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La Missione è opera di Dio

di Terenzio Pastore

IN PARTENZA
È il giorno della partenza. Nella S. Messa abbiamo affidato al Signore la missione in Tanzania.
Iniziamo il viaggio, con borsoni e valigie carichi di doni da consegnare, ma consapevoli che ne riceveremo molti di più… Vuoi mettere quanta gioia ti dà il sorriso di un bambino?
È troppo stridente, però, il contrasto con le notizie di questi giorni. Si è aperto un nuovo fronte di quella che da anni Papa Francesco definisce terza guerra mondiale “a pezzi”. Quanti bambini vittime dei conflitti dei “grandi”!
Innocenti a cui, se non è strappata la vita, vengono cancellati i sogni!
Con i volontari e gli amici con cui condivideremo la missione di questi giorni percorreremo, invece, percorsi di pace e di solidarietà. Un piccolo segno: il cammino dell’umanità non può avere una direzione diversa.

“SENZA DI TE NON HO FUTURO”
Arrivati a Dodoma, dopo un viaggio senza intoppi, ci rechiamo al “Villaggio della Speranza” dove, con queste parole, i bambini hanno cantato la loro lode a Dio.
Quanti sorrisi! Alcuni mesi fa era stato scavato un pozzo, grazie al Progetto “Acqua nel Deserto”; oggi è il giorno della festa ufficiale. Con tanta gioia abbiamo ringraziato il Signore e tutti coloro che ne hanno permesso la realizzazione.
Il “Villaggio” è sorto oltre 21 anni fa, quando don Vincenzo e sr. Rosaria hanno iniziato ad accogliere bambini orfani malati di AIDS. Il loro servizio d’amore sembrava essere quello di doverli accompagnare fino alla morte. E, invece, anche mediante cure sperimentali, sono sopravvissuti quasi tutti! Adesso sono 171; la loro età va da un mese a 21 anni. Per dar loro un futuro è iniziato il progetto scolastico, che accoglie 1400 studenti, dall’asilo alle superiori.
Don Vincenzo ha raccontato il miracolo dell’acqua: chi poteva immaginare che, sotto un terreno utilizzato da tanto tempo si trovasse addirittura un fiume? E l’acqua, oltre che abbondante, è di ottima qualità!
Se − ha aggiunto − il “Villaggio” è un’Opera di Dio, questo è un ulteriore segno della Sua Bontà.

CASA MBULU
Il tragitto dal “Villaggio” a Mbulu si preannuncia lunghetto. Con padre Justin, il Direttore dell’Ospedale “San Gaspare” di Itigi, in “versione autista”, partiamo subito dopo il pranzo, opportunamente anticipato. Oltre tre ore su strada asfaltata mi consentono di dormicchiare, dopo la notte insonne in aereo. Poi inizia il tratto sterrato: una mezz’ora, e giungiamo alle pendici di una montagna. Padre Justin mi dice che c’è da salire, fino in cima. Anche qui ben presto l’asfalto lascia il posto a uno sterrato, per poi diventare un vero e proprio percorso da rally! Che l’autista padre Justin supera in maniera impeccabile. Dopo un’oretta ci fermiamo sull’altopiano.
Arrivano due dei Missionari della Comunità di Mbulu: propongono di far visita al Vescovo. Ci andiamo. È felice e grato perché domani sarà benedetto quel pozzo che il villaggio non ha mai avuto. Condividiamo con lui il dolore per la morte, in pochi giorni, di due giovani sacerdoti della Diocesi. Si è fatto buio. Ci attende un altro piccolo rally verso la Casa di Missione. Nel territorio di Mbulu si nota un’altra alternanza: case di mattoni e case di sterco. E, stasera, come spesso capita, manca la luce. Intravediamo alcuni giovani. Cantando e ballando fanno da scorta alle nostre auto. È il comitato d’accoglienza, preludio della festa di domani.

Condividiamo la cena con i tre giovani Missionari e il Seminarista che compongono la Comunità CPPS di Mbulu, aperta da poco più di due anni. Al mattino celebriamo la Santa Messa nell’adiacente chiesa Parrocchiale. Poi ci mettiamo in auto e percorriamo dieci chilometri di strada sterrata per raggiungere Gunyoda, la stazione missionaria nel cui territorio è stato scavato il pozzo, in località Dimosege. Nell’ultimo tratto alcuni giovani ci precedono, correndo.
All’arrivo siamo accolti da canti e danze. Ci rivolgono messaggi che dovrebbero far breccia in ogni cuore: «L’acqua è vita» dobbiamo «operare per l’unione e la pace», «le risorse della natura non vanno sprecate» e, rivolti a me, «sentiti a casa».
Peter Gollis, il referente del Governo − in swahili, “diwani” −, ci spiega che il pozzo servirà una zona molto estesa e promette di far arrivare l’energia elettrica.
Io condivido che tutto è iniziato con un libro il cui titolo fa riferimento proprio all’ultimo dei messaggi che avevano scandito a ritmo delle percussioni fai-da-te: «Questa è sempre casa tua». E aggiungo che, tra coloro che ne hanno sposato il progetto, c’è stata la famiglia Mongili, che ha voluto ricordare Isidoro con un’opera di carità. A Mbulu, ora, anche Isidoro è di casa. Pregheranno per lui e lo ricorderanno per sempre.
Dopo saluti e foto una parte dei presenti si mette sul ciglio della strada per donarci gli ultimi sorrisi; gli altri, cantando e ballando, precedono per alcune centinaia di metri le nostre auto, prima di lasciarci partire.

