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Dirlo chiaro per evitare l’equivoco

Di Paul Ndigi

Così parlo il Missionario

PROVOCAZIONI DI FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

La lingua, come mezzo di comunicazione, è comune a tutti gli esseri viventi.
Tuttavia, l’uomo può vantarsi di essere l’unico a poterla strutturare e articolare.
Perciò, dire che gli uomini comunicano e si capiscono quando parlano, non è affatto una rivelazione. Di conseguenza, basta un equivoco perché la comprensione venga meno e quindi fallisca. In questo caso, si dice di aver interpretato o capito male ciò che è stato detto. Per evitare ciò, alcuni Istituti o illustri personaggi hanno scelto la figura del “portavoce” onde evitare la strumentalizzazione delle loro opinioni. Oltre la lingua parlata, vi sono altri modi di comunicare: i movimenti del corpo, i gesti, gli occhi, ecc. Questa comunicazione non verbale ha delle peculiarità sostanziali. Essendo incompleta e limitata, fatica a trasmettere nello specifico il pensiero dell’altro. Il limite del linguaggio dice il nostro limite. Da qui, l’importanza del logos, della parola, la quale ha un potere straordinario: può costruire, distruggere, guarire: «Dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito» (Mt 8,8). Purtroppo questa importanza della parola nella società liquida, in cui i parametri di giudizio oscillano, è in crisi. E questa crisi non può che avere delle ricadute sul piano linguistico. Negli ambienti sociali e mediatici per esempio, le parole vengono usate con superficialità, violenza, volgarità e aggressività, dimenticando che incidono sulla vita e sulle scelte degli ascoltatori.
In questi ultimi anni stiamo moltiplicando le varie modalità nell’ambito comunicativo sicché si potrebbe parlare della rivoluzione in tale senso. È un’occasione per curare l’uso dei nuovi strumenti di comunicazione. Devono favorire la diffusione di un linguaggio comprensibile e rispettoso, che non sia l’appannaggio degli esperti. Nei nostri ambienti vitali sembra che si impari più a persuadere che a creare i buoni rapporti − a dire la verità − pur sapendo che le persone a cui ci rivolgiamo hanno la loro dignità di essere “pensanti”. Ma allora, ha ancora senso la comunicazione oggi?
A volte, anche le persone della stessa cultura faticano a capirsi, mentre si scambiano vedute su argomenti di comune interesse. La filosofia del linguaggio e i suoi promotori hanno fatto delle proposte per migliorare la comprensione umana, soprattutto per proteggerla da possibili distorsioni ideologiche. Tra queste c’è l’ermeneutica, ossia l’interpretazione, il cui compito è di chiarire meglio il significato di ciò che è stato detto. La chiarezza riduce la distanza fra noi, tra il mittente e il referente, e apre alla possibilità del dialogo. Ed è quello che fa dire al filosofo Hans-Georg Gadamer (1900- 2002) che il linguaggio è per sua natura aperto al dialogo con l’altro. La partecipazione alla vita culturale arricchisce e permette di saper interpretare meglio il nostro mondo.
Urge dunque coltivare una capacità espressiva ben concisa, per una buona comunicazione tra le parti cosi da evitare di chiedersi: “che cosa ha detto?”. L’incomprensione o la falsa interpretazione di cose dette snatura la verità e mette in pericolo la civilizzazione umana che d’altronde corre il rischio del declino. Ritrovare il giusto senso nella comunicazione è un compito a lunga scadenza. Il destino della nostra cultura dipenderà anche da come essa viene trasmessa. Perciò il filosofo Martin Heidegger (1889-1976) scrive: “L’uomo è uomo in quanto parla; cioè quel che costituisce l’uomo è il suo entrare nella storia tramite il linguaggio (In cammino verso il linguaggio, Milano 1988, 27).
L’ermeneutica odierna, non riguarda solo la spiegazione dei testi antichi o il metodo per illustrare brani ambigui, bensì la comprensione, in senso ampio, di ogni contenuto a noi tramandato. La nostra epoca fa più fede a un documento scritto, al foglio di carta, che ad una parola, per evitare una interpretazione erronea.
Come siamo giunti a questo? Qualcuno risponderebbe: “per la durezza dei nostri cuori”. Difatti all’inizio non era così. Se davvero vogliamo recuperare il valore della parola, l’urgenza di un ritorno alle origini si impone. La rinascita di una città inagibile passa dalla sua distruzione, ovviamente in senso lato, per consolidare le sue fondamenta. È quello che il filosofo Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) ha chiamato “ritorno allo stato di natura”.
Quello che non serve va eliminato, scartato. E lo scarto ha a che fare con la scoperta. Nel nostro caso, la scoperta è cancellare la distanza fra l’autore e l’interprete per giungere alla verità. L’interesse per la verità non è una prerogativa esclusiva degli esperti, richiede la partecipazione di tutti gli uomini di buona volontà. Sarebbe un maggiore bene evitare ad esempio di trasferire nelle nostre conversazioni certe connotazioni o ambiguità di parole che usiamo anche nel linguaggio ordinario. Ludwig Wittgenstein (1889- 1951), uno degli esponenti della filosofia del linguaggio, sentenziava nel suo libro Tractatus logico-philosophicus: «Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere».

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