Dal 1953 la voce di San Gaspare nel mondo
«La Provvidenza di Dio si è presa sempre cura di noi»

di Giuseppe Montenegro
Tra povertà, miracoli quotidiani e speranza: ricordi della missione in Tanzania
Da seminarista mi sono interessato per costituire un “Circolo missionario” per conoscere l’espansione della Chiesa nel mondo. Nel Seminario cresceva l’interesse per l’espansione della Chiesa nel mondo, la nostra preghiera per i Missionari e l’opera che facevano.
Mentre studiavo la Teologia ci fu la possibilità di frequentare degli studi medici presso i Cavalieri di Malta. Studi gratuiti per diventare “Infermieri professionali”. Chiesi al rettore di potere frequentare questo corso e mi rispose che soltanto il padre Provinciale poteva darmi questo permesso. Il padre Provinciale di allora, don Giuseppe Quattrino, mi dette il permesso. Oltre gli studi teologici all’Università Gregoriana, nei giorni stabiliti, nel pomeriggio, andavo in bicicletta al centro di Roma presso i Cavalieri di Malta. Oltre la Licenza in Teologia ottenni anche il certificato di “Infermiere professionale”. Non pensavo che questo mi sarebbe servito in terra di missione.
VERSO L’AFRICA
Dopo qualche mese dall’ordinazione sacerdotale don Giuseppe Quattrino mi chiese la disponibilità per andare in terra di missione in Africa tropicale. Detti la mia disponibilità e anche a don Dino Gioia fu chiesta la stessa cosa. Insieme ci rendemmo conto di andare in Africa tropicale, esattamente in Tanganyica, oggi Tanzania.
Conoscevamo il francese; era necessario imparare l’inglese. Ci fu concesso di andare in Inghilterra per imparare la lingua. Avevamo pochi soldi. Dopo un mese di scuola finirono i risparmi, ma avevamo imparato abbastanza; non avevamo soldi per continuare la scuola. Continuammo a stare per un altro mese in Inghilterra praticando la lingua. Tornati in Italia non avevamo soldi per viaggiare e con don Dino ci siamo organizzati per visitare le nostre comunità, parrocchie o santuari, per informarli sulla nostra ormai vicina partenza e chiedere loro di aiutarci.
In tutte le nostre comunità uno di noi due predicava con il crocifisso missionario e l’altro, sempre con il crocifisso, raccoglieva le offerte. In ogni nostra residenza ci fu un’abbondanza straordinaria di aiuti!
Ci fu comunicata la data di partenza da Brindisi, con la nave, per la Tanzania: il 6 Maggio 1966. Sulla nave eravamo: don Dino Gioia, io e fratel Franco Palumbo. La durata del viaggio sarà di 13 giorni; si arriverà all’allora capitale della Tanzania, Dar es Salaam. Quando la nave approdò nel porto di Dar es Salaam fummo accolti da un sacerdote passionista, padre Candido. Faceva un caldo umido sui 40 gradi.
Uscimmo per strada per vedere la città. Incontrammo un mendicante che chiedeva l’elemosina; lo fissai con tenerezza: non aveva le dita, era un lebbroso. Gli misi sui moncherini un’offerta e lo salutai. Mi sorrise con gratitudine. Per i malati ero preparato a fare del bene e curarli.
CONOSCERE IL POPOLO
Dopo qualche giorno di permanenza il padre passionista, con una jeep, ci portò al centro dell’immensa Tanzania. Le strade erano in terra battuta; noi vestiti di nero… a fine viaggio ci trovammo con gli abiti impolverati di bianco! Restammo ospiti dei padri passionisti per istruirci sui costumi delle persone che avremmo servito in una zona molto lontana da dove ci trovavamo. Una intera provincia a nostro servizio.
Andammo in un centro specializzato per imparare la lingua, eravamo nella stessa stanza con don Dino. Dopo pochi giorni mi svegliavo dicendo parole strane che non capivo: era la lingua swahili (la lingua nazionale) che stavamo studiando.
Ritornati dai padri passionisti ci inviarono nei loro centri di missione per sperimentare la lingua che avevamo imparato. In pochi mesi riuscimmo a predicare in swahili e ad amministrare tutti i sacramenti nella missione tenuta dai passionisti.
Fummo portati nella grande zona che ci fu affidata per evangelizzare: il distretto di Manyoni. Prendemmo una casa in affitto. Scaricammo tutti i nostri bagagli. Una cassa fece da tavolo per mangiare e le altre per stare seduti. Una bottiglia di vino che avevamo portato con noi e del cibo. Ci mancava l’acqua.
L’ACQUA DELLA PROVVIDENZA
Uscii con un secchio per andare a prenderne. Fuori si era radunata tanta gente. Chiesi dove andare ad attingere acqua e una signora mi prese il secchio offrendosi di andare al posto mio. C’era un cielo terso con un sole cocente. Non pioveva da due mesi e il granturco piantato stava per seccarsi.
