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Liberi Dentro

Di Roberto Monteforte

Il progetto di un giornale redatto dagli stessi detenuti.
Raccontare e Raccontarsi!

Stimolato da suor Emma che da anni cura un laboratorio di scrittura con i detenuti del carcere di Rebibbia, ho deciso di dare una mano anch’io. Visto che sono giornalista professionista e che i detenuti hanno deciso di realizzare un loro notiziario, ho messo le mie competenze professionali al loro servizio. Così, quasi ogni settimana varco i cancelli del carcere e incontro la redazione di Liberi dentro, questo è il nome del notiziario a cui stiamo lavorando.
Per ora è un inserto di Ristretti Orizzonti, una pubblicazione importante per la realtà carceraria realizzata da associazioni di volontari e dai detenuti del carcere di Padova, ma contiamo di costruire un nostro giornale. Uso il plurale perché gli autori degli articoli e i curatori delle rubriche sono loro, i detenuti della Casa circondariale di Rebibbia.
Varcati i cancelli e attraversati i corridoi, li incontro in un ambiente al piano terra di uno dei padiglioni. Siamo una dozzina di persone. E si discute. I problemi sono tanti in un carcere. Quelli che ai nostri occhi sembrano piccole cose dietro le sbarre hanno tutto un altro peso. Si capisce ad esempio come la condizione dei detenuti sia pesante non solo per la pena che sono stati chiamati a scontare, ma anche per le tante “pene aggiuntive” non inflitte dal tribunale, ma causate dalle disfunzioni delle carceri italiane a partire dal sovrannumero di reclusi e dalla carenza di personale. Troppi i vuoti in organico: dagli agenti di polizia penitenziaria al personale tecnico, agli operatori sino ai medici e agli psicologi. Una carenza che in tempi normali, è mitigata dall’attività dei volontari, ma con la pandemia e le conseguenti misure anti-Covid tutto si è fatto più pesante. A volte basta un cavillo, un ritardo nel disbrigo di una pratica, una semplice svista burocratica apparentemente insignificante per determinare ritardi sulla richiesta di benefici cui il recluso avrebbe diritto.
La spinta che ha portato i detenuti a realizzare un loro notiziario è anche quella di far sapere, far conoscere, non sentirsi dimenticati e al tempo stesso tutelare la propria dignità personale dandosi un obbiettivo concreto, un “prodotto” da realizzare, un piccolo passo verso il futuro. Un percorso reso possibile proprio dalla consapevolezza dell’errore compiuto e della pena da scontare. La vita del carcerato è scandita da un tempo sempre uguale per tutta la durata della pena da scontare. Sono le attività di laboratorio, lo studio (anche universitario), i corsi professionali, l’attività sportiva a rompere questa routine che abbrutisce, che porta depressione e incattivisce, rendendo più difficile il cambiamento. Dentro questo percorso di “riabilitazione” è maturata l’idea del notiziario. Dal bisogno di raccontare e raccontarsi. Di superare un isolamento forzato, quello della detenzione, e provare a costruire
relazione con il “mondo di fuori” oltre le sbarre. Siamo al lavoro. Lo sforzo è quello di andare oltre le proprie vicende, di pensare ai problemi di tutti, di trovare metodo e disciplina, di mettere ordine nei propri pensieri e impadronirsi degli strumenti per meglio comunicare.
Quindi, in primo luogo imparare a scrivere non per sé ma per gli altri, quindi ad esprimersi con chiarezza e precisione. Il percorso è particolarmente difficile in un ambiente recluso, con possibilità molto limitate – non sono ammessi cellulari o connessioni internet − con l’esterno anche semplicemente per verificare una notizia. Il mio compito è accompagnare questo processo di formazione con l’obiettivo di arrivare a pubblicare un giornale “vero”, rivolto ad un pubblico “reale” di lettori. L’obiettivo è ambizioso. Ma sarebbe socialmente importante per chi è dentro le sbarre, non solo perché significherebbe aver costruito un ponte con la società che aiuterebbe a rompere la barriera del pregiudizio ma anche perché è possibile raccontarsi quando si è riconquistato rispetto di sé. Sarebbe importante anche per chi è “fuori”, perché permetterebbe di guardare con occhi diversi chi vive l’esperienza della reclusione. Ce lo ricorda costantemente papa Francesco: si tratta di persone, di uomini e donne come tutti noi, che hanno diritto al riscatto e al futuro. Potremmo esserci noi al loro posto.
Non dimentichiamolo mai.

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