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Don Mario Dariozzi e l’ospedale San Gaspare

Da Redazione

Il 19 Dicembre 2022 è salito al cielo il Missionario del Preziosissimo Sangue Don Mario Dariozzi. Pubblichiamo l’articolo che lui scrisse in occasione dei 30 anni dell’ospedale San Gaspare in Tanzania.

Erano trascorsi una diecina d’anni dall’inizio della Missione in Tanzania, iniziata nel 1966. Ci sentivamo come missionari pieni di energia e di entusiasmo: avevamo costruito scuole, chiese e scavato pozzi ed avevamo istallato vari mulini a vento per assicurare l’acqua da bere agli abitanti ed agli animali domestici in molti villaggi. Ma un’altra necessità balzava ai nostri occhi: tante persone venivano alla Missione per essere curate, tanti bambini morivano perché la malaria faceva una vera “strage di innocenti”. Già nelle visite ai villaggi, sacerdoti e suore portavamo medicinali da distribuire in maniera un po’ “fai da te”. Un punto sicuro ed operativo ogni giorno, al centro di quella savana, dove andare per curarsi ed essere aiutato a prevenire tante malattie con l’aiuto di un medico e di infermieri professionali in aiuto alle Suore: un Ospedale sarebbe stato la soluzione per alleviare tante sofferenze.
Abbiamo prima sognato, poi realizzato qualcosa che ha del prodigioso: partire per realizzare un’opera così grande e costosa richiedeva tanta prudenza e lungimiranza. In quel periodo (1978-1986) io ero stato eletto come direttore provinciale della provincia italiana della Congregazione, perciò mi è stato più facile portare avanti il progetto dell’Ospedale.
Ma per dare inizio alla costruzione dell’Ospedale avevo bisogno della cooperazione preziosa del direttore della nostra rivista “Primavera Missionaria”, attraverso la quale si raccoglievano le offerte per sostenere le nostre missioni. Avrebbe dovuto raccogliere e sostenere con le offerte la realizzazione di quella grande opera e non era uno da farsi convincere facilmente: don Raffaele Bernardo era una persona straordinaria per le sue capacità intellettuali e organizzative, che ha sempre profuso generosamente per la diffusione della devozione a S. Ga spare ed il sostegno alle opere di bene verso i poveri, ma la sua prudenza nelle scelte dei progetti da realizzare era veramente oculata. In ogni angolo d’Italia arrivava la sua “Primavera Missionaria”, foglietto con le notizie riguardanti la Missione in Tanzania. Ero convinto che i benefattori avrebbero accolto e sostenuto generosamente il progetto dell’Ospedale.
Don Raffaele mi ha ascoltato e, piano piano, sono riuscito a convincerlo di collaborare per la costruzione dell’Ospedale. Questo nostro patto di collaborazione doveva poi essere presentato ad una Assemblea legislativa della Congregazione stessa che doveva sancire con una votazione il permesso di poter compiere l’opera. Ciò avvenne nel 1982: si poteva partire per la grande avventura!
Il progetto, elaborato dal volontario missionario ing. Vincenzo Forlenza, ha preso il via con la collaborazione di tanti volontari che hanno donato il loro tempo ed energie alla preparazione del suolo per la costruzione, alla raccolta della sabbia e del ghiaietto, necessari per le gettate di cemento per le fondazioni.
Uno dei nostri sacerdoti missionari, don Giovanni Valenzano donò sei mesi del suo tempo per coordinare il lavoro di preparazione del terreno della savana, di circa 20 ettari, per la costruzione dell’Ospedale che il governo locale, molto compiacente, ci ha concesso. La raccolta della sabbia che bisognava reperire nei letti dei torrenti della savana e del ghiaietto che veniva preparato dalla gente locale, soprattutto donne e bambini, che con un martello di fortuna rompevano in piccoli pezzetti pietre di granito, occupava intere giornate di duro lavoro.
Questi pezzetti di pietra venivano portati alla Missione dentro un secchio tipico, diventato un’unità di misura e chiamato “debe”. Questo lavoro per molti costituiva il pane quotidiano.
L’esempio di don Giovanni fu seguito con entusiasmo da tanti altri che hanno donato tempo e intelligenza per la realizzazione di questa meravigliosa opera.
Il Governo locale si è mostrato subito molto compiacente e ci ha concesso un terreno, adiacente alla Missione di circa 20 ettari La struttura dei vari reparti e la fornitura di attrezzature ospedaliere e dei ferri chirurgici per la sala operatoria sono state seguite dai dottori dell’Ospedale “Gemelli” di Roma: dott. Rosario Sacco, dott. Stefano Bolognini e da tanti altri dottori che volontariamente donavano qualche mese di ferie offrendo la propria preziosa opera sanitaria e che con me avevano stabilito una squisita e disinteressata collaborazione.
La frequenza giornaliera di chi chiedeva di essere aiutato, perché malato, era altissima: le Suore infermiere ed i dottori visitavano oltre quattrocento persone al giorno. Chi necessitava di visite approfondite veniva ricoverato in Ospedale e a tutti gli altri si somministravano gratuitamente le medicine adatte al loro caso. Uno spettacolo che aveva del penoso da un lato, ma anche del gioioso nel vedere il sorriso sui volti di chi tornava a casa contento di aver trovato qualcuno che si era interessato al suo caso e l’aveva curato. A tutti si impartivano raccomandazioni e istruzioni per prevenire le malattie, evitare l’infezione alle gambe graffiate dagli sterpi della savana (la piaga tropicale, tanto diffusa), far bollire l’acqua prima di berla, non seguire le tradizioni locali che applicano cure drastiche sul punto dove c’è il dolore, creando danni maggiori: fare incisioni dove si sente il dolore, come tagli sulla fronte per un forte mal di testa, interventi sulla faringe se si ha mal di gola. Una Suora ebbe molta difficoltà a spiegare l’uso di supposte per curare il mal di gola!!!
L’incidenza umanitaria e sociale di questa nuova realtà ha trasformato completamente l’aspetto urbano della cittadina di Itigi. In brevissimo tempo tutta la zona adiacente all’area dell’Ospedale si è popolata di case, piccoli hotel, negozi che vendono cibo ed ogni oggetto per la casa. Per capire la cultura locale nei confronti della medicina è da ricordare la costruzione di un Ospedaletto, fatto con mattoni di fango, al di là della strada prospiciente l’Ospedale, da un medico-stregone locale il quale diceva: «Quando i medici “bianchi” non riescono a curare un ammalato egli venga da me che lo guarisco io con le medicine locali». La sfida è andata avanti per un po’ di anni poi lo stregone è andato altrove per mancanza di clienti!

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