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E se Thomas Hobbes avesse ragione?

di Paul Ndigi

Non è tutti i giorni che un documentario, una pubblicazione oppure un racconto ottiene successo di fronte a osservatori critici e avvertiti. Homo homini lupus è un’espressione latina attribuita al commediografo Plauto e diventata in età moderna uno dei pilastri del pensiero etico, giuridico e politico di Thomas Hobbes (1588-1679). Sta a sottolineare la malvagità e la malizia dell’uomo verso l’altro che non manca di ostacolare e abusare, perché bramoso di possedere il massimo delle risorse. Solo che la bramosia del possesso provoca violenza, prevaricazione e morte.
Seneca, diversamente da Hobbes e, riprendendo in un certo modo l’insegnamento biblico, pensa che homo sacra res homini. Ovvero l’uomo è una cosa sacra per l’uomo. Se si può trasformar il fango in un pozzo d’oro, il lupo, mediante un processo di domesticazione, può convivere con l’uomo. Quindi oltre al pelo può perdere anche il vizio perché domato. Quindi non tutti sposano la visione hobbesiana. Già nell’epoca classica Aristotele riteneva che l’uomo avesse dentro di sé un’innata tendenza sociale.
A favore di questa tesi, più recentemente grazie a studi di neuroscienza e psicologia si è riuscito a dimostrare come, a differenza della tesi di Hobbes, l’uomo allo stato di natura è portato naturalmente a socializzarsi, a ricercare i suoi simili. Secondo questi studi, infatti, per l’essere umano è primaria la necessità di sentirsi parte di un gruppo; alcuni studi dimostrano che il nostro cervello si è sviluppato così come lo conosciamo in seguito alla necessità di comprendere il modo di interagire con gli altri esseri umani: si parla infatti del cosiddetto cervello sociale.
Di recente, il filosofo Doumochel, riprendendo la tesi hobbesiana, ha cercato di dimostrare come la teoria dell’homo homini lupus sia nata in un’epoca in cui sicuramente Hobbes era influenzato dalla violenza che regnava in Europa per via delle guerre. Per cui, l’uomo opponendosi alla proprietà privata e agli averi altrui, tende ad utilizzare la forza per procurarsi ciò che vuole. Ma ogni cosa non può essere di tutti, anche quando tutti cercano di ottenerla. Ne consegue un senso di paura, insicurezza e lotta continua. Al di là degli aspetti culturali che nel tempo hanno indubbiamente influenzato la nostra percezione del lupo in senso lato, la cattiva fama della specie in termini di pericolosità ha radici profonde. Tuttavia, l’analisi antropologica condotta da Hobbes è disarmante, in quanto delinea i limiti e le debolezze della natura umana con una lucidità che potremmo definire cruda e tagliente. È un’esperienza di vita, un modo per riflettere sulle peculiarità della nostra specie e sui nostri rapporti. È impossibile dunque non rimanere affascinati dall’obiettività della sua antropologia, presentata con un linguaggio accessibile.
Ma siamo davvero in grado di smentire oggi questa sua visione dell’uomo?
Guardando attentamente intorno a noi, senza disprezzare il risveglio etico e morale, lo sviluppo tecnologico e scientifico, possiamo percepire che la violenza, la prepotenza schiacciante, non siano fatti lontani dalla nostra era. Questa violenza che ha superato i confini geografici, si manifesta in diversi modi: è fisica, psicologica, verbale, economica, politica e via dicendo. Fin quando il più forte continuerà a prosciugare le risorse del povero, lasciandolo soltanto i detriti, sfruttandolo, facendogli abbandonare persino la sua cultura, l’uomo non cesserà di essere un lupo per l’altro. È l’interpellazione che fa Jean-Marc Ela nel suo libro Le cri de l’homme africain. Bisognerebbe, come un archeologo, rispolverare alcune pagine di Hobbes, ripartendo dall’uguaglianza di cui ha parlato anche J. J. Rousseau, per ridurre la discriminazione barbarica che invade i nostri ambienti. Quest’esercizio ci aiuterà a rivalutare la vera finalità del vivere insieme, ovvero la realizzazione della civiltà dell’amore. Ne trarremo sicuramente dei vantaggi.
Questa concezione dell’uomo non fu espressa solamente da Hobbes, ma anche da altri filosofi come Francis Bacon, Erasmo da Rotterdam e John Owen.
Secondo Hobbes, la natura umana è fondamentalmente egoistica, e a determinare le sue azioni sono soltanto l’istinto di sopravvivenza e di sopraffazione. Egli nega che l’uomo possa sentirsi spinto ad avvicinarsi al suo simile per un amore naturale. Se gli uomini si legano tra loro in amicizie o società, regolando i loro rapporti con le leggi, ciò è dovuto soltanto al timore reciproco. Nello stato di natura vige la lotta di tutti contro tutti, cioè ognuno cerca di danneggiare e di eliminare chiunque lo ostacola a soddisfare i suoi desideri. Di conseguenza, il prossimo è visto come un potenziale nemico da abbattere. Un tale stato rimane in una guerra continua di tutti contro tutti, dove non esiste torto o ragione ma solo il diritto del più forte su tutti. Se l’uomo usasse la recta ratio, togliendo l’istinto di sopravvivenza, uscirebbe da questa cultura di violenza che continua ad invadere il nostro quotidiano: questo principio razionale è alla base della legge naturale che mira a sottrarre l’uomo dall’influsso degli istinti. Detto ciò, l’uomo può cambiare? Potrà un giorno spogliarsi di questa veste di lupo ed indossare almeno quello dell’agnello? La conversione è possibile? Davvero Hobbes ha ragione?

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