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La guarigione del cuore comincia dall’ascolto

Di Luigi Maria Epicoco

Quando pensiamo all’ascolto subito ci viene da pensare che dobbiamo ascoltare Dio per cambiare la nostra vita e questo è molto vero, ma il primo ascolto non è il nostro: è quello di Dio nei nostri confronti. Il gesto dell’ascolto è il modo in cui dichiariamo vivo l’altro: quando tu ascolti qualcuno gli stai dicendo: “tu esisti”.
Infatti se vuoi uccidere qualcuno devi ignorarlo, non intercettarlo nella componente relazionale. Quando noi tronchiamo gli alfabeti relazionali stiamo considerando l’altro morto. Spesso la solitudine nasce dal fatto che nessuno spende del tempo relazionale con te, e il primo modo in cui Dio salva la vita delle persone è dichiararle vive ascoltandole.
Nell’Antico Testamento, nell’Esodo la storia di Mosè è complicata, a un certo punto lui si ricostruisce una vita lontano dall’Egitto e ricomincia a vivere presso il suocero Ietro. Poi rimane impressionato da un cespuglio che, avendo preso fuoco, non si consuma. Proprio in quel dialogo in cui Mosè, incuriosito, si avvicina al Signore, Dio gli dice: «ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido… sono sceso per liberarlo e farlo salire verso una terra in cui scorrono latte e miele… ecco, il grido degli israeliti è arrivato fino a me… perciò va, fa uscire dall’Egitto il mio popolo…». Questa parola, che Dio rivolge a Mosè, nasce dall’ascolto del grido del popolo. Vorrei che per un istante tornassimo a una scena familiare: quando nasce un bambino, l’unico modo che lui ha di dichiarare la sua esistenza è piangere. Il suo non è un discorso, un’arringa, non usa la logica, ma solo la sua voce.
E una madre, solo dal pianto, capisce cosa stia vivendo il figlio. L’amore di una madre sa interpretare ciò che il figlio stesso non riesce ad esprimere: al grido corrisponde una presenza.
Anche noi ci portiamo un grido esistenziale e non sappiamo sempre consapevolizzare ciò che ci portiamo dentro e ci interroghiamo. Passando il tempo, non riuscendo a capire fino in fondo ciò che stiamo vivendo, ci sentiamo incompresi e cresce in noi il sentimento dell’assenza. Allora Dio è colui che ascolta il mio grido senza il bisogno che io mi spieghi, perché Lui sa di cosa ho bisogno. L’esperienza di fede è tornare a pregare non per esprimere cose chiare, ma per rivolgergli ciò che siamo in quel momento, per dargli ciò che siamo.
Il primo modo in cui sperimentiamo la redenzione è che qualcuno accolga il grido della nostra voce, della nostra esperienza. Ora, Dio non è astratto: la concretezza di Dio, il modo suo di intercettare il grido dell’uomo, ha la consistenza della Chiesa. La chiesa è il modo in cui Dio opera nello spazio e nel tempo, per cui una Chiesa che vuole essere segno e strumento della presenza di Dio deve saper offrire la gratuità dell’ascolto nell’accogliere il grido della gente.
Pensate a Cana: Maria è l’unica che intercetta la tragedia di quella festa, quel grido che gli altri ancora non consapevolizzano. Lei ha la capacità di guardare oltre, oltre il ragionamento e la superficie.
Questa capacità di accorgersi, di leggere dentro la realtà, è una sensibilità che la Chiesa deve coltivare e far emergere con sempre maggiore forza.
A tal proposito vorrei riportarvi un altro brano del vangelo che ci rivela l’atteggiamento di Gesù rispetto all’ascolto che guarisce il cuore: si trova in Gv 5 ed è il famoso brano della guarigione del paralitico. Vi siete mai chiesti perché Gesù non si accontenta di guarirlo? Perché intraprende un dialogo col paralitico? Perché la prima cosa che quest’uomo condivide non è l’esigenza di guarigione ma è l’amarezza della sua condizione di solitudine.
Finalmente il paralitico si trova di fronte a un grande miracolo: Gesù è il primo che dimostra interesse per ciò che quest’uomo prova.
«Vuoi guarire?» − «Signore io non ho nessuno…». Non immaginate quanta gente viva questa convinzione. Il sentire di non avere nessuno e il poterlo dire è l’inizio di una guarigione. L’esperienza di fede è quella di tirar fuori questa radicale solitudine che ci portiamo dentro: quando tu perdi tempo con qualcuno (perché il mondo ti fa apparire l’ascolto come perdere tempo e non come investimento) permetti a questa persona di tirar fuori la radicale solitudine che la abita. E attraverso questa occasione può avvenire l’esperienza dell’amore di Dio. Le persone hanno bisogno di essere ascoltate nei propri drammi, nel proprio struggimento. Il miracolo più grande è ascoltare le domande delle persone.
Siamo abituati a vivere un’esperienza umana, ecclesiale, pastorale tutta incentrata sul fare; ma c’è una cosa che manca, la parte migliore. Maria ascolta, mentre Marta fa. L’ascolto di Maria non è solo contemplazione, ma capacità di capire che c’è una cosa che supera le nostre azioni, ed è la capacità di stare davanti alle persone nel momento presente. Mi accorgo che ciò che resta più impresso, che redime più il cuore di una persona, è trovarsi davanti a qualcuno che sembra non avere di meglio da fare che starti davanti e ascoltarti, darti modo di raccontare.
