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Il valore di un “grazie”

Di Andrea Velocci

LA STORIA DELLA BAMBINA ZAWADI E DI SUA MAMMA

Il kiswahili è una lingua davvero affascinante! Nonostante rispetto ad altre lingue, come l’italiano, sia più “povera” di termini, possiede una forza non indifferente: ogni parola ha un peso ed ogni cosa che viene detta conta davvero! Per esempio parole che noi pronunciamo in fretta e senza troppo badarci, ma solo perché “si deve per educazione”, qui invece sono parole che portano dentro un significato ben più grande del semplice e superficiale significato letterale.
Forse, primo tra tutti, ad avere questa forza è il termine asante (“grazie”).
Proprio questa capacità di ringraziare sempre e comunque è una delle caratteristiche che più cattura i “turisti” di passaggio in questa parte del mondo e
che ha colpito e affascinato anche me sin dall’inizio e che mi ha tante volte mostrato il “di più”, proprio come nella vicenda di Zawadi.
Zawadi è una bambina di 5 anni che per diversi mesi è stata ricoverata da noi, nell’ala riservata ai bambini ustionati, dopo essere caduta nel fuoco mentre provava a riscaldarsi, dopo la doccia all’aperto fatta con un secchiello (come si usa qui, soprattutto nei villaggi). Il giorno che è arrivata in ospedale forse neanche noi credevamo che ce l’avrebbe fatta e sua mamma, forse, un po’ ci sperava anche solo per liberarla da quel dolore atroce: aveva le braccia attaccate al corpo, il mento al petto e la bocca rimasta spalancata. Dopo più di 4 mesi in ospedale, invece, dopo aver assistito ad un vero e proprio miracolo, un paio di settimane fa è stata dimessa ed è potuta finalmente tornare a casa!
Questa storia a lieto fine si inserisce dentro una storia un po’ più drammatica che interessa tutti coloro che, da queste parti, hanno bisogno di cure ma non possiedono nulla. In Tanzania la sanità non è pubblica e non basta, come in Italia, andare in ospedale per essere visitati e curati, ma, prima di ogni tipo di prestazione, bisogna pagare o attivare un’assicurazione sanitaria annuale e questo spinge spesso tante persone (anche con problemi di salute seri) a rimanere a casa, vista l’impossibilità di pagare le cure. È proprio per questo motivo che nel nostro St. Gaspar Hospital di Itigi i bambini sotto i 5 anni − che siano ricoverati per un mese o per un anno pagano sempre la stessa somma simbolica che comprende ogni cosa, dalle medicine, alla fisioterapia, alle operazioni chirurgiche, mentre tutto il resto che viene “consumato” dal bambino è offerto dall’Ospedale. Questo ci ha permesso negli anni e ci permette oggi di “assicurare” un’assistenza sanitaria ai bambini più piccoli e con situazioni economiche sfavorevoli che altrimenti purtroppo verrebbero lasciati a casa, perché, in un certo senso, un bambino più piccolo (o molto piccolo come i neonati) che muore è meno “doloroso” di uno più grande, di un adolescente, di un padre di famiglia. Zawadi era una di questi piccoli destinata, nella mentalità del posto, a questa tragica conclusione se il nostro Ospedale non avesse permesso e costruito un’alternativa.
Così mama Zawadi, la mamma della nostra bambina, alla “scoperta” di questa realtà si è lasciata andare in qualcosa di emozionante e inaspettato.
La donna ha iniziato a piangere davanti la finestra delle dimissioni e inginocchiandosi a terra non voleva saperne di rialzarsi, mentre diceva qualcosa nella sua lingua tribale, il kisukuma. Dopo non pochi minuti di trattative l’abbiamo convinta a sedersi sulla panca e a parlare con noi. Credevamo che anche quel piccolo costo fosse troppo per lei mentre, in realtà, la mamma era così felice ed emozionata che la figlia fosse guarita, fosse stata dimessa e che potesse tornare a casa pagando “solo” pochi scellini che in ginocchio cercava di ringraziarci, perché ci ha spiegato conoscendo altri ospedali e i loro prezzi, essendo stata sua figlia ricoverata da noi ben quattro mesi, era convinta di dover vendere tutte le sue sei mucche e le galline per poter pagare il prezzo delle cure ricevute.
Era così emozionata e felice che continuava a ripetere senza sosta: “wabeja, wabeja”, cioè “grazie” in kisukuma, e che non appena ne avesse avuto le possibilità, ci avrebbe ringraziato adeguatamente.
E così qualche giorno fa, tornando a casa dall’ospedale, ho trovato inaspettatamente non conoscendo ancora fino in fondo il peso e il cuore di certe parole come “grazie” una busta appesa alla porta, con circa 1 kg di riso ed un biglietto con scritto: “Zawadi”.
1 kg di riso che pesa quanto un macigno perché è tolto dalle bocche dei figli per ringraziare noi. 1 kg di riso che vale un milione e soprattutto 1 kg di riso
donato per dire “grazie”, un grazie pienamente fecondo che continua a dare senso a questo nostro stare qui.

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