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Meno onori e più umiliazioni

Di Giacomo Manzo

Nella scorsa puntata avevamo lasciato Francesco Saverio a Lisbona in attesa della partenza in nave verso le Indie. Era stato nominato da Paolo III nunzio apostolico delle terre orientali e, quindi, per questo, aveva diritto ad un servitore ed invece ecco che veniva beccato a lavarsi i suoi vestiti in un angolo della nave o a prepararsi da sé il mangiare. Così il comandante della nave andò a parlare con lui affinché si comportasse secondo il prestigio e l’onore della sua carica. Ma Francesco rispose con queste testuali parole che vengono pronunciate quasi 500 anni prima di Papa Francesco e che ancora oggi sono, infatti, attualissime per la riforma della Chiesa: «Signor Conte è il prestigio e l’autorità acquisita con i mezzi che voi mi suggerite che hanno ridotto la Chiesa e i suoi prelati nello stato in cui si trovano…». Cioè, come a dire, che è proprio questo modo principesco di comportarsi che rende gli uomini di Chiesa non credibili. Per cui aggiunge anche: «L’unico modo per ottenerli (il prestigio e l’autorità) è di lavare i propri panni da sé e far bollire da sé la propria marmitta… occupandosi solo della salvezza delle anime».
Ecco descritto un primo grande aspetto dello stile missionario di Francesco. Il missionario non ha prestigio ed autorità da imporre agli altri, ma l’autorevolezza se la guadagna col servizio e con l’opera di santificazione delle anime. Questo lo si vede dal fatto stesso di partire in missione per terre così lontane in quegli anni del XVI secolo. In quel tempo infatti i viaggi così lunghi in nave erano tutt’altra cosa. Proviamo a dare qualche dato per entrare di più nel contesto.
Anzitutto si doveva stare sotto il sole cocente tutto il giorno. Per di più si poteva stare fermi nel golfo della Guinea anche per 60 giorni ed il calore diventava davvero insostenibile. In altri posti, invece, come nel Capo di Buona Speranza, il rischio più forte era quello delle terribili tempeste.
Il cibo, poi, era fatto solitamente di carne e pesce salati e crudi, perché non c’era possibilità di cuocerli. I compagni di viaggio erano per la maggioranza disgraziati che non avevano vestiti di ricambio e i vestiti marcivano loro addosso. Soprattutto, poi, mancava l’acqua e la poca che era a disposizione era torbida e puzzava. Il rischio di morire di sete era molto serio. Ed infine possiamo immaginare quanto grande era la possibilità di prendersi le più diverse malattie. Per non farsi mancare niente, in un viaggio così lungo, era anche probabile l’incontro dei corsari francesi.
Come si può ben capire questi viaggi erano una vera e propria avventura con il grave rischio per la propria vita e la propria salute. Solo un pazzo potrebbe scegliere una vita del genere. Infatti lo stesso Francesco Saverio così scrive in una lettera ad Ignazio proprio durante l’anno del viaggio, quando ormai era già nel Mozambico: «Ho patito mal di mare per due mesi. Abbiamo avuto quaranta giorni penosi per una bonaccia che ci ha colti al largo del Golfo di Guinea. Ci siamo presi cura dei
malati che erano sulla nostra nave. Ho ascoltato le loro confessioni, ho portato loro il viatico (la comunione, ndr), li ho aiutati a fare una morte serena. […]. Quanto ai disagi del viaggio, sono talmente grandi che io non li affronterei per nessun’altra cosa al mondo, nemmeno per un solo giorno». Difatti è soltanto la follia dell’amore cristiano che può portare a vivere così fino in fondo la missione di annunciare e far vivere quest’amore a tutti, specialmente ai più poveri.
Francesco Saverio aveva assimilato interiormente tutto questo proprio attraverso gli esercizi spirituali di Sant’Ignazio
quando nella seconda settimana si vive l’esercizio dei tre modi di umiltà o di amore. Si coltiva nel cuore il desiderio di arrivare al terzo mondo per pregare così «per imitare più concretamente Cristo nostro Signore ed essergli più simile, voglio e scelgo la povertà con Cristo povero piuttosto che la ricchezza, le umiliazioni con Cristo umiliato piuttosto che gli onori; inoltre desidero di più essere considerato stolto e pazzo per Cristo, che per primo fu ritenuto tale, piuttosto che saggio e accorto secondo il giudizio del mondo». La storia di Francesco Saverio già dal suo viaggio in nave comincia ad essere la storia di un “pazzo d’amore” per Cristo e per tutti gli uomini della terra.
Gli effetti di quest’amore si vedranno presto. A cominciare dall’India.

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