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L’uomo è libero di liberarsi!

di Paul Ndigi

Riflettere oggi sugli atti umani è necessario per evidenziare non solo i vantaggi ma anche i limiti e la vulnerabilità della vita sociale. È un compito imbarazzante a volte, ma rilevante per poter rispondere ai “perché?”. Pertanto, interrogarsi sull’identità dell’uomo continua ad essere un centro d’interesse di tutta l’antropologia e dei numerosi ricercatori.
Gli studi su questo spirito incarnato non si sono imposti oggi, risalgono dall’antichità e abbracciano un campo ad ampio raggio. È un castello cui i lavori sono ancora incorso, una vocazione, sempre in divenire. Rimane perciò sterile pensare di conoscere tutto di lui. In altre parole, l’essere umano rimane un campo aperto per accogliere nuovi elementi scoperti.
Nella dinamica dell’incontro con l’altro, l’uomo ha un atteggiamento di accoglienza o respingimento. L’accettazione in molti casi è sinonimo di bontà, mentre il rifiuto è espressione di cattiveria. Tale condotta è legata alla società in quanto prodotto della cultura. Uno sguardo attento mette in evidenza il proliferarsi delle strutture per sanare i diverbi tra i contendenti. Vista la situazione attuale, risulta che si tende molto più a distruggere che a costruire, a criticare che apprezzare.
Si sono disfatti anche i legami familiari e interpersonali che erano inviolabili. Sotto i nostri occhi, compare un conflitto generazionale senza precedenti. Pertanto, una società che non è come dovrebbe essere, va in crisi. A volte si ha l’impressione che vale solo e soltanto il nostro punto di vista disprezzando però le competenze altrui.
E tutti o quasi, si appellano alla legge, alla salvaguardia del proprio diritto come se il dovere non esistesse.
Se il passaggio dallo stato di natura allo stato civile ha portato evidenti miglioramenti della nostra condizione di vita, ha introdotto nello stesso tempo anche delle criticità, mettendoci nelle catene. Da qui il proclamo di Jean-Jacques Rousseau (1712-1778): «L’uomo nasce buono e la società lo corrompe». Sebbene sia molto complesso tracciare una descrizione univoca di società, essa può essere intesa come una collettività organizzata di individui uniti da interazioni varie. Se per alcuni pensatori come T. Hobbes, l’uomo è per natura un lupo per l’altro, Rousseau punta piuttosto il dito alla società. Ma è vero che gli uomini nascono puri ed è la contaminazione sociale che agisce negativamente su di loro? Oppure nascono istintivamente malvagi e sono le leggi e l’educazione a determinare in loro una particolare inclinazione al bene?
J-J Rousseau come molti altri autori, fu odiato in vita ma celebrato e amato dopo la morte. Ha guardato in faccia la società del suo tempo, e con una forte dose di critiche razionali, ne ha fotografato le contraddizioni. Di fatto egli afferma ne L’Emilio che: «Tutto è bene quando esce dalle mani dell’Autore delle cose, tutto degenera fra le mani dell’uomo». In realtà, alcune realizzazioni non hanno contribuito alla felicità dell’uomo, anzi lo hanno allontanato dalla sua vocazione.
Le scienze e le arti sono nate dai nostri vizi e hanno contribuito a rinforzarli anziché eliminarli. Hanno generato la disuguaglianza e il corteo dei mali sociali che incatenano l’uomo. Per liberarlo, è necessario ripristinare la vera vocazione dello stato civile. È l’obiettivo che Rousseau si propone di raggiungere mentre scrive Il Contratto Sociale. La vita sociale per l’uomo non è un’appendice, è richiesta dalla sua natura: l’uomo cresce e adempie la propria vocazione solo in unione con gli altri. Si tratta naturalmente di una interdipendenza non di una dominazione dei uni sugli altri.
Ma è davvero così?
Albert Einstein elenca tre principali problemi che incontriamo nella società e che costituiscono delle minacce per l’umanità: la disoccupazione crescente con la meccanicizzazione e la produzione in serie; con la creazione di armi di distruzione di massa, la vita è in pericolo; la libertà legata alla manipolazione delle informazioni riservate è ridotta. Le conseguenze di questo male dilagante risiedono nel disprezzo dei valori tant’è che la violenza, con tutte le sue sfumature è diventata un fenomeno quotidiano. Si delinea sotto i nostri occhi il passaggio da uno stato originario di uguaglianza a uno artificiale dove, inevitabilmente il mondo si vede destinato alla contrapposizione perpetua. Con tutto questo, il mondo è davvero un villaggio planetario? Alla differenza dell’uomo allo stato di natura, si afferma la sua reale frammentazione in una serie di stati incoerenti ed in continua trasformazione. Infatti si ha una netta classifica: il primo, il secondo e il terzo mondo.
Tuttavia, dove lo Stato non s’impone con un potere forte e illuminato, si arriva inevitabilmente a una fine catastrofica. Il grande difetto riscontrato da Rousseau nella società è che tende a moltiplicare i bisogni e a corrompere i costumi, portando l’uomo lontano dalla sua natura originaria. Questa logica contagiosa s’incontra anche in ambienti insospettabili. Se la società è una prigione come lo afferma Rousseau e molti altri, liberarsi diventa una priorità ed è possibile, per evitare di sottomettersi continuamente a un malessere esistenziale. L’ambiente socioculturale nel quale si nasce e si vive ci condiziona molto. Un primo passo verso la libertà di essere sé stessi è il riconoscimento delle catene e dei condizionamenti che la cosiddetta “società” ci ha costruito intorno.

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