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Con questa scuola, andrà tutto bene?

Di DPaul Ndigi

Anche se l’uomo nasce completo, rimane il fatto che egli nasce incompiuto, imperfetto. La crescente e inarrestabile violenza tra giovani nella nostra società potrebbe essere la causa della sua imperfezione? Non c’è un fine settimana senza un episodio a tale riguardo. Si pensava in passato che questo fenomeno era dovuto alla mancanza di una buona educazione, ossia da quell’insieme di meccanismi che favoriscono l’inserzione progressiva nella società. Strettamente legata al concetto di progresso, la perfettibilità riguarda ogni aspetto della vita dell’uomo che si realizza non solo nel sapere e nella conoscenza, attraverso l’educazione, ma anche nei costumi. È un processo inarrestabile, può al massimo subire dei rallentamenti. È deplorevole sapere che tutt’oggi vi sono persone, interi popoli e classi sociali che, pur avendo un numero considerevole di istituti con tutto ciò che comporta a livello di specialisti, continuano a vivere come in una giungla.
Perché? L’uomo, per entrare a far parte del gruppo ha bisogno di essere formato, educato. L’educazione, attività tipicamente umana, prevede la trasmissione di conoscenze e valori da parte di determinate figure più esperte e anche meno esperte. Per questo, si è sempre pensato che la buona educazione per una società migliore si ottiene nelle scuole eccellenti, che a loro volta hanno degli ottimi professori fino a poter dedurre: «dimmi dove hai studiato e ti dirò che tipo di educazione hai ricevuto». Ma è davvero cosi?
Basata su strumenti indispensabili quali regole stabilite, divieti e sanzioni, l’attività educativa deve formare un adulto responsabile. Questi strumenti garantiscono una crescita equilibrata agli educandi. La garanzia viene non da un cumulo di concetti, di precetti, ma di esercizi evitando ogni ricatto mascherato da premi del tipo: «se fai questo, ti do questo». Se non sono condivisi e messi in pratica dagli educatori (genitori per esempio), questi strumenti risulteranno giustamente inefficaci, perché le cose non accadono solo perché le annunci, bisogna anche saperle realizzare.
Il valore della formazione assume dunque grande risonanza nel campo della crescita sia comunitaria che personale quando aiuta l’individuo a realizzarsi.
La crisi relazionale tra giovani e adulti, la moda, il linguaggio, la degenerazione dei costumi… sembrano confermare tristemente il contrario. Popoli e culture dedicano tuttora numerose risorse a quest’ardua e faticosa attività per conservare i valori. Il miglior modo per fare ciò è continuare a trasmetterli rigorosamente alle generazioni future. Ed è proprio quello che dice l’Apostolo Paolo ai Corinzi: «Vi ho trasmesso anzitutto quello che a mia volta ho ricevuto». In realtà, anche se è tutta la comunità che è chiamata in causa qui (come in alcune tradizione africane), resta fermo che ci siano delle figure di riferimento deputate a questo compito. Se viene meno il loro ruolo, la società diventa malata, la cultura entra in crisi e, quindi, in conflitto. Si rinnova così la catena di accuse, come nel libro della Genesi. È colpa dei genitori che rinunciano alla funzione educativa, dicono a scuola. È colpa degli insegnanti che non sono preparati e non collaborano, sostengono i genitori. No, è piuttosto colpa degli studenti che non s’impegnano, sono irresponsabili, immaturi. Senza dubbio siamo di fronte a una mutazione antropologica dagli sviluppi incerti e preoccupanti dove nessuno si assume la responsabilità del fallimento. E dove mettiamo il “mea culpa nel Confiteor?”. A volte sembra che la scuola non serve a formare i battistrada di domani, per una società pacifica, bensì a creare dei violenti in tutti i sensi, pronti a rivendicare i loro diritti tralasciando i doveri. La tendenza ad omologarsi, a seguire uno o più modelli è inevitabile, nonostante l’uomo sia un essere razionale.
Il condizionamento determina la perdita dell’individualità, della responsabilità.
Non è dunque obsoleta la riflessione filosofica e pedagogica di Rousseau, quella fondata sul principio che «l’uomo nasce buono ma è la società che lo corrompe» (Il contratto sociale, I, 1).
Di conseguenza, il punto di partenza della sua antropologia è che: «Tutto è bene quando esce dalle mani dell’Autore delle cose, tutto degenera fra le mani dell’uomo» (Emilio o dell’educazione, I).
Spetta ad ogni uomo scegliere se farsi corrompere dalla società o seguire ciò a cui è predisposto da sempre, ovvero il bene. Saper leggere, scrivere, contare o ancora usare perfettamente le nuove tecnologie sono tutte cose importanti, ma non bastano. Bisogna imparare a vivere con gli altri, a diventare «uomo, e uomo integrale, compiuto». È inevitabile che ci siano dei momenti di fatica e di scoraggiamento in questo processo. La sofferenza è evento temporaneo e non inutile. Se ognuno fa il suo dovere, è possibile recuperare, anche se in parte, la bellezza dello studio, la certezza di uscire dal tunnel, dalla crisi. Certamente la scuola non è l’unico agente responsabile dell’educazione morale ed etica dei cittadini, ma ha comunque una grande parte di responsabilità. È una cura palliativa ma che va somministrata servendosi di quei mezzi che sono la causa della crisi, della malattia. Il tempo di dare le cose ai figli è scaduto.

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