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Discepolo

Di Terenzio Pastore

«La guarigione del cuore comincia dall’ascolto» (Papa Francesco). Apprendere e insegnare l’arte dell’ascolto è la medicina che guarisce la vita e il mondo. Ascolto di Dio e dell’uomo.
Ascoltare. Non: limitarsi a sentire.
Aprire la mente e il cuore, prestare attenzione, prendersi cura. Non: idolatrare la propria opinione, azionare continuamente la lingua, prendere le distanze.
Dal dialogo al costruire ponti. Non: dal parlare all’alzare muri.
Ciò che l’Altro e gli altri mi comunicano può essere luce e suscitare cambi di direzione.
La fede del popolo d’Israele prescrive la “medicina” due volte al giorno, mattina e sera. La “medicina” è lo “Shemà”, così chiamato dalla parola con cui inizia questa preghiera. C’è chi, assumendola, si copre gli occhi, per evitare le distrazioni causate dalla vista, e chi non rinunzia alla “terza dose”, prima di andare a dormire. “Shemà”, cioè “Ascolta”, perché sono parole rivelate da Dio. Ascolta che il nostro Dio è uno. Benedicilo. Amalo totalmente. Insegna ai tuoi figli ad amarlo, ripetendo queste parole «quando riposi in casa, quando cammini per la strada, quando ti addormenti e quando ti alzi»: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze». Ricorda l’insegnamento e le opere di Dio, e fidati sempre di Lui: non rivolgerti ad altri dei.
Gesù ci consegna il “Padre nostro”.
Anche qui, parole rivelate da Dio. Ci impegniamo ad ascoltare pregando: «Sia fatta la tua volontà». Ci impegniamo, cioè, a non essere frettolosi, superficiali, a evitare il rischio di fare quel che ci pare e piace. Ci impegniamo ad impiegare del tempo per comprendere cosa il Padre vuole da noi. Tra le richieste, quella del perdono è vincolata. E il Padre non è disattento a ciò che noi, suoi figli, gli domandiamo: «Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». Sblocchiamo il suo inesauribile amore misericordioso solo sintonizzando il nostro agire sulla sua stessa lunghezza d’onda. Altrimenti, non se ne fa nulla!
La prima parte dell’“Ave o Maria” evidenzia il primato dell’ascolto, verso Dio e il prossimo. Il saluto dell’angelo è un invito alla gioia. Più che un “Ave” è un “Rallegrati”, “Esulta”. Il motivo è la presenza del Signore. Se Lui è con noi, «nulla è impossibile». Se scegliamo di essere strumenti del Suo amore, se ci rendiamo disponibili a fare la Sua volontà. Come Maria. Il testo della preghiera riprende subito dopo le parole di Elisabetta, che riconosce in Maria e in Colui che ha in grembo la benedizione di Dio, il manifestarsi del Suo agire. Parole che chissà quante volte abbiamo ripetuto. Parole che, se pronunziate con consapevolezza e fede, non solo rievocano il “Sì” della nostra Mamma, ma suscitano e alimentano il nostro.
Siamo chiamati ad allenarci, giorno per giorno, perché l’ascolto abbia il primato. Il primo posto. Per essere, come ricorda San Giacomo, pronti” ad ascoltare e “lenti” a parlare. Non il contrario.
Accogliere “con docilità” la Parola − continua l’apostolo (cfr. Gc 1,19-27) − porta “alla salvezza”. La docilità si traduce nel “mettere in pratica la Parola”. Il limitarsi all’ascolto sarebbe solo un’illusione, non condurrebbe alla “felicità” del vivere secondo Dio.
San Giacomo precisa che il “mettere in pratica la Parola” porta a “frenare la lingua”. A frenare, cioè, l’arroganza, la presunzione, il giudizio, l’orgoglio. A frenare il nostro sentirci superiori agli altri e, persino, a saperne più di Dio. Una frenata possibile grazie a un cuore in via di guarigione: la lingua, sua ambasciatrice, non consegnerebbe più dichiarazioni di guerra.
Il “mettere in pratica la Parola” porta, inoltre, a “visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze”. Porta a farsi dono. Ad assumere come proprie le necessità altrui. Senza preferenze, né scelte di comodo, senza fermarsi a coloro che conosciamo e neppure a coloro che si sono presi cura di noi. Si allargherebbero, invece, gli spazi del nostro cuore, per includere tutti. Gli orfani e le vedove erano gli ultimi della società del tempo.

L’ascolto ci rende discepoli.
C’è da allenarsi. Con pazienza. Ad ascoltare e mettere in pratica. Senza desistere quando riscontreremo difficoltà e cadute. Eh, sì: le riscontreremo.
L’ascolto della voce di Dio e l’impegno a mettere in pratica la Sua Parola porterà frutti sempre più abbondanti di pace, di gioia, di amore. Donerà un cuore nuovo.
L’altro diventerà una sorella o un fratello con cui costruire comunione. Una sorella o un fratello da ascoltare e da servire.

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