.

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