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L’invisibile fondamento della nostra speranza

GOCCE DI SCRITTURA

L’Epistola agli Ebrei /16
L’invisibile fondamento della nostra speranza

Di Giuseppe Pandolfo

In questo numero iniziamo ad affrontare gli ultimi temi della Lettera agli Ebrei che sono la fede e la perseveranza. In particolare nel capitolo 11 viene consegnato alla nostra attenzione un lungo excursus storico che attraversa la storia dell’Antico Testamento e che ha come obiettivo quello di mostrare come si sia reso manifesto il dono della fede nella vita dei patriarchi e dei vari personaggi biblici. In 11,1 ci viene detto che «la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede» e con questa frase l’autore compendia tutto quanto vuole dire sulla fede, in particolare nella sua modalità di espressione nella storia concreta di questi personaggi che vanno da Abele fino ad Abramo e oltre. Secondo il predicatore, il cristiano ha davanti a sé una speranza che non è un sano ottimismo della vita, un modo di pensare e di avere una certa visione del mondo. La speranza del cristiano ha un solido appoggio che è la fede, grazie alla quale egli può vedere i beni promessi come se li possedesse già adesso. Questa fede risulta essere un modo di conoscere le realtà che non sono visibili e che sono i motivi fondanti del senso della nostra vita. Infatti nella mentalità del nostro autore è il mondo non visibile che fonda la realtà visibile e non il contrario, poiché i mondi sono stati creati dalla parola di Dio e dunque da qualcosa che non è visibile (cfr. 11,3).
Questo concetto di fede possiamo comprenderlo in una certa misura facendo riferimento a quelle che nella nostra vita possono essere state delle promesse che poi hanno trovato la loro realizzazione. Quando io ricevo una promessa da una persona che conosco bene e di cui sono consapevole di potermi fidare, in qualche modo ho una profonda certezza interiore che manterrà la parola data. Così i vari personaggi biblici che l’autore cita nel suo discorso hanno agito, vissuto, combattuto sapendo di avere un bene più grande e che, seppur invisibile, stato il fondamento sul quale hanno vissuto tutta la loro vita.
Questo bene in realtà era Cristo stesso, la Parola con cui il Padre ha creato il mondo e che sebbene cronologicamente non fosse ancora nato nel tempo, tuttavia è stato il cuore della speranza di coloro che hanno creduto in lui. Cristo stesso, infatti, afferma riguardo ad Abramo che egli aveva già visto il suo giorno (cfr Gv 8,56). Dunque se questa fu la fede in coloro che erano nati e vissuti prima di Cristo, quale dovrebbe essere la nostra che viviamo già nei tempi nuovi?

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