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Il sangue di Cristo e la carità

Da Redazione

La Spiritualità del Sangue di Cristo nella costituzione CPPS

Quando abbiamo analizzato le parole dell’istituzione dell’Eucaristia che si dicono durante la Messa abbiamo fatto notare come quelle che si riferiscono al vino/Sangue di Cristo sono di più rispetto a quelle relative al pane/Corpo di Cristo. Ci siamo detti che il motivo era triplice.
Anzitutto ciò è dovuto al fatto che solo del Sangue di Cristo si dice che è «versato in remissione dei peccati» e poi che questo ha valore universale, cioè è «per tutti». Da qui siamo partiti per approfondire il valore del Sangue di Cristo come la vita divina in noi, che ci fa rinascere come figli di Dio e, proprio per questo, viene a identificarsi con lo Spirito Santo, che è il Signore che «dà la vita», la vita nella sua pienezza, appunto la vita eterna.
Ma, come avevamo già anticipato, c’è una terza aggiunta nelle parole relative al Calice del Sangue di Cristo e cioè che questo è «per la nuova ed eterna alleanza». Quest’espressione non viene detta riguardo al pane, ma solo riguardo al vino eucaristico. Siamo così di fronte ad una seconda caratteristica fondamentale della spiritualità del Sangue di Cristo e cioè che realizza una “alleanza” tra Dio e gli uomini, stavolta “nuova” perché non è possibile farla venire meno, come leggiamo in Geremia: «Non sarà come l’alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto, alleanza che essi hanno infranto, benché io fossi loro Signore. Oracolo del Signore. Questa sarà l’alleanza che concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni – oracolo del Signore –: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo». (Ger 31,32-33). Questa è dunque la nuova alleanza: siamo costituiti come popolo di Dio e ciò si realizza proprio grazie al Sangue di Cristo. Ecco, allora, come le Costituzioni dei Missionari del Preziosissimo Sangue descrivono proprio tutto questo nella sezione relativa all’apostolato che deriva da questo carisma.

C25. Poiché Cristo ha effuso il suo sangue per tutti riscattandoli «da ogni tribù, lingua, popolo e nazione» (Ap 5,9) per costituire di tutto il genere umano l’unico popolo di Dio, la nostra Congregazione è spinta dal proprio fine e spirito a realizzare questo piano di salvezza anche attraverso l’apostolato delle Missioni estere.

