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Don Pietro Spina

Da Giandomenico Piepoli

Nacque il 21 aprile 1799 a Castellone, borgata del golfo di Gaeta, che, subito dopo l’unità d’Italia, congiunta con la vicina Mola, prese l’antico nome di Formia. I suoi genitori, Giuseppe e Francesca Antonia Rogano, benestanti, si distinguevano per rettitudine ed autentica religiosità. Sin da piccolo, Pietro crebbe con una spiccata inclinazione alla vita cristiana e alla ricerca delle realtà eterne. Don Giovanni Merlini lo descrive “amante del ritiro e della solitudine, se ne andava in campagna… e dilettavasi della campagna”. Fu anche molto sensibile ai vicini per i quali manifestò sempre grande disponibilità dimenticando la propria vita. Sbocciò così in lui la vocazione al sacerdozio. Si applicò allo studio delle discipline sacre e indossò l’abito talare. Ma, arrivato alla soglia del sacerdozio, “non sapeva decidersi” pensando alla propria indegnità e debolezza.
La Missione, che nel gennaio del 1824 chiamò a Castellone don Gaspare del Bufalo con un manipolo di Missionari, decise del suo avvenire. Pietro vi partecipava assiduamente. Don Gaspare lo invitò a far da lettore durante la mensa dei Missionari, secondo la prassi di quei tempi. Venne a contatto più diretto con la spiritualità di quegli uomini che, non legati da voti, erano un cuor solo nel vincolo della carità. Pietro osservava in silenzio e rifletteva. Per temperamento non era affatto propenso a facili entusiasmi, ma quel modo di vivere in una comunità apostolica nel vincolo spirituale dell’amore fraterno, lo attrasse e fece dissolvere i suoi dubbi. Vedeva aperta la via per il suo sacerdozio. Fra i Missionari ve n’era uno che più degli altri conquistava la sua simpatia: era don Vincenzo Fontana, uomo saggio e pieno di bontà, dai modi semplici. La stessa sera del suo arrivo a Castellone gli si erano presentati degli individui a consegnargli armi proibite da spezzare dinanzi alla statua della Vergine. A lui dunque il giovane aprì il suo cuore e chiese l’ingresso nell’Istituto. Così racconta don Pietro nel processo di Albano per la beatificazione del Canonico Gaspare del Bufalo: “Sul finire della Missione mi determinai di unirmi ai Missionari, piacendomi la loro Congregazione perché non aveva voti; e ne feci parlare al Venerabile, per mezzo del Canonico Fontana; ed ebbi in risposta per mezzo del Sig. Canonico Betti che, qualora volessi io entrare in Congregazione, lo avessi seguito nelle Missioni di Lenola, ove egli andava”. Don Pietro accettò la prova e rispose con prontezza distaccandosi da tutto.
A Lenola, paesetto della sua stessa diocesi, fece conoscenza con un uomo che alla dottrina e santità univa un carattere risoluto e volitivo, ma, nello stesso tempo, pieno di comprensione e di mitezza: il Missionario don Giovanni Merlini, accorso da Sonnino verso la fine della Missione, per supplire don Betti infermo. Terminato pertanto il ministero a Lenola, Pietro si mise in cammino col suo maestro e giunse alla vicina Casa di Missione di Vallecorsa, ove don Merlini doveva predicare la Quaresima. Era il 24 febbraio 1824: per il giovane fu l’inizio della vita nuova.
Con Domenico Silvestri, Pietro Spina fu tra i primi ad entrare nel Convitto che don Gaspare pensò di istituire per formare nuovi operai per il futuro dell’Opera. L’idea fu di avere il Convitto accanto ad ogni Casa di Missione, o almeno alle più grandi, nel quale dei giovani avviati agli studi sacri venissero formati alla vita sacerdotale e missionaria. Animato in ciò anche dal Papa Leone XII, don Gaspare si dedicherà con slancio e amore, per il resto della sua vita, alla realizzazione di questo disegno; scriverà di proprio pugno regole per i giovani e direttive per i loro educatori, non badando a critiche giunte anche dai più vicini. Il primo Convitto vero e proprio fu istituito nel 1825. Ma già l’anno precedente don Gaspare cominciò ad accettare alcuni giovani come Convittori, “i quali – informa don Beniamino Romani nel processo di Albano – non si tenevano in un Convitto formale, ma, convivendo con gli altri di Comunità, si sperimentavano nella vocazione, ed affidati a qualche Missionario, ricevevano l’istruzione di cui erano capaci”.
