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Il canto di una terra

Di Federico Maria Rossi

L’8 settembre 1841, a Nelahozeves, un villaggio nei pressi di Praga, nasce Antonín Dvořák. L’aria di quel paesino — piccolo, ma vibrante di musica — non lascerà mai Dvořák, che resterà sempre fedele al suo Paese, alla sua terra, alle sue radici, tanto da affermare che «un artista ha anche una patria, nella quale deve avere una ferma fede: per lei deve ardere il suo cuore!».
Dvořák nasce in una famiglia piccolo-borghese, che non soffre la fame, ma che non ha i mezzi economici per sostenere gli studi musicali che servirebbero al ragazzo, ma gli amici — e lo zio — convincono il padre del giovane Antonín a lasciar partire il ragazzo per Praga, «in modo da poter studiare seriamente». Nella capitale ceca, Dvořák cresce tra lezioni e ristrettezze economiche, tra la difficoltà di dover usare il tedesco e la gioia dei primi lavori: suonatore di viola «in diversi caffè e posti pubblici» e in un sestetto presso un manicomio, per arrotondare. Eppure, se mancano i soldi in tasca («Sopra ogni cosa mi proponevo di sentire un’opera. L’ingresso costava 10 kreutzer: poco, ma io non li avevo») non mancano il desiderio e la passione di ascoltare quanto più possibile, di tradurre in note quel mondo che Dvořák portava negli occhi, nelle orecchie e nelle mani. Fu Bedřic Smetana, direttore del Teatro Nazionale Provvisorio di Praga dal 1866, a infondere nel giovane Dvořák l’amore e l’interesse per le melodie popolari, che egli usava come fonte di ispirazione. Da allora, e per tutta la vita, «nella musica del compositore ceco troviamo essenzialmente la testimonianza di un uomo innamorato della sua storia, della sua terra, della sua tradizione, dalla quale deriva la linfa vitale, creativa».
Per questo possiamo immaginare la riluttanza di Dvořák, ormai affermato compositore, ad accettare l’incarico di direttore del Conservatorio Nazionale di Musica a New York, propostogli dalla fondatrice e mecenate Jeannette Thurber nel 1891. Ma, dopo qualche tentennamento, Dvořák si trasferirà nel Nuovo Mondo, con la moglie e due figli, per tre anni, dal 1892 al 1895. Durante la residenza negli Stati Uniti, il compositore ceco rimane affascinato dalle musiche popolari di quei luoghi, dai negro spirituals alle melodie tradizionali degli indiani d’America. E saranno proprio queste linee melodiche ad essere fonte di ispirazione per quello che è il lavoro sinfonico più conosciuto di Dvořák, la Sinfonia n. 9 in mi minore “Dal nuovo mondo”.
Non è un’opera semplice, ma è struggente ed energica insieme, morbida e malinconica, espressiva ed esplosiva. Ed è così ricca perché, se da un lato esprime l’interesse di Dvořák per le nuove forme musicali incontrate nel Nord America, dall’altra fa trasparire tutta la nostalgia che l’autore provava per la sua patria. Egli stesso scrive nell’introduzione alla sinfonia: «Ho scritto semplicemente temi originali incorporando le peculiarità della musica degli Indiani e, usando questi temi come soggetti, li ho sviluppati con tutte le risorse dei ritmi moderni, dell’armonia, del contrappunto e del colore orchestrale». La Sinfonia si articola nei quattro movimenti consueti: se l’Adagio introduttivo è sussurrato e misterioso, l’Allegro molto si riempie subito dell’energia di un’orchestrazione piena di forza, le cui esplosioni dialogano armonicamente con la delicatezza lirica del secondo tema. Il Largo del secondo movimento si ispira al funerale di Minnehaha, eroina del poema “Il canto di Hiawatha” di H. W. Longfellow: la melodia dei corni, sul velluto degli archi, è dolcezza distillata e pathos e struggimento. Lo Scherzo è una nuova sferzata di energia, capace di intessere ritmi percussivi e intermezzi lirici. Ma è l’Allegro con fuoco del Finale il vero «fulcro dell’intera composizione», dove un incipit poderoso (e conosciutissimo) è preludio al riproporsi dei temi già presentati nei movimenti precedenti, che si rincorrono e si intrecciano in «un’apoteosi gioiosa, l’apice e il riassunto ideale dell’intera composizione».
Sì, Dvořák, come ha scritto Luigi Giussani, ha «conservato per tutta la vita la gioia di vivere di un bambino» — e l’ha trasfusa nella sua musica. In questo tempo di guerre e di Risurrezione, di morti e di Pasqua possiamo essere consolati e ispirati dalla musica di questo uomo piccolo e grande, legato alla sua terra, una musica «tutta pervasa da una leggerezza che è dell’uomo semplice, che si affida alla sorgente della letizia».

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Dvořák – Symphony n°9 – NYP / Bernstein

Antonín Dvořák, Sinfonia n. 9 in mi minore Op. 95 “Dal nuovo mondo”

  La semplicità e l’amore per la vita e per la patria di Dvořák si trasfondono nelle linee melodiche della Sinfonia n. 9, che fondono negro spirituals, melodie tradizionali degli indiani d’America e canti popolari cechi in una rielaborazione originale dell’autore. L’anelito alla vita — a una vita bella e piena! — di Dvořák ci accompagni in questo tempo di morti e di Risurrezione, di guerra e di Pasqua.

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