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L’uomo è una canna pensante

di Vincenzo Siracusa 

“Pellegrini di Speranza”: in cammino verso il Giubileo del 2025  

«L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura; ma è una canna pensante. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo: un vapore, una goccia d’acqua è sufficiente per ucciderlo. Ma quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di chi lo uccide, dal momento che egli sa di morire e il vantaggio che l’universo ha su di lui; l’universo non sa nulla. Tutta la nostra dignità sta dunque nel pensiero. È in virtù di esso che dobbiamo elevarci, e non nello spazio e nella durata che non sapremmo riempire. Lavoriamo dunque a ben pensare: ecco il principio della morale». 

In questa meravigliosa analisi troviamo le vette del pensiero filosofico e teologico che Pascal raggiunse consapevole che la malattia lo stava per sottrarre al mondo. La sua riflessione si muove tra ragione e sentimento, nell’ottica di persuadere i lettori alla ricerca sotto scorta della fede come unica forma sensata del vivere umano. 

È proprio la ricerca di senso che muove gli esseri umani, i quali, nonostante non siano altro che canne, sono delle canne pensanti, il che li rende gli esseri più dignitosi proprio davanti la morte. Infatti, l’universo un giorno ci inghiottirà, ma esso non saprà nulla di tutto ciò, mentre noi, pur soccombendo, sapremo di essere annientati.  

Il paradosso della nostra forza è anche la nostra debolezza, e viceversa. La coscienza, insomma, racchiude tutta la dignità umana, qualcosa di unico e speciale che per Pascal va devoluto alla ricerca ponderata, tra ragione e sentimento, della via verso Dio. Ferma è da parte sua la condanna della vita dedita ai divertimenti e alla vanità («non nella durata e nello spazio che non sapremmo riempire»), tutti moti di inutile irrequietezza, che ci distraggono dalla statica postura che si addice a una vita appartata, nel silenzio e nello studio. Le distrazioni ci impediscono di vedere esposta la nostra fragilità, ma anche di dare degno svolgimento a quella facoltà così unica che solo gli umani detengono.  

Così, questo paradossale binomio “fragilità-pensiero” si condensa dentro l’immagine della canna pensante che, povera, tende a fluttuare ad ogni colpo di vento, quando invece dovrebbe sforzarsi di resistere al divenire per fissarsi umilmente sulla sua precaria singolarità, pensando a Dio e alla promessa di salvezza, in conscia attesa della falce che la mieterà. 

Oggi, però, nel clima culturale del pensiero debole, si cerca di imporre a tutti i costi un’etica diversa e incontenibile con le convenienze sociali. Per questo l’uomo in questo impedimento di proclamare la verità sul senso del vivere umano, deve sempre più radicarsi nel presente contesto culturale, per far sì che sia la mente che il cuore, diventino Verità personificata, sul calco della mano di Dio.  

Dunque il pensiero di Pascal, ci aiuta a trovare nella nostra dimensione umana, la chiara consapevolezza di essere intimamente uniti al Padre, dal quale siamo inseparabili, con l’ineffabile ed eterno abbraccio del cielo che sovrasta ogni creatura umana e quindi anche la nostra carne fragile e pellegrina nel mondo. Lui la certezza, anche nella tribolazione: “Nel mondo avete tribolazione” (lett. afflizione). “Ma abbiate coraggio (dal greco tharséite), Io ho vinto il mondo” (Gv 16,33). Ed è attraverso la Sua continua vittoria sulla cultura della mondanità che il mondo furibondo, intenzionato a lasciarsi devastare dal precipizio del male, ritrova di fronte al potere assoluto della scrittura: “Io ho vinto il mondo!”. Dio non è avventatezza, non è arroganza, non è illusione. Dio corrisponde alla forza interiore che infonde nell’animo dell’uomo vuoto di sé: il Mistero Trinitario della salvezza. Generando dentro l’umanità il protagonista della storia della salvezza. 

