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La crocifissione di Monte San Giusto

Di Francesco Pellegrino

LA CROCIFISSIONE DI MONTE SAN GIUSTO
DOVE SEMBRA NON CI SIA NULLA, EPPURE C’È TUTTO

Monte San Giusto è un manipolo di case calde e strette, che svetta su un cucuzzolo, uno dei tanti disseminati nel panorama sconfinato e terso delle Marche. Terra di concia e calzolai, tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento ha la fortuna di dare i natali a Nicolò Bonafede, uomo di fede, non solo di nome, e di armi.
Vescovo di Chiusi, Officiale della Corte Romana negli anni che vanno da Alessandro VI, Papa Borgia per intenderci, a Clemente VII, Giulio de Medici, nipote di Leone X, Nicolò fu uno degli uomini più influenti del Rinascimento, e uno fra gli strateghi militari più ammirati del suo tempo.
A Monte San Giusto, suo feudo, costruirà un’imponente dimora, Palazzo Bonafede, uno degli edifici più prestigiosi del Rinascimento italiano, opera di Antonio da Sangallo, architetto capo della Basilica di San Pietro, successore di Raffaello. Nicolò amava circondarsi di bellezza e cultura, e negli anni del suo governo, Monte San Giusto diverrà la sede di una celebre corte rinascimentale. Architetti, poeti, umanisti e pittori faranno a gara per ottenere il suo patrocinio. Nel 1529 circa, Nicolò commissionerà a Lorenzo Lotto “il Calvario più bello del Rinascimento italiano”, secondo Bernard Berenson: la Crocifissione di Monte San Giusto.
L’opera, che è possibile ammirare nella sua collocazione originaria, fu commissionata per l’altare maggiore della Chiesa di Santa Maria della Pietà in Telusiano, consacrata nel 1529 a spese proprio del Bonafede. Entrati nell’aula liturgica, piccola e stretta tra le case del borgo, colpisce la sproporzione tra la maestosità dell’opera, alta ben 425,5 cm, e lo spazio modesto e angusto dell’edificio, che ne aumenta la drammaticità. In una chiesetta di periferia dove sembra non esserci nulla, c’è tutto. Il dramma del Figlio di Dio e il dolore dell’uomo, rappresentato nella Madre sofferente, si fondono ad un misterioso senso di bellezza e luce. È una metafora dell’Incarnazione: la piccolezza che contiene il divino.
Il tema richiesto dal committente era quello della Pietà, perché legato al titolo della chiesa. Tuttavia il Lotto preferì sviluppare il tema in una doppia rappresentazione: la Crocifissione nella parte alta dell’opera, e lo svenimento della Vergine sorretta da Giovanni e le donne, nel piano inferiore della pala. I due piani si fondono con una sapiente regia, in un turbine di figure.
La Croce di Cristo, indicata dalle lance, è il fulcro e l’asse della rappresentazione, sotto la quale avviene la scena del deliquio angoscioso di Maria, la cui
posa richiama, non a caso, quella della crocifissione. Attorno ad essa si trovano le pie donne e san Giovanni, mentre a sinistra il committente inginocchiato è presentato nella scena da un angelo. Sopra la collinetta, in una selva di lance, si sviluppa il Calvario: le tre croci tra soldati a cavallo e altri personaggi. In alto la figura di Cristo si staglia sul cielo livido, tra i corpi drammaticamente contorti dei ladroni, dei quali non si scorge il volto.
L’uomo al centro, che si gira verso lo spettatore, è stato indicato come un autoritratto del Lotto. La sensazione è quella di una drammatica coralità, accresciuta dalle linee convergenti che sottolineano i punti focali, mentre tutt’intorno i gruppi di figure creano un vorticoso movimento, per la varietà delle pose, tutte diverse ma tutte coerenti. I colori sgargianti, intervallati ai toni più cupi del blu e del viola contribuiscono a creare il pathos frenetico. La Croce, vertice della rappresentazione, è l’asse di collegamento tra il cielo, che sembra collassare su di essa, e la terra. È l’immagine della spiritualità tormentata di Lotto che, alla fine della vita, si ritirerà a Loreto, per dedicarsi alla preghiera e alla contemplazione.
Ed è l’immagine di ciò che abita il cuore dell’uomo: una terra schiacciata dal dolore e redenta dalla croce. In prospettiva il cielo terso e calmo, come le colline delle Marche, a ricordarci che la meta è sempre e comunque il Paradiso. La mia e la tua vita, in fondo, sono come questa tela enorme, chiusa e schiacciata in una chiesetta dove sembra non ci sia nulla ed invece c’è tutto. Ciascuno di noi è abitato da uno sconfinato desiderio di eternità, ma non può non fare i conti con lo spazio ed il tempo. Posso avere anche in me l’impressione che non ci sia nulla, eppure in quel nulla, ricorda, c’è Tutto.

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