MBULU – ITIGI
Il territorio della Parrocchia di Mbulu è vasto, la stazione missionaria più lontana dista ben 45 chilometri. E si raggiunge sempre con un tragitto da rally. Anche altri dati sono “sproporzionati”, rispetto ai nostri standard. Tra pochi giorni la Comunità tutta sarà in festa per le Cresime.
Nel rientrare ci soffermiamo con i componenti del coro, che hanno fatto chilometri a piedi per arrivare qui, e provano per ore.
A ricevere il Sacramento saranno circa 300 ragazzi!
Dopo il pranzo – anche questo anticipato − salutiamo i Confratelli e iniziamo il viaggio verso Itigi. Impieghiamo circa cinque ore: il primo tratto di strada è lo stesso dell’andata, rally compreso.
La discesa dalla montagna fa apprezzare maggiormente il panorama. All’arrivo, con padre Justin, scherziamo: è stato solo un allenamento in vista del viaggio di domani.

“I NOSTRI EROI”
Oggi, 27 ottobre, nel celebrare il 50° anniversario della Parrocchia di Itigi, abbiamo toccato con mano la bellezza della diffusione del Vangelo, che raggiunge chi non aveva mai sentito parlare di Gesù e continua a crescere.
I Missionari del Preziosissimo Sangue hanno iniziato la missione a Manyoni, a 40 chilometri da qui, alcuni anni prima, nel 1966. I primi Missionari in Tanzania sono stati don Dino Gioia, don Giuseppe Montenegro e fr. Franco Palumbo. Il primo Parroco di Itigi, invece, è stato don Mario Dariozzi, con cui collaborava fr. Umberto Reale. Qui, 50 anni fa, si è partiti da zero.
C’erano poche capanne e i cattolici si potevano contare sulle dita della mano; oggi è una realtà completamente trasformata,
anche grazie all’Ospedale, aperto come piccolo dispensario quasi 35 anni fa.
Nell’omelia il vescovo di Singida ha ricordato l’esempio e la dedizione dei Missionari che − parole testuali − «hanno fatto a questo popolo il regalo della fede, spezzandosi la schiena». Al termine della Messa, con gioia e gratitudine, mi ha detto: «Sono i nostri eroi!».
La missione è opera di Dio. È Lui il Regista che disegna progetti e sceglie collaboratori per edificare il Suo Regno; è proprio
bello vedere in questi collaboratori gli eroi che, poi, affidano ad altri il testimone della fede.
La festosa celebrazione ci consegna altri dati “sproporzionati”. La normalità di qui sarebbe incomprensibile per noi. L’inizio della Messa era fissato per le 10, ma tutti si chiedevano a quanto sarebbe ammontato il ritardo. Quando si è avviata la processione d’ingresso i commenti sono stati positivi: erano le 11! Tra introduzioni e canti l’omelia del Vescovo è iniziata poco dopo mezzogiorno, per terminare un’ora dopo. Al termine della Messa siamo rimasti in Chiesa: era il momento di saluti, consegna dei regali e messaggi vari. Intorno alle 16, con la foto di rito, ci siamo diretti verso la sagrestia. Decisamente “sproporzionati”. E pare che il Vescovo abbia omesso un ulteriore messaggio, sapendo che avevamo un lungo viaggio da fare.

GERMOGLI DI PACE
SCENARI DI GUERRA E POVERTÀ
Il viaggio inizia circa un’ora dopo. Sapevamo di non poterlo completare, ma avremmo voluto far sosta per la notte un po’ più avanti. Ci fermiamo a Tabora, invece, dopo quasi tre ore. Oltre all’infaticabile padre Justin, sempre alla guida, ci sono padre Vedasto, il Provinciale della Tanzania, e padre Innocent, uno dei due Missionari di Comunità a Benaco, la nostra meta. C’è anche il proprietario della ditta che lì ha scavato il
pozzo. Il quarto del Progetto.

28 ottobre. Da Tabora ripartiamo alle 6. Maciniamo chilometri e chilometri di povertà, interrotta da tratti in cui il tenore di vita è decisamente migliore. Icone degli stenti quotidiani sono le casupole di sterco e, soprattutto, i bambini. Quelli sul ciglio della strada sperano di ricavare qualche spicciolo dalle loro mercanzie, altri guidano greggi di pecore e mucche, altri a piedi nudi si contendono una palla di stracci, magari sognando di calcare ben altri campi.

