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Corpo e Sangue

Lug 30, 2021

Di Giulio Martelli

Tanto i termini pane e vino richiamavano tutta la premura di Dio per il suo popolo, tanto, nelle parole di Gesù a cena, i termini Corpo e Sangue potevano stupire gli apostoli. Il dibattito sul grande Pane di Vita ne porta la traccia, perché Isaia paragona Dio a un vignaiolo, pieno di attenzione per la sua vigna (Is 5). L’assimilazione di Israele a una vigna ha suscitato una interpretazione religiosa e morale, sviluppando il tema dei frutti della vigna. Gesù l’ha ripresa per sé, presentandosi come la vera vigna (Gv 15). I profeti hanno anche sviluppato il tema della vendemmia il Giorno di Dio (cfr. Ger 25,14ss). La parabola dei vignaioli omicidi sviluppa un tema simile (Mc 12,1-11). Gli interlocutori di Gesù obiettavano: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?” (Gv 6, 52). Infatti, nella mentalità della Bibbia, corpo, ma soprattutto carne, indicano nell’uomo il suo aspetto corruttibile e deperibile, mentre lo spirito è partecipazione alla forza di Dio. I racconti della cena fanno uso della parola corpo, mentre il discorso sul pane grande di vita ricorre alla parola carne; ma nell’uno e nell’altro caso è la realtà umana ad essere significata.
Quanto al Sangue, la Legge ne proibiva il contatto perché il Sangue era considerato sacro e tabù, in quanto principio vitale dell’uomo e dell’animale. Il suo contatto comportava una impurità religiosa di cui bisognava purificarsi. Bere il Sangue era dunque rigorosamente interdetto, e questa legge è ancora ripetuta negli apostoli (At 15,20-29; 21,25). Ora, Gesù chiede di bere il suo Sangue, rappresentato dal vino che era considerato come il “sangue dell’uva”. Se Gesù può proporre la sua Carne e il suo Sangue come alimenti è perché in lui carne e sangue comunicano la vita (Gv 6,51-53). Nel suo insegnamento Gesù aveva detto: «Io sono la luce del mondo… io sono il buon pastore… io sono la vera vite…» (Gv 8,12; 10,11; 15,1) ed ancora: «io sono il pane vivo…» (Gv 6,51). Alla cena, prendendo il pane, poi il calice, non dice soltanto: «io sono il pane, la vite», ma, indicando il pane e il calice: «Questo è il mio Corpo… Sangue», cioè: «Questo sono io» (attributo). Non si tratta di una semplice comparazione, come quando diceva “io sono il pane” (“io” qui è soggetto).
Fino ad allora, in nessun banchetto pasquale o altro, nessuno aveva tenuto discorsi del genere: le parole di Gesù sul pane e sul vino sono inaudite. Inoltre, il pane presentato era un pane spezzato, il vino del calice era un vino versato. Infatti, dicendo tali parole, Gesù compie la frazione del pane.
Ora, qui, l’espressione spezzare non è soltanto sinonimo di “condivisione del pane” in vista di una distribuzione. Nel preciso contesto dell’ultima cena, mentre è giunta l’ora di Gesù, essa ha un significato vitale simbolico estremamente forte, perché si tratta di un gesto profetico: Gesù spezza il pane e versa il vino per significare con un gesto simbolico la morte violenta di cui sarà la vittima. Egli poteva dire: «Questa è la mia vita, che sarà spezzata e che io dono per voi, che io vi dono»; «questa è l’Alleanza che io concludo nel mio Sangue». La cena dunque è, in questo senso, ri-presentazione e anticipazione della sua morte. La liturgia eucaristica è ugualmente ripresentazione di questa morte, ma dopo l’evento pasquale; in questo modo la comunione eucaristica, dunque al pane spezzato e al vino versato, è partecipazione attiva alla morte-resurrezione del Cristo. Tutto ciò è una comprensione dinamica della cena e della liturgia eucaristica. […] Alla base di questo mistero c’è il concetto veterotestamentario di sangue in quanto forza vitale (“il sangue è la vita”, Dt 12,23, Lv 17,11-14) e c’è l’uso del sangue nella consuetudine cultuale ebraica (sangue della Pasqua, dell’alleanza, dell’espiazione).
Il Sangue di Cristo è:
• Sangue dell’agnello pasquale: forza di liberazione dalla schiavitù e di promozione al servizio;
• Sangue dell’alleanza: forza di comunione nell’amore;
• Sangue dell’espiazione: forza di riconciliazione.
Versandolo, Gesù dispiega efficacemente questa energia − perché è sangue assunto dal Verbo! – e lo condensa nel vino del calice eucaristico, perché realizzi in noi il suo triplice potenziale e divenga la nostra energia di impegno.
Bevendo al calice del sangue della Pasqua, siamo impegnati a vivere decisamente le nostre rinunce battesimali e a camminare speditamente verso la libertà regale, nel servizio.
Bevendo al calice del Sangue dell’Alleanza, siamo impegnati a vivere in comunione d’amore e a livello di cuore, dove, nella creatività e spontaneità, realizziamo la nostra fedeltà quotidiana.
Bevendo al calice del Sangue dell’espiazione, siamo impegnati a riversare su tutti la misericordiosa benevolenza di Dio.
Allora, il Sangue di Cristo diventerà il senso della nostra vita: non solo orientamento e direzione, ma orientamento fondante e sensante e quindi dinamismo della nostra vita cristiana.
E non è proprio dello Spirito Santo essere dinamismo? E dinamismo efficace?!
Pertanto il Sangue di Cristo è senso o dinamismo in quanto è segno efficace di donazione dello Spirito. Su questa base biblico-sacramentale, è fiorita e si è sviluppata nella Tradizione patristica, la spiritualità del Sangue di Cristo, vissuta sempre a livello liturgico-sacramentale, come esperienza spirituale e mistica: di Spirito Santo e di ascensioni mistiche.
Di qui, i due argomenti del presente trattato [che seguiranno, ndr]:
1. il Sangue di Cristo come esperienza di Spirito Santo: è la base di ogni spiritualità che voglia essere effettivamente coincidenza del nostro spirito con lo Spirito Santo;
2. il Sangue di Cristo come energia di ascensione mistica: è il vertice di ogni spiritualità che voglia essere modo di sviluppare la propria vita secondo una misura di pienezza della comunione con Dio per Cristo nello Spirito Santo.

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