Pietro Spina seguì il periodo della formazione per circa un anno, prima sotto la direzione di don Giovanni Merlini, in Vallecorsa, e poi con don Innocenzo Betti, in Frosinone. Durante quel tempo completò i suoi studi e prese conoscenza dello spirito dell’Istituto: né si fermò ad una formazione teorica, ma ne fece anche esperienza pratica sotto la guida dei suoi abili educatori. Così, per esempio, dopo Pasqua, “per fargli prender gusto al ministero”, don Giovanni Merlini lo condusse con sé alle Missioni di Roccaguglielma, Morino e Givitella-Roveto, in Abruzzo, e gli assegnò il compito di “far la dottrina: nel che riuscì con gradimento ed edificazione”.
Ordinato sacerdote e abilitato alle confessioni, indossò il Crocifisso di Missionario il 21 marzo 1825. Sarebbe difficile, se non impossibile, seguire don Pietro Spina nella vasta gamma di ministeri e di compiti che la Congregazione gli offrì. In ognuno di essi lavorò seriamente e decorosamente. Tuttavia il settore in cui più si distinse fu l’attività interna, vale a dire gli uffici di Comunità, e specialmente l’Economato. Don Gaspare, che a questo delicato incarico attribuiva un’importanza determinante per la vita dell’Istituto, glielo affidò, fin dai primi mesi del suo sacerdozio, per la Casa di Sermoneta. In seguito lo mandò a Terracina, Nepi, Pievetorina, Frosinone ed in altre Case. Nell’amministrazione di don Pietro spiccavano l’esattezza e l’ordine. I documenti di Archivio costituiscono un bell’esempio di accuratezza ed eleganza, nella grafia, nel riportare le varie voci e nella nettezza dei registri di quei tempi lontani. Tutto rivela precisione e impegno nel servizio della Comunità, premura per gli interessi dell’Istituto e il bene dei Confratelli. Sempre pronto a servire gli altri con grazia e buon umore, fu ricco di autentiche e solide virtù; la generosità, insieme all’amore fraterno, sostenevano le Case ad abbracciare la povertà, quando tutti erano tenuti ad amministrare con somma attenzione perfino le briciole. Testimonianze riferiscono che spesso don Pietro metteva anche mano alle sue tasche e riusciva pure ad indirizzare all’Istituto il di più degli economati delle Case di Missione. Don Gaspare gli affidò le intricate faccende di ben tre Case, dove erano in corso nuove costruzioni e lavori di restauro: don Pietro, pur rimanendo membro della Comunità di Sermoneta, doveva correre a Vallecorsa e Frosinone, per mandare avanti quelle “fabbriche”, e di lì tornare nella sua residenza, perché un mucchio d’impegni lo reclamavano urgentemente. Sebbene richiesto in tante faccende amministrative, don Pietro non trascurò il primo scopo della vita missionaria: il ministero della parola.
Lo realizzò con grande impegno e sacrificio, sempre nell’obbedienza, nonostante due grosse remore: la sua timidezza, il sentimento d’inferiorità e la poca salute.
Don Gaspare con don Giovanni Merlini, nostri maestri spirituali, lo sostennero e lo accompagnarono amorevolmente con grande sollecitudine ed energia. Riguardo alla salute, diversi disturbi e una sofferenza profonda segnarono la sua vita e la sua vocazione apostolica rendendolo vittima più simile al Signore. Fu la rotta che lo portò in porto, illuminata da un sincero e fiducioso affetto non comune di cui don Gaspare lo circondò. La replica di don Pietro fu manifesta nel pianto con cui egli accolse con i Confratelli la salma del Fondatore che da Roma fu trasportata ad Albano. Dopo la morte di don Gaspare, il nostro don Pietro continuò ancora per lunghi anni il suo apostolato, conservando nel cuore preziose memorie con quanto la croce d’ogni giorno gli donava. La Casa che più delle altre poté godere della sua attività e dei suoi esempi fu quella di Frosinone, dove tutti lo amavano e stimavano, e dove, il 24 febbraio 1865, giunse al termine dei suoi giorni.

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