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Dalla ri-presa al ri-poso?

Di Paul Ndigi

La situazione pandemica vissuta con angoscia, nonché terrore, ha messo in crisi diversi settori d’attività portando persino alla chiusura di alcuni. È difficile quantificare le ricadute che essa ha portato nel mondo del lavoro. Si poteva udire da una parte all’altra: il Paese è in ginocchio, è fermo. Con il miglioramento progressivo della situazione, si parla ormai della ripresa, della ripartenza. Paradossalmente, nel voler rispettare il calendario stagionale, i riflettori sono già sulle vacanze e quindi ad una meritata pausa.
Se eravamo fermi fino a qualche mese fa, con quale criterio programmiamo la sosta? Ovviamente va detto che molti in quel tempo, hanno moltiplicato lo sforzo fino a trasferire l’ufficio in casa. Senza ombra di dubbio, possiamo accorpare il lavoro in tre grandi settori: lavoro fisico o manuale, lavoro intellettuale e il lavoro spirituale. Ogni compartimento dona dignità a chiunque lo compie. Ma cosa intendiamo per “lavoro”?
Il lavoro è una dimensione irrinunciabile della vita sociale, perché non solo è un modo per guadagnarsi il pane, ma anche un mezzo per la crescita personale, per stabilire relazioni sane, per esprimere sé stessi (Fratelli tutti, 162). Il lavoro fa parte della vita, ma non è la vita dell’uomo; riveste un’importanza primaria per la realizzazione dell’uomo e per lo sviluppo della società, cioè soddisfa i bisogni individuali e collettivi. Lavorare ci fa sentire utili per gli altri e per lo sviluppo della società. Nell’antichità era un’attività riservata ai poveri, gli stranieri e gli schiavi; ai giorni nostri la concezione è completamente opposta. Salvo qualche eccezione, avere un impiego oggi sembra essere più importante che avere una casa.
Purché sia onesto, il lavoro risulta essere non solo una forma di sostentamento economico, ma soprattutto una fonte di equilibrio che restituisce la dignità alla persona, permettendole di valorizzare i propri talenti, di realizzare la sua vocazione.
Il lavoro non deve essere interpretato soltanto per le sue ricadute oggettive e materiali, ma anche per la sua dimensione soggettiva. Solo che non sempre queste opportunità, questi obbiettivi vengono raggiunti. Non tutti i lavori sono fonte di crescita. Sfortunatamente, ci sono alcuni lavori che umiliano coloro che sono costretti a farli. Sul piano morale e non solo, tali lavori disprezzano la dignità dell’uomo riducendolo ad una semplice macchina di produzione. Tale rovesciamento produce solo ingiustizia.
A causa delle condizioni critiche della vita, talvolta si è costretti a fare un secondo lavoro, o delle ore supplementari, pur di aumentare il proprio guadagno. «Ma a che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde la propria anima?»
(Mc 8,36). Colui che si era liberato dal lavoro si ritrova prigioniero dello stesso.
Occorre dunque che esso sia organizzato e svolto nel pieno rispetto della dignità umana. A volte abbiamo l’impressione che ci sono persone che vivono solo per il lavoro, dal quale dipende anche lo status sociale di ciascuno. È il lavoro che crea le gerarchie sociali e si potrebbe affermare: dimmi che lavoro fai e ti dirò chi sei. Non sembra doveroso riposarsi dopo una vita dedita al lavoro?
Riposare, cioè interrompere momentaneamente la propria attività, è sacrosanto per ogni lavoratore. Il corpo che si è esercitato per un periodo, merita una pausa e questo lo aveva capito bene il Maestro, che, infatti dice: “Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi, io vi darò il ristoro” (Mt 11,28-30). Stranamente alcuni si sono ormai adeguati all’attivismo che, però, conduce lentamente ma progressivamente all’esaurimento, alla morte. Tuttavia, il riposo risulta essere un rimedio vitale, in grado di modulare il corpo e la mente affinché possano raggiungere l’armonia. Perciò, è auspicabile evitare gli estremi e prendere coscienza di un aspetto molto semplice: in un mondo convinto che time is money, il riposo è salute e vita. Perché non sappiamo più riposare? Marcella Danon, nel suo libro intitolato Il potere del riposo, nota con amarezza che i sabati e le domeniche scompaiono man mano tra faccende domestiche, per recuperare il tempo che non abbiamo avuto durante la settimana o cercando di anticipare gli impegni della settimana successiva. In questa frenesia, non ci riposiamo normalmente. La conquista del tempo libero per ritemprarsi è sfumata.
Eppure è fondamentale per la salute. È altresì il momento in cui l’organismo riesce a recuperare le energie fisiche e mentali consumate. Ovidio, poeta romano (43 a.C.), sosteneva che qualsiasi vita in cui manca il riposo, svanisce presto. Numerose famiglie purtroppo non riescono ad avvalersi di questo “bene” a causa delle barriere architettoniche che incontrano.
Accanto ad esse, c’è chi per scelta preferisce starsene a non fare nulla. Ma in cosa un tale essere umano può essere utile alla società? E la sua dignità nel cooperare alla salvaguardia del creato dov’è? Se è difficile o quasi impossibile recuperare quello che il passato ci ha tolto, sarà possibile sperimentarlo in ciò che il presente ci offre?
Lavorare e riposare sono un binomio indissolubile per tutelare la dignità dell’uomo. Di questo stiamo parlando, non di altro: l’uomo al centro perché appunto possiede un centro. Purtroppo l’idea dominante del nostro tempo è di frammentare l’uomo, indebolirlo fino a far scomparire la sua identità. Ma tu, chi sei per manipolare un tuo simile?

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