Dal 1953 la voce di San Gaspare nel mondo
L’universalità

Da Redazione
Con il beato don Giovanni Merlini, Pellegrini di speranza
L’UNIVERSALITÀ
PREGHIERA E CATECHESI
Canto iniziale allo Spirito Santo
Esposizione eucaristica
Dal Vangelo secondo Marco (16,14-20): «In quel tempo, Gesù apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto. E disse loro: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno”. Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano».
DOVE ARRIVANO I MISSIONARI…
Gesù risorto appare ai discepoli e li rimprovera per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non credevano alla testimonianza di chi lo aveva visto vivo. Il male è sempre molto abile a persuaderci che tutto è una casualità, che la fede è un cedimento sentimentale, in fondo un’illusione, perché a ben vedere nella vita reale non c’è e non ci sarà nessuna risurrezione. Quando nel cuore crediamo alla catechesi del diavolo, allora anche se vediamo, non crediamo, perché siamo tremendamente superficiali. Il Vangelo, la buona notizia sta tutta nella relazione di Gesù verso di loro. Invece di mandarli a quel paese e magari sostituirli con altri, li invia a predicare la sua Persona e il suo Vangelo. Noi al tradimento rispondiamo col togliere la fiducia e col sospetto, ma Gesù è Dio e risponde da Dio: con la carità che tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. Dio è così, per questo c’è speranza per tutti.
Gesù ci manda a predicare il Vangelo, anzi, più precisamente, a far credere e battezzare. Credere non è tanto una questione di concetti da sapere o di emozioni da sentire, ma è una questione di come si vive, cioè ha a che fare con le nostre scelte e le nostre relazioni. Si vede chi ha fede in Gesù Cristo, dal fatto che prega, che celebra la sua Eucaristia con la comunità che lui ha fondato, la Chiesa; dalla carità che vive, dal fatto che cerca di rispettare i suoi insegnamenti sulla fedeltà dell’amore, sul rispetto della vita contro ogni aborto, omicidio, sfruttamento; inoltre perdona le offese, cerca di essere in pace con tutti e così via. Per questo il verbo “credere” combacia col verbo “farsi battezzare”. Perché una vita di questo tipo si può vivere solo se siamo immersi (“battezzare” in greco significa: “immergere”) nella vita (“nel nome”) divina della Santissima Trinità. Il battesimo è maturo quando mettiamo il nostro stile di vita in “ammollo” nel Signore. Lo amiamo ubbidendolo, fino ad imitarlo. Diventiamo un tutt’uno con Cristo e allora piano piano ci conformiamo in Lui, a cominciare dall’umiltà di confidare nel suo perdono, che ci fa sempre ricominciare, ripartire, ma con una consapevolezza ancora più grande della bontà divina. La salvezza, di cui parla Gesù, non è il solo “salvarsi l’anima”, ma è totale, di tutta la persona: corpo, anima e relazioni.
Gesù, dunque, manda i discepoli a predicare il Vangelo, affinché sia da noi creduto, ci cambi la vita e la salvi da tutto ciò che la rovina. Al fine di realizzare questa missione, Gesù regala ai discepoli un potere particolare: quello di riconoscere i demoni e le loro trappole; quello di cacciarli; il dono delle lingue, cioè di farsi capire da tutti, piccoli e grandi, forti e deboli, colti o con poca istruzione, ricchi e poveri. Lui stesso è presente con tutti i testimoni del suo vangelo accompagnandoli con segni e prodigi in tutto il mondo. Spesso capita in molti paesi del mondo di vedere un villaggio in cui le famiglie sono in pace, c’è solidarietà comune, tutte le persone sono curate e valorizzate, anche i disabili, ci si aiuta e ci si conforta, c’è gioia e letizia diffusa; e poi, a poche miglia di distanza all’opposto un villaggio in cui le famiglie sono in guerra, non c’è ombra di carità e condivisione, i disabili sono chiusi in casa come una vergogna, i vizi trionfano, ognuno vive per se stesso e c’è tanta disperazione e vuoto. Quale la differenza? Nel primo villaggio sono già arrivati i missionari, nell’altro ancora no!
Canto
Dal Vangelo secondo Luca (10,17-24): «I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: “Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome”. Egli disse loro: “Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”. In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: “Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo”. E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono”».
