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Il rumore e Riccardo

di Claudio Capretti

Ciò che ti rimane impresso la prima volta che entri dentro un carcere, è il rumore secco e violento dei cancelli che si chiudono alle tue spalle. È essenzialmente questo specifico aspetto a non farti dimenticare la particolarità del luogo che stai attraversando. Anche dopo aver svolto il servizio di volontario carcerario, il rumore dei cancelli continua a risuonare implacabilmente dentro di te e con esso, anche le storie delle persone detenute che hai incontrato. Sembra che questi − il rumore − sia l’unico e incontrastato signore di questo piccolo e discriminato luogo chiamato carcere. Un rumore che non ha bisogno di fare grandi discorsi perché quel colpo secco, dice molte della tua vita. Anch’io, specie all’inizio del mio volontariato, il rumore mi parlò in modo provocatorio ponendomi queste domande: «Ma chi te lo fa fare a venire qui dentro? Questa gente è senza Dio e quindi senza speranza. Non stai perdendo il tuo tempo?». E ancora: «Vieni qui per autocelebrarti e per farti dire che sei una brava persona? Non sarai mica un ipocrita matricolato? Non hai altri palcoscenici per rappresentare il tuo buonismo?». Solo con il tempo, compresi che dovevo imparare a gestire quel rumore, come capii che quelle domande scaturite dalla paura generata da quel tipo di rumore, avevano la finalità di farmi scappare a gambe levate da quel luogo. Dopo vent’anni, tutto ciò non è ancora accaduto e ancora oggi, cerco solo di fare un po’ di bene secondo il cuore di Dio. Sì, di Dio, perché ciò che rimane dopo tanto rumore, è solo Dio. Occorre allora svelarlo agli occhi del nostro cuore e alle persone detenute con le quali costruisci una relazione.
«Che cosa ti dice questo rumore?» Lo chiesi un giorno a Riccardo (il nome è di fantasia) dopo aver sobbalzato entrambi al rumore di un cancello che qualcuno aveva chiuso con forza. Eravamo talmente immersi in quel tipo di discorso che ti estranea completamente dalla realtà, che quel rumore ci colse di sorpresa togliendoci il fiato e interrompendo il nostro dialogare. Riccardo mi fissò, passò la mano sui baffi, incrociò le mani e abbassò lo sguardo. Lasciò passare una manciata di secondi e mentre avveniva tutto questo, capivo che stava per dirmi qualcosa di profondamente intimo; qualcosa che gli sarebbe costato molto palesarlo. Avevo imparato a conoscerlo e sapevo che era il suo linguaggio per esternare le sue emozioni. Infine, gli occhi di entrambi tornavano a incrociarsi di nuovo, ed era come se aspettasse un incoraggiamento per iniziare a parlare. Era, in altre parole, il suo modo di chiedere aiuto senza dirlo e io che lo sapevo, non lo facevo attendere più di tanto. Sembrava che con il tempo avessimo tacitamente definito un ritmo ben specifico da dover rispettare per incontrarci tramite le parole. Parlare con lui, come anche con qualsiasi detenuto che ho incontrato in questi anni, è stato come “danzare” con le adeguate calzature. Difatti, in senso metaforico, non puoi calzare gli “scarponi” dell’inflessibile giustizialista, né ancor meno puoi calzare i “tacchi a spillo” della superficialità, della vanità o del falso buonismo. Occorre attraversare il cuore di queste anime con i piedi scalzi perché – nessuno si scandalizzi – queste anime sono un luogo santo. È stata una delle prime cose che ho imparato entrando in un carcere e da cui non me ne sono mai separato. Così, dopo avergli fatto un cenno con la testa, iniziò a parlare e mi diede la più secca e cruda delle risposte che mai avrei immaginato. «Vedi come ti ho fregato? Ti ho illuso e confuso solo per farti mio e per finire dietro le sbarre. Questo è ciò che mi dice il rumore dei cancelli che si chiudono dietro o davanti a me. La sintesi di ciò che vivo è racchiusa in quel rumore che inevitabilmente ascolto molte volte nell’arco della giornata. E ogni volta, non fa che ripetermi la medesima canzone stonata da cui non posso esimermi dal non ascoltare. E il titolo è appunto: “Vedi come ti ho fregato?”». Quando mi dava questo tipo di risposte, capivo che non potevo né dovevo andare oltre. Era come se avesse sostenuto uno sforzo immane e quindi, non potevo chiedergli niente di più. D’altronde, non c’erano altre parole da aggiungere anzi, sarebbe stato rischioso farlo in quanto nessuna parola umana sarebbe stata adeguata per continuare il discorso. Se mi fossi spinto oltre, rischiavo di cadere in un moralismo o peggio ancora, in un ambiguo buonismo. Quando ci imbattevamo in questo tipo di situazioni − sempre in virtù di quel tacito accordo − distoglievamo lo sguardo l’uno dall’altro per poi dirottare il discorso su altri argomenti meno incisivi. Era l’anticamera per chiudere il discorso e congedarci e continuare a parlare in un secondo momento. Non era una fuga, bensì era una scelta dettata dalla prudenza perché anche le parole pronunciate in modo incauto e frettoloso, possono ferire. Sì, bisognava riflettere prima di continuare a “camminare” insieme. Passarono dieci mesi prima che Riccardo uscisse di galera e credo che nell’arco di quel periodo, l’uno ha reso migliore l’altro. Perché in fondo, anche in un luogo chiamato carcere, a dispetto del rumore dei cancelli, accadono cose belle. Oserei dire che accadono quei piccoli miracoli che sono il segno vivo della presenza di Cristo in mezzo a queste persone. È per questo che ci ha detto di andare a trovare i carcerati poiché in loro, incontriamo Lui. Io posso dirvi che è vero. Io sono testimone di tutto questo.

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