Credo che il Giubileo ci insegni che ancora dobbiamo imparare a capire nel profondo esistenziale, la fecondità del bacio dell’amore: dono supremo concesso dal Padre. Abbiamo ancora tanto cammino da fare in questo Anno Santo! Immagino sempre la nostra vita sul monte degli ulivi, per sentire e prendere dentro di noi l’angoscia che Gesù provò, nell’abbandono solitario che ha segnato la cristianità intera. La notte, porta per sua natura la tristezza, la malinconia, quella stessa che provò Gesù nel Getsemani. Nel luogo del compimento Gesù smette di parlare e diventa ciò che ha detto: «Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito». (Luca 23,46). Queste parole per noi che varchiamo la Porta Santa diventato un mistero grande! Ecco perché non possiamo nel mondo essere apparenza, al contrario dobbiamo essere sostanza, in quando il Signore, che è mistero donato a noi, ci contagia della sua per presenza viva. La Chiesa nel vivere il Giubileo della Speranza, è chiamata a testimoniare e donare il cuore della Trinità, come intimo più profondo del mistero di Dio. 

Seguendo l’invito dell’Evangelista Giovanni: “Li amò sino alla fine”, dunque, dobbiamo assumere l’amore come motivazione principale di questo cammino che ci condurrà a Roma, accanto al successore di Pietro, accanto al Santo Padre Francesco: vicario di Cristo in terra, per confermarci nella fede. Direi: “Per rinnovare la nostra professione di fede”.  

Il Giubileo ci mostra, nel suo “essere speranza”, il senso di tutta la storia, e il senso del destino di ognuno di noi che come piccole fiaccole desiderano illuminare la notte pasquale. Perché, innestati anche noi all’albero della croce, possiamo entrare con lui nel grande passaggio terreno che dice il senso della nostra vita e della storia umana. Penso anche che vivere questo tempo favorevole di riconciliazione fraterna significhi poter rinascere sul far del mattino a nuova primavera; coltivando la speranza rivoluzionaria dell’amore che vince anche la morte. Non vorrei essere ripetitivo, ma credo fortemente che il 2025 per la Chiesa tutta sia un germoglio di speranza vera! Perché attraverso il pellegrinaggio che ciascuno di noi vivrà a Roma, sulla tomba dell’apostolo Pietro, non sarà soltanto motivo di un antico rito, ma un sentirci abbracciati dal Signore Gesù, che restituirà alla nostra anima: la limpida direzione del cielo. 

Ho cercato di descrivere questo Giubileo come una corsa verso della gioia, per essere sorpresi dalla tenerezza del Padre.  

Lasciamoci dunque sorprendere dalla tenerezza di Dio che ci visita ogni giorno, stringendoci la mano e conducendoci verso la vita che germoglia nel nostro cuore e chiede di essere raccontata, di cuore in cuore, di città in città, di periferie esistenziali quasi sempre emarginati. Dobbiamo in questo Giubileo raccontare la vita, per seminare speranza. Dobbiamo in questo Giubileo far fiorire la gioia, di cuore in cuore, per essere pellegrini di speranza.  

Concludendo, vorrei condividere con voi una preghiera rivolta al Signore, una preghiera a Lui che è la Porta Santa: 

Signore Gesù, 
Tu hai chiamato i primi discepoli a seguirti, hai chiamato loro affinché la Tua opera di salvezza continuasse a curare le ferite umane.
Fa’ che l’incontro con Te nei giorni feriali, diventino primizia e sorgente della Tua aurora nascente. 
Signore Gesù,
ricordaci che tutto passa: solo Dio resta!  

Grazie, Signore, 
per il dono generoso del Tuo amore! 
Grazie per averlo fatto; stupore inesauribile e una fede grande che inonda a noi nel corpo Eucaristico. 
Grazie, Signore, 
perché continui ad amare così tanto la tua Chiesa. 
Grazie, Signore, 
perché la rendi ogni giorno giardino di unità e germoglio di speranza. 

 Signore Gesù,
nel cammino luminoso del Giubileo, possa il nostro cuore ripercorrere la Tua Croce, per raggiungere l’esplosione viva del canto gioioso dei figli di Dio.
Signore Gesù,
dinanzi alla Porta Santa, ti invochiamo: “Abbi pietà di noi, e donaci l’unica speranza capace di farci sorridere ancora.   

Amen.  

Alla soglia della Porta Santa: preghiamo cosi!

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