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Dall’«IO» al «NOI»

di Federico Maria Rossi

Partiamo dalla fine: dopo trenta giorni di Sinodo, di cammino insieme, torno a immergermi nel ministero parrocchiale pieno di gioia e gratitudine per aver visto una Chiesa che cammina, che ci prova, che si ascolta − che, tra fatica, inciampi e incomprensioni, sempre e comunque cerca di seguire il proprio Signore. E, da questa esperienza, proprio non potevo chiedere di più.
Ricominciamo dall’inizio: mercoledì 27 settembre è un giorno fervido di preparativi, perché l’anno pastorale possa partire al meglio. Nel mezzo del pomeriggio, una chiamata inattesa: «Federico, ci servirebbe una mano al Sinodo dei Vescovi, perché uno dei facilitatori non riesce a venire. Tu te la sentiresti?». Panico: da una parte il tanto lavoro da fare, le facce dei bambini da accogliere, la riluttanza a lasciare i catechisti da soli; dall’altra, la tensione per un compito che avevo visto fare un paio di volte, ma non avevo mai svolto in prima persona. E in mezzo la voce di don Benedetto, il mio parroco, che mi dice: «Vai! Quando ti ricapita un’occasione così? Qui ci pensiamo noi».
Forte del sostegno della mia comunità, indosso il mio (unico) vestito, guido verso San Pietro e mi metto in gioco. Il ritiro di preghiera che precede il Sinodo è un momento essenziale per conoscersi, per cominciare a “respirare insieme”, per orientare cuori e menti al lavoro che verrà. Ed è anche l’occasione per allenarsi nella “conversazione nello Spirito”, la metodologia scelta per il discernimento comune su che cos’è la Sinodalità − e su come essa oggi può aiutare la Chiesa a crescere nella comunione, a spendersi nella missione, a favorire la partecipazione di tutti. È un metodo che richiede ordine, tanto ascolto, rispetto dei tempi e degli altri. Dodici persone intorno a un tavolo che invocano lo Spirito Santo, condividono il frutto della loro preghiera, accolgono e riportano le parole dei compagni di viaggio e, insieme, generano il frutto scritto di questa condivisione. In mezzo a loro, il facilitatore aiuta a tenere i tempi, a fare silenzio, a vivere bene ogni momento, a ricordare la domanda su cui si discerne.
Dopo il ritiro, iniziano i lavori. Che cosa mi ha colpito di più? Il silenzio. Una grande sala, trentacinque tavoli, 420 persone − e nell’aria silenzio. Silenzio e preghiera. Certo, poi le parole sono state tante. Ma il clima che legava tutto era quello del silenzio, della preghiera e dell’ascolto. Quel silenzio invocato da Papa Francesco nella Veglia Ecumenica che ha preceduto il Sinodo. Quell’ascolto necessario perché le parole non siano pietre da scagliarsi, ma doni da condividere, da accogliere, da custodire. Silenzio e preghiera sono stati i grandi protagonisti di questa prima sessione del Sinodo dei Vescovi, che si inserisce in un cammino sulla Sinodalità comune a tutta la Chiesa e voluto da Papa Francesco. E proprio il Santo Padre è stato una presenza costante nei lavori: puntuale ad ogni inizio di Assemblea Generale, arrivava prima, per poter incontrare i delegati, ascoltava le relazioni e, in un mese, è intervenuto due sole volte: una catechesi vivente di ascolto, silenzio e preghiera. La più grande differenza rispetto ai Sinodi passati − dice chi li ha vissuti − è la disposizione delle sedie. Non più la grande aula sinodale, con i banchi disposti a semicerchio, digradanti, come in un’aula parlamentare (davanti i cardinali, poi i metropoliti, poi gli arcivescovi, i vescovi e infine i tecnici, sacerdoti e teologi), ma la bella Aula Paolo VI, con trentacinque tavoli rotondi e intorno a ogni tavolo dodici sedie. Tavoli misti − vescovi e laici, donne e uomini, diaconi e religiose − dove tutti possono guardarsi in faccia, alzarsi, girare, salutarsi, stringersi la mano, sorridere, incontrarsi. Diventare amici. Diceva padre Timothy Radcliffe nel ritiro precedente i lavori: «Le basi di tutto ciò che faremo in questo sinodo dovrebbero essere le amicizie che stringiamo. Non sembra molto. Non farà notizia. “Sono venuti a Roma per fare amicizia! Che spreco!”. Ma è grazie all’amicizia che passeremo dall’“io” al “noi”. Senza di essa non otterremo nulla». E allora grazie a Nadia, a Julia, a Wyatt, a Ivan, a Leticia, a Pedro Paulo, a Jason, a Saad, a Geert, a Erica, a Mario, a Piero, a Nicla, perché davvero, insieme, siamo stati amici e abbiamo reso questo tempo fruttuoso (e non uno spreco).
(Ps: permettetemi un grazie speciale a don Daniel, che è venuto dall’Albania per aiutare nel lavoro in parrocchia: il suo servizio fraterno è stato il segno più tangibile e luminoso di amicizia e sinodalità in questo mese).

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