Primavera Missionaria News. Dal 1953 la voce di San Gaspare nel mondo

Il genio della nostalgia

Di Federico Maria Rossi

Perché leggiamo Tagore, Leopardi, Pascoli, Szymborska? Perché un adolescente arrabbiato ascolta gli Offspring e i System of a Down? Perché un bambino chiede ancora e ancora alla mamma: «Raccontami una storia»? Perché le distorsioni e le batterie furiose dei gruppi punk danno sfogo alla rabbia e alla paura di un corpo che cambia e di un giovane uomo che prova a trovare il suo posto in un mondo che gli va stretto. Perché nella storia della mamma il bambino sogna e vive in anticipo ciò che sente di essere promesso anche a lui. Perché Tagore, Leopardi, Pascoli, Szymborska riescono a dire quello che proviamo dentro e spesso non riusciamo ad esprimere.
Scrive Anna Achmatova nel 1957: «Nei terribili anni della [purghe staliniane] ho trascorso diciassette mesi a fare la coda presso le carceri di Leningrado. Una volta un tale mi “riconobbe”. Allora una donna dalle labbra bluastre che stava dietro di me, e che, certamente, non aveva mai udito il mio nome, si ridestò dal torpore proprio a noi tutti e mi domandò all’orecchio (lì tutti parlavano sussurrando): “Ma lei può descrivere questo?”. E io dissi: “Posso”. Allora una specie di sorriso scivolò per quello che una volta era stato il suo volto».
Anche nella disperazione, quando troviamo qualcuno che riesce a esprimere il nostro mondo interiore — soprattutto quando è “troppo”, troppo doloroso o troppo luminoso —, allora «un sorriso scivola» sul nostro volto. Perché non siamo più soli, perché qualcuno ha detto quello che ho dentro e adesso è anche lì fuori e lo posso condividere. Ora, don Luigi Giussani va oltre e scrive: «Nella vita della natura c’è un ruolo che è creativo di umanità: quello del genio. Il genio è un carisma eminentemente sociale, più acuto degli altri, e gli uomini si sentono più espressi nella sua creatività che neanche se si mettessero a esprimersi da soli».
La musica di Chopin è così: è un’espressione viva e concreta della malinconia e della nostalgia che, prima o poi, ogni uomo porta nel cuore. Nell’epoca in cui il pianoforte finalmente si svincola dal clavicembalo e assume una dignità tutta sua, Chopin prende questo strumento e lo rende canale per distillare le emozioni dello struggimento umano. Nell’epoca del Romanticismo, Chopin, quasi «istintivamente» e non in modo programmatico, innalza un canto e una bandiera alle profondità tragiche dell’animo umano.
Se i due concerti per pianoforte e orchestra (op. 11 e op. 21) sono dei lavori splendidi, anche se poco noti, è nelle «piccole forme», nei brani di breve durata e per pianoforte solo, che Chopin rivela tutto il suo genio. Sono componimenti «che accompagnano il compositore polacco per tutta la vita» e che «diventano come le pagine del diario che l’artista annota nel corso del suo viaggio creativo». Per Liszt, i preludi di Chopin sono «poetici, cullano l’anima in sogni dorati e l’innalzano oltre le idee». Le mazurke ricordano «brevi racconti senza parole, dalla forma semplice e concisa». Le polacche di Chopin non sono affettate, ma nella loro musica eroica risuona un senso di ferma determinazione e di «galanteria». I notturni sono riflessioni intime in cui i tormenti del giorno trovano sfogo e consolazione. E i valzer trascendono la loro forma classica: non sono più un «sottofondo» per danzare, ma acquistano una dignità propria, trovano «qualcosa da dire».
Non c’è solo malinconia nelle note di Chopin: c’è la passione della polacca n.7 op. 53; c’è la cicatrice di un dolore del preludio op. 28 n. 4; c’è il lirismo fluido dell’impromptu «Fantasie» op. 66; c’è l’energia esplosiva dello studio «Rivoluzionario» op. 10 n. XII; c’è la dolcezza struggente della ballata n. 1 op. 23. E poi c’è l’inarrestabile insistenza della «goccia d’acqua» del preludio op. 28 n. 15. Scrive don Giussani: «Una volta, improvvisamente, mi sono accorto che la bellezza [di questo] preludio di Chopin era apparentemente determinata dalla melodia di primo piano – che ha delle variazioni bellissime –, ma l’attrattiva del pezzo, la profondità del pezzo, la verità del pezzo era in una nota che partiva leggerissima e poi cresceva, cresceva, cresceva, sempre quella». In questa ripetizione sta, per don Giussani, il senso della vita: non in variazioni vistose ed apparenti, ma in una ricerca insistente, continua, quasi ossessiva, di felicità.

Condividi          

Fryderyk Chopin

Chopin incarna il «genio», come direbbe don Giussani, la capacità di esprime la malinconia e la nostalgia che, prima o poi, albergano nel cuore di ogni uomo. E la sua musica ci permette di dare corpo a quello che non riusciamo a mettere in parole.

Playlist YouTube

Editoriale

Password

Colloqui con il padre

Altri in evidenza

Altri in evidenza

Nel segno del sangue

Ultimo numero

Nel Segno del Sangue

La nostra voce forte, chiara e decisa sulla società, sul mondo, sull’attualità, sulla cultura e soprattutto sulla nostra missione e vita spirituale come contributo prezioso alla rinascita e allo sviluppo della stessa Chiesa.

Abbonati alle nostre riviste

Compila il modulo on-line con i tuoi dati e riceverai periodicamente il numero della rivista a cui hai deciso di abbonarti.

Le nostre riviste

Primavera Missionaria: il bollettino di S. Gaspare
Nel Segno del Sangue: il magazine di attualità dell’USC
Il Sangue della Redenzione: la prestigiosa rivista scientifica.

Copertina Primavera Misionaria
Copertina Nel Segno del Sangue
Copertina Il Sangue della Redenzione