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Il Sangue di Cristo negli scritti del Missionario San Daniele Comboni

Di Antonio Furioli

La voce “sangue” ricorre 104 volte negli Scritti di Comboni. Per essere ben compresa, la tematica del “sangue” in Comboni, va collocata nella prospettiva di fondo che unifica e interpreta la sua riflessione globale sul mistero cristologico della salvezza universale.
Nella sua riflessione sul mistero della redenzione, fin da subito Comboni concentra la sua attenzione su Cristo Gesù, causa e modello di ogni martirio. È uno stile peculiare di vita che Comboni è andato maturando negli anni attraverso scelte concrete di vita per sé e per i suoi missionari. È una mentalità che diviene comportamento coerente, un modo d’essere; è un atteggiamento di fondo di tutta la sua esistenza: «[…] il più felice dei miei giorni sarà quello in cui potrò dare la vita per voi» (D. Comboni, Gli Scritti, 1889-1890). Espressione che ben sintetizza la tipologia dell’impegno missionario di Comboni, dei suoi compagni e collaboratori. Per lui l’amore di Dio non è di tipo possessivo ma oblativo, poiché così si è rivelato nel volto umanato del Verbo. Cristo che ha donato la sua vita per la redenzione dell’umanità è il fondamento e il modello che ha ispirato e nutrito la metodologia missionaria programmatica così com’è esposta nel Piano per la rigenerazione dell’Africa (1864) e l’impegno suo personale e dei suoi missionari per incrementarne l’efficacia operativa: «[…] quello stesso ideale per il quale ha dato la sua vita e tutto il suo sangue prezioso un Dio in forma umana» (ivi, 796).
È la “grata memoria” di questo fondamentale evento storico-salvifico che emerge con forza in occasione del suo pellegrinaggio in Terra Santa avvenuto tra settembre e ottobre del 1857. Per Comboni è un far ritorno a casa, alle radici della fede cristiana: «Io mi trovo sulla cima del Golgota nel luogo stesso dove fu crocifisso l’Unigenito Figliuolo di Dio: qui fu compìto l’umano riscatto; qui fu soggiogata la morte, qui fu vinto l’inferno, qui io sono stato redento. Questo monte, questo luogo rosseggiò del sangue di Gesù Cristo: queste rupi udirono le sue estreme parole: quest’aura accolse il suo ultimo fiato: alla sua morte si dischiusero i sepolcri, si spezzarono i monti: e distante pochi passi dal luogo ove fu inalberata la Croce» (Ivi, 16). E durante il suo pellegrinaggio va rimuginando un’accorata invocazione che lo sprona nel suo vagare itinerante da un luogo all’altro della “Terra Santa quinto Vangelo”: «[…] i luoghi santi, bagnati dal sudore e dal sangue del divin Salvatore […]» (ivi, 796), sudore e sangue che sporcano ma sono anche sudore e sangue che salvano l’umanità e che costituiscono il segno e la prova delle innumerevoli fatiche e sofferenze che Cristo sostenne per la redenzione del genere umano. Nel corso dei secoli il sangue rimane l’anamnesis, che Gesù volle morire con un genere di morte di tutti il più umiliante e doloroso e che per questo motivo fa invocare al popolo cristiano: «Soccorri i tuoi figli, Signore, che hai redenti col tuo sangue prezioso» (Te Deum). Per Comboni il pellegrinaggio in Terra Santa è stato come un’immersione battesimale alle pure sorgenti del cristianesimo ma soprattutto un incontro con la persona di Gesù Cristo, in quegli stessi luoghi, testimoni muti ma autorevoli, che lo videro operare per l’avvento del Regno di Dio tra gli uomini. Di questa persona Comboni si è impregnato a tal punto, che d’ora in poi non potrà più vivere e operare che per lui: «Per me vivere è Cristo e morire un guadagno» (Fil 1, 21; cfr. Gal 2, 20). Il vescovo missionario dell’Africa centrale interpreta il sangue di Cristo come segno di vita e di morte: di vita nell’amore, che non si arresta davanti alle situazioni di violenza che causano la morte, ma la accetta e la vive come espressione estrema del dono di sé a Dio per il tramite degli Africani. Ricordiamo, per l’efficacia della loro forza espressiva e capacità sintetica, alcuni testi significativi di Comboni: «[…] questa cara Africa Centrale, che è la parte del mondo la più degna delle simpatie e degli sguardi dell’umanità intera e per la quale ho votato la mia anima e il mio cuore, il mio sangue e la mia vita. Legame indissolubile […] per quanto indegno e piccolissimo io sia […]» (ivi, 1274). «[…] noi saremmo troppo felici di donare tutto il nostro sangue e la nostra vita in mezzo ai più atroci martiri» (ivi, 1042).