 Già abbiamo detto che la nostra vita risiede nell’amore di Dio e questo perché la verità della nostra persona è che siamo fatti per la relazione, siamo costituiti per essere parte di un’unica famiglia, quella divino-umana che è il Popolo di Dio, la Chiesa. Il filosofo e poeta russo Vjačeslav Ivanovič Ivanov (1866-1949), quasi in contrapposizione al cartesiano «Cogito ergo sum» («Penso, dunque sono») dal sapore assai individualista, diceva invece: «Tu es, ergo sum» («Tu sei, dunque sono»). Io sono perché tu sei. Se tu non sei, non sono io. È la vocazione dell’uomo: divinizzarsi tramite la relazione con Dio e quella con il prossimo. Tramite le relazioni con il prossimo cresce anche la propria personalità umana. Diciamo infatti «persona» chi ha molte relazioni. Queste relazioni sono diverse, perché fondate su un altro sangue, il Sangue di Cristo. Sulla croce, infatti, Gesù stesso fa nascere relazioni nuove che non hanno più una base biologica, ma teologica. Gesù vede davanti sua madre e il suo discepolo amato.
Cosa succede? Succede che dalla sua croce, dal suo sangue nasce la Chiesa, nascono legami nuovi. Alla madre dice: «Donna, ecco tuo figlio!». Al discepolo, invece, dice: «Ecco tua madre!». Attenzione non dice al discepolo: «Questa è mia madre, ma d’ora in poi che io non ci sarò più, occupati di lei e fai come fosse tua madre». No, assolutamente. Gesù non dà in questo caso un’indicazione morale, ma rivela proprio una nuova identità. Dice proprio in modo secco e chiaro: «Ecco tua madre!». Se ci pensiamo bene, quand’è che tutti noi abbiamo fatto veramente esperienza della Chiesa? In fondo è quando veramente ci siamo resi conto e abbiamo sperimentato che la vita cristiana ci ha regalato nuovi fratelli, nuove sorelle, nuovi padri o madri, nuovi figli o figlie, che non derivano dai legami biologici, ma appunto dal cammino di fede. Ad esempio un Missionario vive questo rendendosi conto di avere dei nuovi fratelli a cui è legato – secondo il volere di san Gaspare – dal vincolo della carità che discende dal Sangue di Cristo (cfr. Col 3,14: «Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione», trad. CEI 1974). Avviene così che ci si rende conto che siamo chiamati ad occuparci, a prenderci cura di qualcuno che non è legato a noi da una relazione biologica, a appunto divina. C’è di mezzo un altro sangue in queste relazioni e si genera l’intima convinzione che siamo legati, che siamo fratelli, che siamo padri/madri, che siamo figli/figlie. Proviamo a pensare quando Dio nella nostra vita ci ha chiamato a fare un’esperienza di Chiesa in questo senso, regalandoci nuovi legami e nuove relazioni. Probabilmente è già successo!
La Chiesa è costituita per iniziativa di Dio e questo è possibile proprio a partire dalla croce di Cristo e dal suo versamento del sangue della nuova alleanza, del nuovo popolo di Dio. Non si tratta tanto di amicizie nel senso come lo intende il mondo, perché gli amici si scelgono, mentre i fratelli no, restano sempre tali, anche qualora dovessero deluderci.
Il 25 marzo 1995 venne pubblicata l’enciclica di san Giovanni Paolo II Evangelium vitae il cui primo capitolo aveva questo titolo: «Il sangue di tuo fratello grida a me dalla terra». Si faceva riferimento all’uccisione di Abele da parte di Caino. Alla domanda del Signore: «Dov’è Abele, tuo fratello?», Caino rispose: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?». A questo punto il Signore dice: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo». Il Sangue di Cristo che ci unisce come fratelli ci rende certo “custodi” l’uno dell’altro, per cui il Sangue di Cristo è anche il sangue che grida il bisogno di amore e di carità. Il Missionario del Preziosissimo Sangue Barry Fischer (quattordicesimo Moderatore Generale della Congregazione), approfondendo questa traccia scrisse nel 2001 il libro Il grido del sangue. La sfida della rifondazione, in cui riprendeva le parole del Papa e richiamava la nostra Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue a riscoprire questa verità scrivendo: «In queste parole del Santo Padre sento una chiamata per la nostra Congregazione che porta il nome del Preziosissimo Sangue, ad essere “la voce delle vittime dell’oppressione e della sofferenza”, ad essere gli occhi e le orecchie per la nostra Chiesa e per la Società, accrescendo la consapevolezza della gente al grido del sangue che sale dalla nostra terra così spesso insanguinata. Il Santo Padre chiama noi cristiani a questa missione, ma non siamo noi chiamati in modo speciale? Come congregazione religiosa nella Chiesa noi siamo tenuti ad arricchire e a contribuire alla missione della Chiesa per la nostra particolare identità di Missionari del Preziosissimo Sangue! Noi siamo chiamati ad essere “voce vivente del Sangue di Cristo che grida dalla terra nel sangue di coloro che soffrono oggi”! Non può essere questo un modo di focalizzare la nostra Identità e la nostra Missione, un modo che supera i legami della cultura e del linguaggio, un modo di comprenderci gli uni gli altri in qualsivoglia apostolato o ministero portiamo avanti?». Non può non essere questa la verità che ci pone davanti il Sangue di Cristo. Noi cristiani non abbiamo più una distinzione per razza. Infatti, quando facciamo la comunione e beviamo tutti lo stesso Sangue di Cristo, inevitabilmente non esistono più italiani, europei, americani, africani, asiatici, ma siamo tutti cristiani e battezzati, della sola e unica razza che viene dall’unico Sangue di Cristo. Siamo consanguinei di Cristo.
Per questo Barry Fischer sottolinea il superamento in Cristo delle barriere di cultura e identità, perché si viene a formare una ricchezza nuova nella comunione di queste diversità.
Per noi cristiani la nostra verità è la Carità, la comunione che è nel Sangue di Cristo. Ecco la nostra grandezza: il fatto che siamo chiamati ad essere l’unico Popolo di Dio. La Costituzione CPPS cita il passo dell’Apocalisse (Ap 5,9-10) in cui si dice che Cristo «ci ha riscattati col suo sangue», noi uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, per farci – letteralmente dal greco − «un regno e sacerdoti». Col Battesimo, infatti, siamo costituiti tutti re, sacerdoti e profeti. Questa è la nostra grandezza e la nostra somma dignità.

Che il Sangue di Cristo sia identificato con la Carità è patrimonio antico della Chiesa. I Missionari lo hanno solo riscoperto e diffuso. Infatti, già sant’Ignazio di Antiochia, padre della Chiesa del I-II secolo d.C, nella sua Lettera ai Tralliani scriveva: «Voi, dunque, prendendo con voi la mansuetudine, rigeneratevi nella fede, che è la carne del Signore, e nella carità, che è il sangue di Gesù Cristo». È molto chiara la proporzionalità: la fede sta alla carne come la carità al Sangue di Cristo. Ancora nella Lettera ai Romani scriveva: «Voglio il pane di Dio, che è la carne di Gesù Cristo, del seme di Davide, e per bevanda voglio il suo sangue, che è l’amore incorruttibile». E nella Lettera agli Smirnesi: «Infatti ho potuto constatare che voi siete… confermati nella carità per mezzo del Sangue di Cristo». È evidente l’equazione sangue-carità.

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