Terminammo di mangiare ma l’acqua non arrivava. Uscii dalla porta e proprio allora la signora ci portò il secchio pieno di acqua. Lo presi ringraziando e portai l’acqua ai confratelli. Era limpida. Presi un bicchiere, lo riempii e cominciai a bere… era salatissima come quella del mare! La sputai e comunicai ai confratelli la triste notizia.
Due lacrime mi scesero dagli occhi. Dissi che ci dovevamo adattare a bere quest’acqua, come faceva la gente del luogo! All’improvviso, però, sentii sulle lamiere dell’abitazione come un rumore d’acqua di pioggia. Prima c’era un sole splendente. Non c’era alcuna nuvola ma lo scroscio continuò con insistenza. Subito presi il bicchiere e, dopo un po’ di sciacqui, lo riempii di acqua limpida, lodando Dio che non abbandona i figli suoi. Prendemmo tutti i recipienti che avevamo per metterli sotto le grondaie e li riempimmo d’acqua pulitissima. Un inno immenso di lode a Dio e a Maria Santissima.
Da quel giorno la riserva d’acqua da bere non è mai venuta meno. La Provvidenza di Dio si è presa sempre cura di noi!
AL SERVIZIO
La popolazione della Tanzania è molto educata, sempre pronta ad aiutare gli altri. Ho amato il popolo della Tanzania come miei fratelli e sorelle. Ho curato tutti, dai più piccoli ai più grandi, e costruito per loro un ambiente igienico. Mi sentivo straziare il cuore quando vedevo morire dei bambini sotto i miei occhi.
Un giorno una donna mi portò un bambino, di circa tre anni, che era diventato come uno scheletro. Domandai: «Cosa gli dai da mangiare?» Mi rispose: «Un poco di erba!». Lo presi in braccio per osservarlo e curarlo. Purtroppo un minuto dopo spirò dalla fame…
Ad un altro bambino denutrito diedi un bel po’ di latte in polvere e spiegai alla mamma come nutrirlo poco alla volta. Quando me lo riportò, stava già un po’meglio e, dopo un poco di tempo, era bellissimo e robusto! Aiutammo quasi tutti i bambini che avevano bisogno di cibo.
FACCIA A FACCIA
L’esperienza dei leoni è rimasta impressa nella mia memoria. Abitualmente dormivo in macchina quando dovevo visitare diversi villaggi di una stessa zona. Percorrendo una lunghissima strada si trovava una radura e avevo in mente di riposare un po’. Fermai la jeep, osservai dal mio lato: non c’erano alberi ma solo erba. Passai dall’altro lato dove si trovava un semplice arbusto.
Sotto di esso due enormi leoni, un maschio e una femmina! Il maschio issò le zampe d’avanti e ruggì.
Mi fermai di scatto, vicino al margine della strada. Distavo appena quattro metri per diventare sua preda! La leonessa fece lo stesso. Compresi che era giunta la mia ultima ora! In un istante feci esame di coscienza e mi abbandonai alla santa volontà di Dio. Pochi istanti per essere squartato e comparire in Paradiso! Il leone e la leonessa penso che cambiarono idea! Ritornai con calma e cautela verso la jeep. Entrai senza fare rumore. Misi la marcia e scappai a grande velocità dal pericolo ma con attenzione, perché il leone può correre più veloce della jeep! Fortuna che quel giorno i leoni mi hanno concesso la libertà.
UN DIALOGO INATTESO
Quando al centro distrettuale arrivava qualche personalità chiedevano a noi missionari di poterlo alloggiare, perché avevamo stanze ben costruite. Venne da noi un signore che veniva da parte di un grande Governo per soccorrere la nazione della Tanzania in tempo di fame. Abitualmente agli ospiti diamo ospitalità completa con vitto e alloggio.
Dopo tre giorni restammo in casa io e questo dignitoso ospite. L’ultima sera, il giorno prima della sua partenza, si era reso conto di ciò che facevamo per debellare la fame. Pensavo che anche questo ospite avesse lo stesso obiettivo…
Si fece spiegare come fossi riuscito a far superare una fame che ricorreva dopo tre o massimo quattro anni. Spiegai che avevo insegnato a coltivare due cereali: il granturco, che richiede abbondanza di pioggia, e il miglio, che richiede molta meno pioggia. Quindi così non ci sarebbe dovuta più questa emergenza. Il signore ospite a freddo mi disse: «Secondo il lavoro che sono venuto a fare dovrei ucciderti». Pensai al martirio e risposi: «Se è tuo dovere lo dovresti fare». Ma lui subito rispose: «Mi voglio astenere perché lo desidero». Ci siamo lasciati con rispetto.
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