Il sangue versato da Cristo per la nostra salvezza è la prova di quanto sa osare e di fin dove sa arrivare l’amore di Dio per noi: «Cristo mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Il sangue di Gesù è sangue donato come suprema prova di diakonia che ha contraddistinto tutta la sua vita: «Io sono tra voi come uno che serve» (Lc 22,27). Dono di Dio agli uomini e in Gesù «primizia della creazione nuova» (καινὴ κτίσις), «primogenito di molti fratelli» (Gv 1,14), dono degli uomini a Dio. Comboni così glossa il Vangelo di Giovanni: «Io ritorno fra voi per non mai più cessare di essere vostro, e tutto al vostro maggior bene ordinato per sempre. Il giorno e la notte, il sole e la pioggia, mi troveranno egualmente e sempre pronto ai vostri spirituali bisogni: il ricco e il povero, il sano e l’infermo, il giovane e il vecchio, il padrone e il servo avranno sempre uguale accesso al mio cuore. Il vostro bene sarà il mio, e le vostre pene saranno le mie. Io prendo a far causa comune con ognuno di voi, e il più felice dei miei giorni sarà quello in cui potrò dare la vita per voi» (Omelia di D. Comboni all’ingresso in Khartum come Provicario Apostolico dell’Africa centrale l’11 maggio 1873). Il sangue del Signore Gesù è segno della condivisione della condizione umana, di quella radicale solidarietà esistenziale «nella carne e nel sangue» (Eb 2,14). Solidarietà per libera adesione all’iniziativa d’amore del Padre nei confronti dell’umanità. Il sangue dell’Agnello immolato crea comunione e attua la riconciliazione dell’uomo con Dio: «divenuti vicini grazie al sangue di Cristo […]. Per mezzo di lui possiamo presentarci gli uni e gli altri al Padre in un solo Spirito» (Ef 2,13.18). Il sangue versato da Cristo Gesù sulla croce rappresenta il mistero centrale e fondante del dinamismo profondo che anima l’universale economia della salvezza. La croce è misteriosamente inscritta nella profondità della creazione nuova. Essa è la via tramite cui l’umanità raggiunge il suo fine ultimo cioè la riconciliazione attraverso il sangue di Gesù Cristo: «[…] Gesù convertirà la Nigrizia, e noi moriremo tutti per riuscirvi. Che cosa più piccola possiamo noi offrire a Gesù della nostra vita, mentre Gesù è morto per noi: il sangue versato per Gesù èla nostra gloria e conforto» (ivi, 1631).
L’imitazione del modello diventa logica operativa e programmatica per Comboni, che nel simbolo del “sangue” coglie lo stile, la modalità e la capacità inventiva del dono a Dio e a quel “prossimo”, gli Africani, che lui aveva scelto come verifica di concretezza dell’agape (ἀγάπη) cristiana vissuta. «Cristo patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme» (1Pt 2,21). Imitazione che Comboni sa cogliere anche nell’esempio di vita degli altri, per rilanciare la proposta cristiana come non utopica ma possibile di fatto: «[…] il Papa è un perfetto imitatore di Gesù Cristo che avrebbe sparso tutto il suo sangue per un’anima sola. […] stupendo spettacolo di un Papa che dà al mondo una splendida lezione di quel che costi un’anima, per la quale il divin Redentore morì» (ivi, 2006). E le motivazioni non possono dissociarsi dal modello lasciato da Cristo per tutti: «Come Cristo ha dato la sua vita per noi, così anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1Gv 3,16).
Il sangue di Gesù è l’emblema della sua scelta libera di far causa comune con gli anawim (plurale dall’ebraico anaw che significa “povero, umile, afflitto”), realizzata storicamente in Lui e in via di realizzazione nel suo corpo mistico, la Chiesa. Questa radicale condivisione è simbolo vivente che rivela, attua e dilata nella storia della salvezza la pienezza di vita che ci è stata donata in Cristo Gesù.
Comboni parla del suo incontro con gli anawim dell’Africa in termini nuziali, tanto grande era stata la preparazione e il desiderio di fare causa comune con loro: «Questo momento era sospirato da gran tempo da me, con maggior calore, di quello che due fervidi amanti sospirano il momento delle nozze» (ivi, 6).
È questo l’euanghelion (εὐαγγέλιον) la notizia gioiosa che il sangue di Cristo può offrire e che Comboni si è reso disponibile ad annunciare: «[…] son disposto a fare qualunque sacrificio, ed a soffrire ogni più ardua fatica e disagio, anzi mi tornerebbe assai lieve e dolce il sacrificio del mio sangue e della vita, per coadiuvare che questa Opera sia posta ad effetto» (ivi, 158). «Si deve fare ogni sforzo perché la Nigrizia si unisca alla Chiesa Cattolica. Questo infatti è richiesto dall’amore e dalla gloria di Nostro Signore Gesù Cristo al cui impero, dopo tanto tempo, l’Africa Centrale non è ancora soggetta, benché Egli abbia sparso il suo sangue per la sua rigenerazione» (ivi, 712).
L’ardente desiderio del martirio per amore di Cristo è all’origine della vocazione missionaria.

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