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Mentre cresce la crudeltà e l’intolleranza, che fa la ragione?

di Paul Ndigi

È difficile concepire il mondo senza una interconnessione, senza relazioni con gli altri. Tutto sommato, c’è una base indiscutibile: nessuno di noi è felice da solo. Senza amici, diceva Aristotele, nessuno sceglierebbe di vivere, anche se avesse tutti gli altri beni. Nonostante questa importanza, le relazioni interpersonali possono essere anche fonte di sofferenza, e quindi di violenza. Dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, sono apparse molte raccolte antologiche sul tema della violenza in antropologia. Ma che cos’è la violenza? Quale beneficio si trae esercitandola?
La violenza è l’atto di violare, di non rispettare, quindi di oltrepassare senza diritto e con forza lo spazio fisico o morale che garantisce la dignità altrui. È l’esercizio del potere in una relazione interpersonale, tra diverse collettività, tra nazioni che si contendono qualcosa, dove uno vuole autoaffermarsi. Essa produce solo effetti devastanti e ha un impatto sull’individuo e sulla collettività. La violenza offende la vita e la realtà. Se la forza è costruttiva, la violenza è distruttiva. Ogni atto di violenza ha come finalità sottomettere l’altro e quindi di dominarlo. Dominare è l’altra finalità della violenza, la sua essenza. Il tentativo di unire in questa analisi le cause, le moltiformi manifestazioni e conseguenze di questo fenomeno può rendere il campo d’indagine molto generico. Tuttavia, focalizzando lo sguardo sulla sua pratica, si vede che essa si riproduce anche in luoghi insospettabili come la casa di cura, l’asili nido, la famiglia. Tra l’altro, il primo caso di decesso della storia è di origine violenta ed è un fratricidio (Caino e Abele).
Questa piaga non deve essere considerata inevitabile nella storia umana. Tuttavia, è fondamentale evidenziare qui alcune cause profonde: la disuguaglianza e l’ingiustizia sociale, quindi la povertà, l’invidia, la pigrizia, le cattive compagnie. La sua crescita spaventosa nel cuore della modernità è un segnale per rivedere il nostro “contratto sociale”, perché l’ambiente culturale può rafforzare o indebolire il carattere dell’uomo. In una società dove le regole sono dettate dal più forte, non è raro sentire: «O domina o sei dominato». Quando il dominio diventa una struttura, prende la forma non di una società con pari dignità, ma di una società imperiale. Ogni struttura di dominio produce un pensiero dominante, che condiziona il pensiero del dominato, fino a imporgli un linguaggio nuovo. È qui che la democrazia è chiamata ad abbattere la piramide imperiale e renderla un’oasi di libertà, di uguaglianza e di fraternità. Se gli uomini si sono dati delle leggi per allontanarsi dal male e dalla violenza e per favorire la pacifica convivenza, cosa giustifica il continuo perpetrarsi di atti violenti ogni giorno? Perché questa sete a voler dominare, ad essere superiore agli altri? A volte, pare che l’uomo moderno abbia perso la virtù della pietà razionale. Egli vorrebbe essere il dominatore di tutti e di tutto. Ma chi non conosce la virtù dell’amore, che implica l’accettazione reciproca, non sperimenterà mai la bellezza del vivere comune. Contro l’espansione della criminalità nelle sue varie espressioni, contro la piaga della corruzione, le «istituzioni − diceva Papa Francesco al Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) − sono chiamate a recuperare una strategia di lungo respiro, orientata alla promozione della persona umana e alla pacifica convivenza». Il rispetto e la morale sono in crisi, lasciando posto ad atteggiamenti dissacranti e offensivi della dignità umana. Ciò si vede in particolare nelle cosiddette baby gang, nei social media, nei gadget offerti ai ragazzi. In altre parole, la violenza è una caratteristica della storia dell’umanità. Va denunciata anche quella forma di violenza più aberrante, quella nell’ambito familiare, che spesso è mascherata. Urge dunque recuperare quei valori che favoriscono la pacifica crescita umana e la sana convivenza affinché l’uomo diventi liberatore e difensore dell’uomo stesso impegnandosi a ristabilire e a restituire la dignità a coloro cui è stata tolta. Per domare questo fenomeno della violenza nel pensiero e nei fatti, è auspicabile coltivare una forte coscienza del bene. Se l’azione che libera dalla violenza è l’educazione e la formazione, è possibile svincolarsi dall’idea che la natura umana è intrinsecamente cattiva?

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