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Clemente Rebora

Di Pierino Montini

Una leggenda racconta che i soldati scelsero il tronco di un pioppo per la croce di Cristo. Per la gioia gli altri pioppi sollevarono i loro rami verso il cielo; ma
da allora le loro foglie sono condannate ad agitarsi al minimo alito di vento, come per dire solo cose insensate.
In questo contesto ci viene in mente una poesia di padre Clemente Rebora, a cui papa Francesco si è ispirato parlando a Strasburgo ai rappresentanti del Consiglio Europeo (25 novembre 2014).
La poesia è Il pioppo. In parte dice: «Vibra nel vento con tutte le sue foglie − il pioppo severo −…dal tronco in rami per fronde si esprime − tutte al ciel tese con raccolte cime:− fermo rimane il tronco del mistero,− e il tronco s’inabissa ov’è più vero» (AA.VV., Passione di Clemente Rebora, Ed. Interlinea, 107). La scrisse durante la lunga malattia finale della quale Montale, suo intimo amico, scrisse: «È un conforto pensare che il calvario dei suoi ultimi anni (la sua distruzione fisica) sia stato per lui, probabilmente la parte più inebriante del suo curriculum vitae» (I, 98).
Il pioppo è assunto simbolicamente per esprimere il legame profondo tra il senso del dolore ed il Vangelo. Esso confonde le sue radici nella terra per nutrirsi da essa, ma aspira al cielo: come il dolore nella speranza. Papa Francesco invitava i rappresentati europei a riflettere su questo: aspirare ad un progresso condiviso, a partire da ciò che appartiene alle singole persone e all’umanità intera. Anche per san Gaspare: «Le piante sono agitate da venti contrari, ma la radice è stabile» (Lett. 1188).
Il cammino umano e spirituale di Rebora è un itinerario a partire dalle sue radici personali più intime fino all’Assoluto: la crisi personale; la partecipazione alla guerra e i traumi psicologici derivati da essa; la crisi; l’essere sacerdote; la malattia che lo allettò; il dono, secondo noi, di una forte inclinazione mistica. E, sopratttutto, una spiccata attenzione verso la Spiritualità del Sangue di Cristo, ereditata dal Rosmini: capitolo quasi tutto da approfondire. In C. Rebora, Rosmini (Longo, 169−179) c’è un capitolo intero dedicato a «Il cuore e il sangue di Gesù e A. Rosmini». Abbiamo certezza da documenti inediti, visionati da noi, che aveva un grande desiderio di costruire un tempio a Milano dedicato al Sangue di Cristo.
Montale scrisse di lui che, prima di giungere ad una «ritrovata fede», dovette fare una «scelta tremenda», nutrita di «succhi terrestri» (I, 96−97). Anche padre Antonio Spadaro nota «nel caso di Clemente Rebora, la preferenza va alla fase della ricerca piuttosto a quella del ritrovamento» (Fiamma nella notte, Ares, 112).
La sua prima raccolta, Frammenti lirici, risulta essere tutt’altro che un insieme di frammenti: in essi descrive paesaggi, ricordi di famiglia, figure femminili (la madre), ma in fondo ad essi è possibile cogliere interrogativi sul significato dell’esistenza umana e sulla ricerca di una visione del mondo. Ad essi seguono i Canti anonimi, che costituiscono una denuncia degli orrori della Prima guerra mondiale, in opposizione ai guerrafondai. Basterebbe leggere: C. Rebora, Tra melma e sangue. Lettere e poesie di guerra (Ed. Interlinea), per rendersi conto che la guerra è… melma e sangue. I Canti dell’infermità, del periodo della malattia, rivelano un Rebora che, mentre osserva il suo corpo disfarsi vivo, dà di sé un’immagine simile a quella di un’ape che raccoglie il nettare per altri nel nome di Cristo. In Dal letto della sua infermità, titolo delle sue ultimissime poesie, scrive: «Non potendo celebrare il sacrificio della Messa, Dio mi concede di celebrare ogni giorno il sacrificio della Croce». Si tratta di una ricapitolazione che si inabissa nel cuore, di quel contenuto che il ricercatore di un proprio significato esistenziale, il poeta cantore di un dolore personale e mondiale, il sacerdore celebrante ed offerente dei dolori propri ed altrui a Dio, aveva cercato dolorosamente dall’inizio della sua ricerca. In Frammenti lirici, XIII, aveva scritto: «Quando s’eleva il cuore − all’amoroso dono − non più s’inventan gli uomini ma sono».
Chi avesse maggiore interesse può leggere i tre volumi postumi, che raccolgono l’epistolario del poeta, editi da EDB: L’anima del poeta (2004), La svolta rosminiana (2007), Il ritorno alla poesia (2010). Ma c’è, credetemi, molto, molto di più…

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