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Intervista a Neri Marcorè

di Marco Lambertucci

Caro Neri, ti ringraziamo per il tuo contributo a “Fondazione Primavera Missionaria”! Sappiamo che sei molto impegnato e hai a cuore l’ambito “del sociale”. Come coniughi questo bellissimo servizio con la tua vita lavorativa del mondo dello spettacolo e quale pensi sia la testimonianza che ne traspare per chi ti è vicino?

Coniugare i vari aspetti di questo lavoro, che a me piace tantissimo, è stimolante, ricco di sorprese e che evolve di continuo, è abbastanza naturale. Da un certo momento in poi, quando si cresce professionalmente e si diventa più conosciuti, è altrettanto naturale che si venga coinvolti in iniziative benefiche. Dalla donazione del sangue al sostegno di un progetto specifico, la richiesta è di dare maggiore visibilità all’iniziativa, puntando sul fatto che la tua immagine possa essere una sorta di garanzia per chi poi vuole sostenere quel determinato progetto. Si hanno due possibilità, e valgono per tutti: voltare lo sguardo dall’altra parte o occuparsene. È anche ovvio che le richieste di collaborazione aumentino, che si incontrino persone che si dedicano costantemente alla solidarietà, dalla stima si passa a un legame fatto di amicizia e affetto, un rapporto destinato a durare per sempre, come capita ogni volta che ci si ritrova a condividere principii e obiettivi. Logicamente c’è anche un limite fisico al numero di iniziative che si possono sostenere, al di là del merito e degli ambiti. Anche questo aspetto, però, fa sì che si crei una sorta di rete con colleghi e amici o altre tipologie di professionalità per cercare di non far cadere nel vuoto quella richiesta di aiuto. Io cerco di fare il possibile e, se mi impegno, applico lo stesso rigore di quando faccio le mie scelte professionali, perché voglio essere sicuro che la mia faccia e il mio nome siano una sorta di garanzia della serietà di quell’associazione, in funzione di chi deciderà di donare e sostenere.

Da sempre, “Fondazione Primavera Missionaria” è in prima linea a sostegno dei paesi in via di sviluppo e, nel caso specifico, della Tanzania. Istruzione e sanità sono le basi per ridonare quella dignità ed iniziare a costruire un futuro che guarda avanti con speranza. Riflettendo al livello globale, in che modo, a tuo avviso, si potrebbe accrescere sempre più questa presa di coscienza, arrivando a far avere una maggior consapevolezza della situazione a partire dalle Istituzioni?

La globalizzazione ha reso ancora più evidente che siamo tutti sulla stessa barca e se da una parte questo può creare empatia, dall’altra spinge nella direzione opposta, ovvero pensare solo a se stessi. È sempre più urgente la necessità di redistribuire le ricchezze, perché troppi hanno pochissimo e pochissimi hanno troppo, vale per Paesi e singoli individui o società, ma si fa fatica a trovare un modello economico diverso dal capitalismo e dalla spasmodica ricerca del profitto a tutti i costi. È vero che istituzionalmente ci sono iniziative di sostegno verso realtà in difficoltà, ma in quell’ambito non è chiaro quanto poi arrivi direttamente alla gente o quanto si perda per strada. Magari sono cambiati i soggetti ma l’impressione è che si continui a sfruttare chi non può opporsi allo sfruttamento poiché privo di alternative. La ricchezza dell’Europa dipende moltissimo dalla colonizzazione e dal drenaggio delle risorse degli altri continenti perpetrata nei secoli. Ora non bisogna stupirsi se chi nasce in quei Paesi poveri di prospettive vada a cercare un’esistenza più dignitosa proprio in Europa e il fenomeno dell’immigrazione, non solo in Italia, è da parecchi anni al centro di dibattiti e scontri ideologici; spesso si sottende che il nostro Paese è solo un luogo di passaggio verso altre destinazioni e la propaganda politica non ha interesse a evidenziare i dati oggettivi, puntando più su sentimenti di paura e incertezza. È comunque evidente che sostenere il processo che possa portare allo sviluppo dell’istruzione e della sanità nei Paesi africani sia imprescindibile. Non per togliersi di mezzo un fastidio – non credo che si abbia piacere nell’abbandonare il luogo in cui si nasce − ma per poter dare un’opportunità in più a chi al momento non ha modo di condurre una vita dignitosa in quei posti. È doveroso nei confronti di quelle persone, non costringendole a lasciarsi alle spalle quegli affetti, quei paesaggi, quelle radici. Sostenere questo processo nei Paesi africani e, nello specifico, della Tanzania, significa dar vita a un’alternativa, a una nuova speranza.