VIVERE DA SOGNATORI
La missione viene affidata da Gesù a 72 discepoli e Gesù mette in chiaro bene qual è la cosa più importante e che vale per tutti: l’essere iscritti nel cielo, risultare in quel registro lì. Tutto il resto, anche le grandi opere di bene sono solo un assaggio della nostra vera appartenenza. Guai a noi quando crediamo di poterci gonfiare ed impossessarsi delle opere di Dio in noi. Questo è il problema di satana, portatore di luce, che cade come una folgore, quando si allontana da Dio. Certo che ci viene dato questo potere di camminare sopra serpenti e scorpioni, cioè di liberarci dal male dell’egoismo, del peccato e, quindi, anche della morte, ma questo non è il massimo. Il “di più” è essere cittadini del cielo. Il resto è sempre secondario. Anche la nostra missione. Anche il nostro matrimonio, il nostro essere religiosi, sacerdoti, suore e così via. La prima e fondamentale vocazione è sempre un’altra! Il vero fascino è avere il nome nell’anagrafe del Paradiso e la vera meta è il Cielo e non altro! Questo è il Vangelo di cui sempre rallegrarci. Qui Gesù, di fronte alla missione dei suoi discepoli, è proprio contento ed esulta nello Spirito Santo, che è l’amore divino. I sapienti e i dotti hanno già la loro sapienza e non si aprono al vangelo, ma i piccoli, cioè coloro che sanno di non poter avere la salvezza da se stessi, ebbene costoro conoscono il Figlio e, quindi, anche il Padre, nello Spirito; cioè entrano a far parte della stessa Trinità. Gesù qui sembra avere il ritratto di un sognatore, di colui che manda i suoi discepoli e già sogna la diffusione della sua Chiesa, come la realtà della sua presenza, dell’allargamento della famiglia divina in tutto il mondo. Sogna l’amore, insomma. Ma non è un sognare come possiamo pensare noi, nel senso di uno sperare vago e generico. No è un sognare di chi desidera e lavora perché questo accada sul serio e già ne comincia a vedere i frutti. Da qui la beatitudine che segue. Ad una prima lettura ci sembra che Gesù dica ai suoi ascoltatori che loro sono beati perché hanno davanti il Messia, a differenza dei loro antenati come i profeti. Non è così, Gesù è più profondo e parla anche a noi. Egli intende dire che ogni opera bella che si realizza si fonda sempre sul desiderio (e sul lavoro) sognante di qualcuno che ci ha preceduto. Gesù sta lì, perché ci sono stati i profeti. La nostra Chiesa oggi è così, perché c’è una storia dietro, fatta di tanti santi, di papi e di concili, come l’ultimo del Concilio Vaticano II (1962-1965). Se siamo così è perché siamo il frutto del sogno di qualcuno. San Gaspare e don Giovanni Merlini non hanno visto la Congregazione come è oggi, ma l’hanno desiderata. Così San Francesco coi frati. Così i santi. Così tutti i cristiani, i genitori coi figli, i sacerdoti coi fedeli, tutti, insomma! Possiamo chiederci, a conclusione della preparazione al Giubileo, se abbiamo smesso forse di desiderare, di sognare. E ancora di più quanto in questo tempo è importante per noi lavorare per un grande desiderio secondo Dio, a prescindere dal fatto che forse non ne vedremo mai totalmente i frutti, i risultati, il compimento? Ma proprio per questo ne vale la pena!
Preghiamo col Salmo 71
O Dio, affida al re il tuo diritto,
al figlio di re la tua giustizia;
egli giudichi il tuo popolo secondo giustizia
e i tuoi poveri secondo il diritto.
Nei suoi giorni fiorisca il giusto
e abbondi la pace,
finché non si spenga la luna.
E dòmini da mare a mare,
dal fiume sino ai confini della terra.
I re di Tarsis e delle isole portino tributi,
i re di Saba e di Seba offrano doni.
Tutti i re si prostrino a lui,
lo servano tutte le genti.
Perché egli libererà il misero che invoca
e il povero che non trova aiuto.
Abbia pietà del debole e del misero
e salvi la vita dei miseri.
Padre Nostro
Preghiamo. O Padre, che nella morte e risurrezione del tuo Figlio hai redento tutti gli uomini, custodisci in noi l’opera della tua misericordia, perché nell’assidua celebrazione del mistero pasquale riceviamo i frutti della nostra salvezza. Per Cristo nostro Signore.
Benedizione eucaristica
Canto finale
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