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Klimt, la secessione e l’Italia

Di Francesco Pellegrino

«Non ho mai realizzato un mio autoritratto. Non sono interessato a me stesso come soggetto per un dipinto, piuttosto mi interessano le altre persone».
Nato nel 1862, erede di un incisore d’oro a Baumgarten, vicino Vienna, Klimt mostrò talento artistico sin dalla tenera età. Studiò pittura presso l’università di Vienna. La morte del padre e del fratello nel 1892, influenzarono profondamente il suo stile pittorico che divenne via via più personale. A questo periodo risalgono opere come Nuda Veritas e Pallade Atena. Nel 1897, Klimt fu co-fondatore e presidente della Secessione Viennese, un movimento artistico che cercava di sostenere artisti contemporanei non convenzionali, distanti dal classicismo di stampo ottocentesto: è l’inizio del modernismo.
L’uomo Klimt era una figura eccentrica, era spesso visto indossare lunghe tuniche e si circondava di decine di gatti. La passione per la donna, come essere sensuale è forse il tema più diffuso delle sue opere. Nei primi anni del XX secolo, ispirato dai mosaici bizantini che ebbe modo di vedere a Ravenna e Venezia, durante uno dei suoi numerosi viaggi in Italia, Klimt entra nella cosiddetta “fase d’oro”, caratterizzata dall’uso massiccio della foglia oro.
Ed è proprio indagare il rapporto di Klimt con il Bel Paese l’obiettivo che la mostra “Klimt. La secessione e l’Italia”, a Palazzo Braschi si propone di raggiungere. La mostra ripercorre la parabola artistica di Gustav Klimt, ne sottolinea il ruolo di co-fondatore della Secessione e ripercorre le tappe ed i ricordi dei suoi viaggi in Italia. Il percorso espositivo propone al pubblico opere iconiche di Klimt come Giuditta I, Signora in bianco, Amiche I (Le Sorelle) (1907) e Amalie Zuckerkandl (1917-’18).
Fanno da cornice a questi grandi lavori del maestro austriaco e contribuiscono al racconto del periodo della Secessione viennese, dipinti e sculture del Museo Belvedere, di artisti a lui vicini, oltre che cartoline autografe che documentano in mostra i viaggi in Italia di Klimt: Trieste, Venezia, Firenze, Pisa, Ravenna – dove si appassionò ai mosaici bizantini – Roma e il lago di Garda, cui si ispirarono alcuni suoi paesaggi. Questi viaggi furono importanti per l’evolversi della sua ricerca creativa e ne accrebbero l’influsso sugli artisti italiani. Per questo al Museo di Roma a Palazzo Braschi le opere di Klimt sono messe a confronto con quelle di artisti italiani come Galileo Chini, Giovanni Prini, Enrico Lionne, Camillo Innocenti, Arturo Noci, Ercole Drei, Vittorio Zecchin e Felice Casorati, che – recependo la portata innovativa del linguaggio klimtiano – daranno vita con diverse sensibilità e declinazioni alle esposizioni di Ca’ Pesaro e della Secessione romana. Grazie alla collaborazione tra Google Arts & Culture Lab Team − nuova piattaforma di Google dedicata all’approfondimento delle arti − e il Belvedere di Vienna, tornano in vita, grazie a tecniche di ricostruzione digitale, tre celebri dipinti conosciuti come Quadri delle Facoltà: La Medicina, La Giurisprudenza e La Filosofia, allegorie realizzate da Klimt tra il 1899 e il 1907 per il soffitto dell’Aula Magna dell’Università di Vienna e rifiutate da quest’ultima perché ritenute scandalose.
Ciò che rimane di queste opere, andate perdute nel 1945 durante un incendio scoppiato al castello di Immendorf in Austria, sono solo alcune immagini fotografiche in bianco e nero e articoli di giornale.

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