Dopo qualche ora padre Innocent mi dice che siamo sull’unica strada che porta dalla Tanzania in Rwanda e Burundi. Benaco è a venti chilometri dal confine con il Rwanda. Qui, anni fa, sono stati accolti i rwandesi che fuggivano dalla guerra. Alcuni sono rimasti. In patria hanno perso tutto.
Le news, intanto, riportano l’escalation del conflitto tra Israele e Palestina. Morte e povertà che si diffondono ancora. Guerre, sempre guerre. Non si è mai realizzata la profezia di Isaia: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno spade, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra» (Is 2,4). Un’arte, invece, che non si è interrotta, utilizzando armi sempre più sofisticate, costose, e distruttive. È noto che dirottare la spesa per gli armamenti verso chi è nel bisogno eliminerebbe la povertà su tutta la terra. È noto ma, forse, non accadrà mai. Per la profezia di Isaia bisognerà attendere il ritorno glorioso di Gesù.

Arriviamo a Benaco verso le 13. Qui per cinque mesi l’anno non piove. Prima di benedire il pozzo, padre Deusdedith, il Parroco, esprime la gioia della Comunità intera: «quando hai l’acqua hai tutto». E aggiunge che, ora, si può pensare agli altri progetti: ingrandire la Chiesa, sistemare l’asilo… Mi consegnano dei doni, tra cui un braccialetto che unisce i grani per pregare la decina del Rosario al mio nome.

Prima di prendere la strada del ritorno andiamo al confine con il Rwanda. Padre Innocent mi indica il fiume che separa i due paesi. È il Kagera: le sue acque, almeno in quel tratto, sono rossastre. Immagino con orrore la diversa tonalità di rosso di qualche anno fa: al colore della terra si univa il sangue di chissà quante vittime di guerra. Il fiume è stato il loro cimitero. Un cimitero esteso centinaia di chilometri: migliaia di cadaveri in decomposizione sono giunti fin nel Lago Vittoria, dove il Kagera termina la sua corsa. Germogli di pace e terribili scenari di guerra e povertà: accoglienza o rifiuto, speranza o distruzione, umanità o disumanità. Ciascuno è chiamato a una scelta di campo, con le parole, le azioni, la preghiera.
È ormai buio quando giungiamo a Kahama.

VERSO ITIGI: IL MIRACOLO
Al mattino, partenza con brivido. I tre Confratelli mi avevano lasciato nella casa d’accoglienza della Diocesi, dandomi appuntamento alle 7. Senza wifi non abbiamo possibilità di comunicare. Verso le 8.20 chiedo a uno degli addetti alla struttura di telefonare. Non era accaduto nulla di grave e i Confratelli stavano per raggiungermi. In auto mi spiegano che avevano trovato da dormire lontano da Kahama. La causa? Ieri sera la città era in tilt e c’era il tutto esaurito per il concerto di Diamond Platnumz, star tanzaniana di cui fino a oggi, non me ne vorranno l’interessato e i suoi fans, ignoravo del tutto l’esistenza.
Nel lungo tragitto verso Itigi sentiamo più volte fr. Andrea, il Missionario italiano stabilmente a servizio dell’Ospedale “San Gaspare”. Ci comunica dell’arrivo dell’ultimo gruppetto di amici e volontari. Tra loro c’è Marco, ostetrico. Il suo arrivo ha salvato la vita di una bambina, nata da sei giorni che, per le gravi condizioni di salute della mamma, non era mai stato allattata. Marco aveva messo in valigia anche del latte zero per prematuri. La bambina, che non ha ancora un nome, ha potuto finalmente nutrirsi. Un miracolo.

POMERIGGIO A MKIWA: SR. RITA
Giungiamo a Itigi verso le 14. Il gruppo aveva già pranzato. Nel pomeriggio viviamo il primo momento insieme: si va a Mkiwa, dove è stato scavato il primo pozzo e, in seguito, realizzata la conduttura per portare l’acqua nell’asilo. Nel tragitto pensavo che stavolta non avremmo incontrato i bambini. E, invece, li troviamo radunati nell’ampio salone parrocchiale: si stanno scatenando in giochi, canti e balli. Il nuovo Parroco, don Reginaldo, li ha radunati, dando il posto d’onore a quelli che festeggiano il compleanno in ottobre! E, così, abbiamo festeggiato anche due dei nostri volontari, Ireneo e Selene. Un’ora di sorrisi, abbracci, foto, video e, poi, tutti in fila, per ricevere la tanto desiderata caramella!
Condividiamo la Santa Messa domenicale con le Suore Orsoline e le ragazze in cammino verso la totale consacrazione.
Il loro punto di riferimento è sr. Rita che ha iniziato la missione qui a Mkiwa, decenni fa. E la continua, ancora, a 94 anni.
Soprattutto, dedicandosi alla preghiera.
L’incontro con lei è un mix di semplicità e gioia, che apre alla fede. Sr. Rita è una delle “eroine”: la sua vita interamente donata al Signore ha permesso a tanti di ricevere il regalo della fede.
CONTINUA NEL PROSSIMO NUMERO…

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