Rimaniamo nel vangelo di Giovanni e ci rivolgiamo stavolta all’incontro fra Gesù e la samaritana. Il punto focale è quello in cui Gesù dice alla donna: «vammi a chiamare tuo marito». E la donna risponde che non ce l’ha e lui le risponde: «dici bene perché ne hai avuti cinque».
Gesù riesce a dire la verità alle persone senza umiliarle, conducendole a far verità sulla propria storia senza sentirsi giudicati. Chissà se il nostro ascolto non è giudicante. La svolta della redenzione, la guarigione del cuore parte da un formidabile desiderio di fare verità su se stessi e questa cosa si può vivere solo di fronte a qualcuno che ci ascolta e non ci giudica.
I nostri pregiudizi spesso si sostituiscono all’altro eliminando la possibilità dell’ascolto, per questo sono terribili: un cristiano, una chiesa che ascolta combatte le tenaglie del pregiudizio. Una storia emblematica la troviamo in At 10. Un pio israelita è stato abituato a considerare i pagani come impuri, idolatri… mai andare a casa di un pagano!
Ma Pietro a un certo punto, viene portato ad incontrare una famiglia di pagani, spinto ad entrarvi in casa. Immaginate l’imbarazzo, ma quando Pietro inizia ad ascoltare la storia di Cornelio, a un certo punto dice una cosa davvero interessante: «in verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chiunque lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga».
Uno che è cresciuto con la convinzione che noi solo siamo i giusti e gli altri cattivi, per arrivare a dire questo ha spappolato i suoi pregiudizi. Un ascolto che fa passare la redenzione è un incontro che non solo guarisce il cuore dell’altro, ma disintegra i nostri pregiudizi. Chiesa in uscita non è uno slogan, ma un input all’abbattimento dei pregiudizi. È importante non solo condividere il dolore, non solo la verità, ma distruggere i pregiudizi.
Dobbiamo coltivare una docilità ad esser messi in discussione.
Arriva così il momento in cui poi bisogna abbandonare la neutralità, ma non per far valere le proprie ragioni, ma per il discernimento della volontà di Dio.
Papa Francesco ha detto che noi abbiamo un’idea sbagliata di obbedienza: uno comanda e l’altro esegue. Ma l’obbedienza cristiana è un’altra cosa, è obbedienza alla volontà di Dio! Ma la volontà di Dio non la so io, non la sai tu, non è proprietà del singolo, ma si manifesta in un legame, la capiamo insieme. Il ruolo di un accompagnatore spirituale, di un ascolto significativo, non è il sapere la risposta, ma il trovarla insieme. Qualche giorno fa il Papa ha rilasciato un’intervista molto bella e alla domanda «cosa direbbe Bergoglio di papa Francesco?» ha risposto con umiltà straordinaria: «mi sono accorto di essere cresciuto dalla convinzione che la paternità consiste in una cosa che ho appreso da una canzone napoletana: un vero padre conosce la risposta ma finge di non saperla perché deve arrivarci il figlio». Voler bene è avere la pazienza di portare l’altro ad arrivarci lui al punto, anche se tu lo sai da prima. Io lo so già ma dobbiamo arrivarci insieme.
Questo atteggiamento del discernimento lo impariamo attraverso la lectio divina: perché se questa cosa la sai fare con una pagina del Vangelo, la sai fare con la vita delle persone. Più ti nutri della Parola più le tue relazioni sono significative perché la Parola informa ed educa.
In At 8 si trova una vicenda emblematica. Quella di Filippo e l’eunuco. Questo brano è bellissimo per un motivo: un uomo, con una storia, con una caratteristica, si trova in una postura riflessiva, da solo legge le Scritture ma non ci capisce niente.
Da soli non capiamo niente della vita e Dio per salvarci la vita ci manda sempre qualcuno. Si va al Padre per mezzo del Figlio e quel mezzo è sempre qualcuno, è la Chiesa che Dio si è inventato per salvare la vita dei figli. L’eunuco in quella relazione capisce la Scrittura e la sua vita al punto di chiedere il battesimo. È fondamentale questo: dopo che Filippo lo ha fatto incontrare autenticamente con Gesù, sparisce. Non c’è nessuna dipendenza, perché lo Spirito crea sempre libertà, l’unica cosa che rimane a Filippo è la gioia. È bello pensare che la sola cosa da lasciare agli altri non è la dipendenza dalla nostra persona, ma è un retrogusto di gioia e gratitudine nella loro vita.
Quando un cristiano suscita questo, allora ha compiuto il suo scopo. La gratitudine e la gioia sono la prova del fatto che abbiamo una vera esperienza di Dio. Uno può dire di aver sperimentato guarigione del cuore quando, a prescindere da tutto, prova intima gratitudine e gioia. L’augurio è quello di fare esperienza di questo ascolto, farsi guarire il cuore e di essere noi, a nostra volta, quel Filippo che viene mandato a far questo per tutte le strade del mondo.

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