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La testimonianza e la spiritualità di don Romano Altobelli

Da Redazione

Pubblichiamo alcuni passi dell’omelia del Direttore Provinciale don Terenzio Pastore durante la celebrazione delle esequie del Missionario del Preziosissimo Sangue don Romano Altobelli, lo scorso 20 maggio 2022.
«La misura della santità è data dalla statura che Cristo raggiunge in noi, da quanto, con la forza dello Spirito Santo, modelliamo tutta la nostra vita sulla sua» (Benedetto XVI).
Papa Francesco, incastona questa frase del suo predecessore nella prima parte dell’Esortazione Apostolica Gaudete et exsultate: entrambi invitano a riconoscere la santità di coloro con cui incrociamo il cammino della nostra vita […]. Una certezza che San Gaspare esprime così: «Gesù per amore ci ha redento, con amore ha versato tutto il suo sangue; per esso noi abbiamo la nostra abitazione misteriosa nel suo cuore!». La passione, morte e risurrezione di Gesù apre a ciascuno di noi una prospettiva nuova, impensabile: possiamo vivere ogni giorno un’intimità profonda con Dio, da cui scaturisce il nostro essere dono. Per amore. Con il passare degli anni don Romano ha messo sempre più tale certezza al centro della sua vita. Queste parole di San Gaspare le ha scritte all’inizio del suo testamento. Con esse ha interpretato la missione affidatagli da Dio che, subito dopo, sintetizza così: «Gesù, il mondo, la Chiesa, la Congregazione, la comunità attendono che io ti ripresenti, perché vuoi realizzare il tuo progetto: amarli, guarirli, salvarli». Don Romano non usava termini a sproposito. Nella predicazione di ritiri ed esercizi spirituali, nell’insegnamento, nelle conferenze, negli incontri con i Confratelli, nelle omelie, nei dialoghi, nelle confessioni, esprimeva con chiarezza e puntualità il suo pensiero. Ci teneva a indicare, senza possibili fraintendimenti, la via di Dio. Nella frase appena citata riconosce di essere chiamato a rendere presente Gesù. È consapevole che il realizzarsi del progetto d’amore di Dio per l’umanità passa anche attraverso la sua testimonianza di vita, anche attraverso il suo sacerdozio missionario. È questo l’orizzonte entro cui don Romano comprende di dover orientare la propria quotidianità.
Da questa progressiva scoperta scaturiscono le due conseguenze con cui continua il suo testamento: la richiesta di perdono e il ringraziamento. Don Romano scrive: «Gesù perdonami. Tu conosci le mie debolezze di temperamento, di carattere formato alla rigidezza, alla giustizia umana». Conosceva bene, don Romano, il terreno su cui ha lavorato […]. Questo è il cammino per “diventare” discepolo. Un cammino che don Romano ha percorso, per essere amico di Gesù e portare molto frutto.
Un cammino che, fino all’ultimo, gli ha riservato la gioia di crescere nella conoscenza e nell’amore per Dio e nel farsi prossimo.
Una gioia che non poteva non diffondere intorno a sé, usando poche parole. Parole pensate, una per una. Senza spropositi. Alcuni mesi fa andai a trovarlo in camera sua. Come suo solito mi invitò a sedermi […]. Quel giorno, però, l’esordio fu totalmente diverso. Non poteva proprio trattenere la grande notizia, né il modo in cui voleva comunicarmela. Immediatamente esclamò: «Mi sono innamorato!». Lasciò passare alcuni secondi prima di aggiungere: «… della mia malattia!» […]. Don Romano sapeva benissimo che la malattia non è una punizione di Dio e che va accolta come un dono, perché in essa si manifesta l’agire amorevole di Dio. Chissà in quante occasioni lo avrà detto o predicato. Nello sperimentare il tipo di sofferenza che avrebbe contraddistinto l’ultima parte della sua vita era giunto, però, a una nuova conquista. Aveva compreso profondamente che il Signore, in quel modo, lo avrebbe modellato ulteriormente e che senz’altro avrebbe accolto la sua preghiera. Una preghiera che, nel testamento, formula così: «Vienimi incontro, entra dentro di me, cambiami, ed io mi lascio trasformare» […]. Facciamo nostri il ringraziamento al Dio-Amore e il desiderio profondo che ha scritto come conclusione del tuo testamento. «Grazie, o Padre, che mi hai partecipato la tua paternità!
Grazie, Gesù, che mi hai partecipato il tuo sacerdozio! Grazie, Spirito Santo, che mi hai fatto fare l’esperienza dell’Amore! Mi hai amato e mi hai fatto amare! Presentandomi a te, che possa vederti per dirti che sei stato “bravo” nella mia vita, per lodarti e ringraziarti di tutti e di tutto». Don Romano, l’insieme della tua vita, il tuo intero cammino di santificazione, ci rende certi che tu stia già dicendo al Signore che è stato “bravo” nella tua vita […].
P.S. Sai, don Romano, penso che tu stia ricevendo un bel po’ di messaggi. In molti ti vogliamo dire, di cuore, che sei stato “bravo” nella nostra vita. Insieme con i Confratelli e le Consorelle intercedi perché un giorno anche noi possiamo occupare il posto che il Signore ci ha preparato. Amen.

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