A livello mediatico e rispetto al tuo servizio “nel sociale”, cosa pensi del ruolo del sostenitore di una realtà, come potrebbe essere una Onlus, all’interno della comunicazione sociale e come quest’ultima, soprattutto al giorno d’oggi, può esser utile ed immediata per raggiungere ed aiutare a risvegliare anche i “cuori freddi”?

Penso che adesso sia ancora più difficile riuscire ad arrivare al cuore o alla coscienza delle persone perché si è moltiplicata la richiesta di aiuti e di sostegno. Ci sono tantissime associazioni che sono nate e si sono sviluppate nel tempo. Venti o trent’anni fa ce n’erano di meno ed erano più conosciute e, di conseguenza, non si aveva neanche quell’impressione di una richiesta continua da parte delle diverse Onlus. In virtù di questo può nascere il rischio, da parte di chi riceve diversi appelli da più parti, di avere una sorta di rifiuto a priori per tutte queste richieste, chiudendo gli occhi e non aiutando nessuno. Ciò accade, forse, rispetto alla quantità abbondante o sovrabbondante di inviti alla solidarietà. Allora, in questo caso, è meglio puntare su una comunicazione mirata e non su un generico bisogno di aiuto. Per fortuna mi pare che l’Italia sia tra i primi posti rispetto a persone capaci di donare ogni volta che ci sono le raccolte fondi e c’è sempre una “gara virtuosa” alla donazione. Quindi non è tanto la non capacità di donare, bensì chi ha una capacità maggiore di comunicazione, quindi di spazi, riesce a raccogliere di più, mentre quelle realtà piccole fanno un po’ più fatica. Una comunicazione mirata e legata proprio al fatto a cui facevo riferimento prima, ovvero che non si chiede una elargizione o una carità, ma si chiede un supporto per far sì che vengano formate delle persone nei luoghi dove sono nate, in Tanzania, formando personale medico e paramedico, fa sì che si creino posti di lavoro e al tempo stesso opportunità per le popolazioni locali di non doversi spostare. Infatti, più crescono questi centri, più la rete si ingrandisce, e meno la popolazione sarà costretta ad affrontare viaggi per farsi curare. L’idea di poter aiutare e sostenere le persone nei luoghi dove sono nate e cresciute, spero possa avere sempre più successo. Dobbiamo far sì che, quella donazione che decidiamo di fare, avvenga in maniera più cosciente, sapendo esattamente che percorso farà, per quale finalizzazione è stata data e a cosa porterà a distanza di tempo.

Ti chiediamo solo un’ultima cosa: quale messaggio vorresti lanciare a tutti coloro che ti seguono, per aiutare la sensibilizzazione verso i vari progetti che “Fondazione Primavera Missionaria” porta avanti ormai da diversi decenni, in modo particolare con l’Ospedale?

Essenzialmente ci sono due aspetti: il primo fa un po’ da corollario rispetto a ciò che dicevo nella domanda precedente, ovvero quello di informarsi e capire qual è la realtà che si sta sostenendo e, quindi, vedere nel caso specifico, cosa ha fatto finora “Fondazione Primavera Missionaria” e cosa continuerà a fare, ad esempio sostenendo i vari progetti dell’Ospedale “San Gaspare” di Itigi. In tal caso anche i numeri oggettivi sono molto importanti per capire quante persone vengono curate e quante vite vengono salvate. Quindi credo sia più che giusto acquisire consapevolezza, e non semplicemente fare una donazione senza informarsi, perché da questo poi si crea ovviamente anche una affiliazione, un rapporto più stretto e magari costante tra donatore ed associazione. L’altro aspetto, invece, è considerare quanti soldi sprechiamo quotidianamente per sciocchezze. Lì bisogna semplicemente fermarsi un attimo in più a riflettere, guardare nell’ultima settimana o nell’ultimo mese dove sono finiti i nostri soldi, e chiedersi se tale spesa era davvero necessaria. Infatti, sappiamo bene che, a volte, si spendono i soldi con molta facilità per cose futili che poi vengono dimenticate e non utilizzate. Se una piccola parte di questi soldi, invece, la riserviamo a un progetto, a un qualcosa che invece crea un germoglio ed aiuta a fare del bene, penso sia un bell’esercizio di solidarietà da fare non soltanto a Natale, ma ovviamente tutto l’anno. Soffermarsi un po’ su questo aspetto, perché tante cose scorrono velocemente senza che ci riflettiamo e, a volte, basta prendersi davvero qualche minuto in più, per non voltare lo sguardo a chi, in quel momento, ha bisogno di sostegno e di aiuto.

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