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Dino Buzzati: tra realtà e fantasia

di Paolo Gulisano

C’è uno scrittore straordinario nel panorama della letteratura italiana del ’900, ma di cui si parla poco: Dino Buzzati. Era nato tra le montagne dolomitiche, nel 1906, ma fin da ragazzo la sua famiglia si era trasferita a Milano.
A partire dal 1928 – a ventidue anni – cominciò a collaborare con il Corriere della sera. Divenne presto un giornalista importante. Fu cronista di nera, persino cronista sportivo, immerso nella Milano della buona borghesia, negli anni dell’Italia fascista, romana e imperiale, ma tornava spesso con la fantasia agli scenari alpini della sua infanzia, a un mondo incantato e quasi magico. Una fuga dalla realtà? No: Buzzati rimase un uomo con i piedi per terra, calato nel lavoro intenso della redazione del Corriere, ma il suo sguardo era attratto dal mistero.
Buzzati si rende conto che la maggior parte delle persone vive senza indagare alcun mistero, forse perché esso spaventa portandoci nell’insondabile buio delle nostre insicurezze.
Anch’egli rifuggiva dalle certezze, comprese quelle religiose. Lavorando nel quotidiano laico per antonomasia, si allontana dalla fede cristiana in cui era cresciuto. In realtà, comincia a intavolare un lungo dialogo a distanza con Dio. Non tutti hanno probabilmente compreso il rapporto che c’è tra Buzzati e il trascendente, che traspare da molte sue opere. Un trascendente che si riveste di mistero, come i luoghi dei primi libri, i boschi e le montagne, in cui la semplice ragione non può spiegare ogni cosa, in cui c’è ancora spazio per il meraviglioso, per il miracolo. La letteratura di Buzzati è l’ultimo baluardo del fantastico, dell’immaginario, il luogo dove l’impossibile si fa possibile.
Dietro l’apparente casualità o inspiegabilità di alcuni eventi, il mistero è tangibile e l’uomo ne ricerca il senso spesso uscendone sconfitto.
Nel 1933 e nel 1935 uscirono i suoi due primi romanzi: Barnabo delle Montagne e Il segreto del Bosco Vecchio, opere intrise di fantasia, anzi: di realismo fantastico. Nella solitudine dei boschi e delle montagne, il grande protagonista è proprio il mistero.
Successivamente, proprio all’inizio della guerra, nel 1940, Buzzati pubblica il suo capolavoro: Il Deserto dei tartari.
Il momento storico del Paese non era il migliore per apprezzare un libro come questo, ma negli anni a seguire questo romanzo intriso di profondo simbolismo diventerà una delle opere più significative del Novecento italiano.
Montagna e deserto sono le facce dell’unica metafora della solitudine e i due luoghi figurativi in cui si colloca l’immaginazione metafisica di Dino Buzzati. Una solitudine tutta interiore quella di Buzzati, che traspare nelle opere molto più che nella vita. Il suo lavoro di giornalista lo portava infatti quotidianamente a incontrare numerosissime persone, a calarsi nei fatti di cronaca, nella realtà in tutta la sua concretezza. Durante la guerra fu anche cronista, e quindi testimone della storia che si andava svolgendo.
Tuttavia, nel 1945, al termine di un conflitto spaventoso che in Italia aveva avuto delle conseguenze laceranti, con divisioni politiche e ideologiche che dureranno molto a lungo, Buzzati pubblicò un’opera quasi surreale, un’altra delle sue opere leggere e allegoriche: La famosa invasione degli orsi in Sicilia.
Per Buzzati sembrava quasi impossibile osservare la realtà senza trasfigurarla con la fantasia. Intanto il dovere giornalistico continuava a tenerlo fortemente impegnato nella realtà: si doveva occupare per il Corriere di argomenti disparati che andavano dalla cronaca nera allo sport, dalla critica d’arte – fu egli stesso un interessante pittore – a quella letteraria, da quella teatrale a quella musicale. Un tuttologo, diremmo oggi, ma estremamente documentato e preparato. L’eclettismo era una sua caratteristica. Ebbe a definirsi «un pittore il quale, per hobby, durante un periodo purtroppo alquanto prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista».
Nei suoi racconti brevi, raccolti in volumi quali i Sessanta racconti del 1958, che gli varrà il Premio Strega, o La boutique del mistero, si avverte l’angoscia per una vita alienante quale è spesso quella dell’uomo contemporaneo, scisso da un rapporto con la natura e con il significato ultimo delle cose. I protagonisti di questi racconti sono spesso dei vinti, dei perdenti in cerca di riscatto attraverso una più profonda comprensione della realtà.
In molte sue opere vediamo la vita passare in una lenta attesa, in una ripetizione noiosa, e in un conseguente desiderio di fuga in un imprecisato Altrove.
Come impiegare degnamente l’unica vita che ci è concessa? Il borghese, se può, sceglie di non pensarci e di vivere nell’inquietudine, facendosi schermo della sua stessa ottusità.
Dino Buzzati visse in punta di piedi, e in punta di piedi se ne andò, cercando di non disturbare, ucciso da un cancro nel 1972.
Il suo essere un uomo libero, privo di tessere di partito e di addentellati con i poteri forti, lo rese in ultimo piuttosto solo, trascurato dai colleghi durante la dolorosa malattia.
L’uomo che già insignito del Premio Strega e sulle spalle l’invidia di un’intellighenzia che mal sopportava il suo successo svincolato da lobby e tessere di partito, la notte continuava – come un qualsiasi giovane apprendista – a salire sulle auto della polizia per fare il giro della città e cogliere le notizie di «nera», un uomo che sapeva stare di fronte alla realtà e alla cronaca di tutti i giorni con uno sguardo sempre pronto a stupirsi e a cogliere l’aspetto meraviglioso della vita.

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