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Come un padre, come una madre

di Davide Cannamela

Gli insegnamenti e l’esempio di fratel Biagio

Quanti anni insieme, ogni giorno, nel bel tempo e nel cattivo tempo, nelle gioie e nelle difficoltà, nelle risate e nelle lacrime, nel vigore di tante strade e chilometri percorsi insieme, fino all’agonia di una dura malattia, fino all’ultimo giorno, insieme.
Appena sbarcato in Sicilia, a Palermo, studente universitario in arrivo dalla lontana Basilicata, in questa città difficile, complessa, disordinata, il Signore ha messo sulla mia strada un faro potente, fratel Biagio Conte! Sono così stato “accolto” dall’uomo vestito di verde, fuori da ogni tempo e da ogni logica del mondo ma nel tempo e nella logica di Dio. «Fratello Antonio sei dono di Dio e del nostro prossimo. Gesù ti dona Pace e Speranza», questo ho trovato poco tempo fa, scritto di suo pugno, all’interno di un libricino che mi regalò quando ci siamo conosciuti. Rileggerlo oggi, mi fa “rileggere” il dono del suo insegnamento per la mia vita. Di fatto fratel Biagio mi ha insegnato ad essere un fratello tra fratelli, mi ha consegnato la preziosa verità di essere un dono di Dio per i fratelli. Che la nostra vita sia preziosa è una convinzione che ormai è merce rara in una società che invece mette la vita sotto i piedi, che ti convince che la tua vita non vale niente, che insiste perché tu tratti la tua vita come una cosa da quattro soldi.
Fratel Biagio, invece, aveva occhi capaci di vedere la verità nascosta in ogni fratello e sorella, ossia che siamo sempre doni di Dio e la nostra vita è preziosa, sempre, che siamo fatti per le cose grandi e belle, qualunque sia il fango nel quale possiamo essere sprofondati. Ogni vita anche se spezzata può rinascere, se amata ancora. In questo risiede tanto del messaggio di fratel Biagio.
Oggi ho 37 anni, una moglie e due bambine. Faccio il padre perché ho avuto un bravo padre che mi ha insegnato a farlo, fratel Biagio. È sempre stato immediato in me vedere in lui una figura paterna perché di fatto di questo si è trattato. Mi ha custodito e mi ha insegnato a custodire, mi ha insegnato a stare nel mondo e gli espedienti del quotidiano. Come con un padre lo segui e lo osservi e impari stando con lui. Così ho imparato a relazionarmi con i fratelli e le sorelle con quel “metodo Biagio” fatto di tenerezza, delicatezza, discrezione e fermezza. Relazionarsi con un fratello così come coglieresti un fiore delicato, attraverso un gesto tenero, delicato ma fermo. Un padre che indica la strada, lasciandoti camminare con i tuoi piedi. Un padre che mette quel sacrosanto “recinto” nel quale imparare a crescere. In un mondo in cui sono scomparsi i padri, fratel Biagio è luce per chi vuole essere padre. Se penso al tempo che mi è stato donato come un privilegio di stare accanto a lui, lo inquadro in tre grandi spazi. Il primo è quello della cura degli ammalati, nei quali Biagio vedeva un segno privilegiato della presenza di Gesù Cristo. Con fratel Biagio ho innanzitutto imparato a “stare” vicino all’abisso di sofferenza degli ammalati, soli. A stare con loro, anche nel silenzio e fino alla fine. Se sono stato capace di stare vicino a fratel Biagio e alla sua sofferenza fino alla fine è perché lui stesso mi aveva insegnato a farlo prima con i fratelli. La seconda grande finestra in cui mi ha fatto immergere è stata quella dei tanti chilometri vissuti da pellegrino nei suoi viaggi a piedi. Si tratta di un’esperienza nella quale, più volte, mi ha voluto al suo fianco perché potessi sperimentare tutta la povertà, la precarietà e l’essenzialità del vivere per strada. Immerso, ogni giorno, nella Provvidenza e, proprio il volto della Provvidenza, l’ho visto in questi lunghi cammini a piedi insieme a lui. E infine lo spazio del digiuno di cui fratel Biagio è stato un grande maestro. Nell’arte del digiuno di cui era immenso custode ho imparato di Antonio Fulco il segreto di questa forma di preghiera che tutto può. Tutta la storia della “Missione di Speranza e Carità” nasce e matura sotto il segno della grande preghiera del digiuno. Gli ammalati, il pellegrinaggio, il digiuno: sono tre segni profondi, tesoro inesauribile, che mi ha lasciato fratel Biagio. L’ultimo viaggio è quello che abbiamo fatto insieme nei lunghi mesi della malattia, dove mi ha lasciato ancora un grande insegnamento ed è stato quello di vedere un gigante della sofferenza vivere questo battesimo nella misura più bella e profonda, in una “sofferenza contemplativa” che continuava ad indicare la vita come dono prezioso di Dio per il prossimo. È trascorso un anno dalla sua nascita al cielo ed in questo tempo di digiuno dalla sua presenza fisica, il Signore mi sta facendo cogliere qualcosa di inaspettato: ho sempre più consapevolezza che la sua presenza è stata per me come quella di una madre. Il suo amore viscerale, accogliente, inclusivo, premuroso, protettivo, apprensivo, eccedente, senza orario, senza filtri… e ancora tutto ciò che è l’amore di una madre. Manca come manca una madre. Fratel Biagio come una madre, come un padre. In un mondo in cui mancano padri e madri che ti dicano continuamente “ti voglio bene”. Questo è fratel Biagio.

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