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Moby Dick: un poema sacro

Di Paolo Gulisano

L’avventura, si sa, è nel cuore dell’uomo. È un desiderio, un bisogno di viaggiare, di cercare, di andare oltre, per poi tornare e raccontare ad altri l’accaduto. L’avventura è all’origine della narrativa: le storie più antiche e diffuse nel mondo, a partire dai miti e dall’epica antica, sono storie di avventura. Si può leggere una analogia culturale universale nella esposizione delle storie eroico-mitologiche a partire dalla “chiamata all’avventura”, a cui segue un viaggio pericoloso, per giungere al trionfo finale, o alla catastrofe. L’epoca moderna non ha perso il gusto dell’avventura e nell’Ottocento, secolo della scienza e della tecnologia, del trionfo delle macchine, un uomo dal cuore sognante, malinconico e avventuroso, scrisse un grande classico della letteratura, un libro complesso all’apparenza semplice. Quest’uomo si chiamava Herman Melville, un americano, e il suo capolavoro, si intitola Moby Dick. Scritto nel 1851, continua ad essere pubblicato, letto, magari reinterpretato nel cinema, nel teatro, nella musica.
La storia è ben nota: la caccia a una balena bianca di nome Moby Dick da parte di un capitano di nome Achab che conduce la sua nave, il Pequod, e il suo equipaggio della sua nave, in un folle, allucinato inseguimento del cetaceo per i mari di tutto il mondo. Il libro in realtà è molto più profondo di quanto possa sembrare all’apparenza, assumendo una dimensione mitica. Tutto in Moby Dick sembra essere fuori dal tempo e dallo spazio: la caccia sembra non finire mai, il Pequod veleggia sulle acque di oceani senza fine, tutto sembra muoversi e stare fermo allo stesso tempo. Tutto il libr comunque parla di avventura, di ricerca, e di fede. Lo aveva compreso perfettamente il primo traduttore italiano del capolavoro di Melville, Cesare Pavese: «Leggete quest’opera (Moby Dick) tenendo a mente la Bibbia e vedrete come quello che vi potrebbe anche parere un curioso romanzo d’avventura, un poco lungo a dire il vero e un poco oscuro, vi si svelerà invece per un vero e proprio poema sacro cui non sono mancati né il cielo né la terra a por mano». Così scriveva l’autore piemontese che nel 1932 per la prima volta tradusse in italiano Moby Dick. Pavese aveva allora 24 anni e si era
appena laureato con una tesi mirabile sulla poetica di Walt Whitman, grande scrittore americano dell’800.
Pavese era rimasto profondamente colpito dall’opera di Melville, tanto che non sapeva staccarsene. Nove anni dopo la prima traduzione, nel 1941, infatti ne propose una seconda versione. L’Italia era in guerra, e lui era un uomo completamente diverso, con alle spalle la pubblicazione di due libri coraggiosi e travagliati come Lavorare stanca e Paesi tuoi. Pavese ritorna all’opera titanica che tanto lo aveva affascinato e ne rivede la traduzione. La Balena, che inizialmente per Pavese rappresentava il vuoto, il nulla mostruoso, ora sottende il mito, un conflitto cosmico ancestrale accettato stoicamente. «La coerenza del libro si celebra proprio in questa tensione che l’ombra fuggente del mistico Moby Dick induce nei suoi ricercatori. […]. La ricchezza di una favola sta nella capacità che essa possiede di simboleggiare il maggior numero di esperienze. Moby Dick rappresenta un antagonismo puro, e perciò Achab e il suo Nemico formano una paradossale coppia di inseparabili. Dopo tante disquisizioni, tanti trattati e tanta passione, l’annientamento davanti al sacro mistero del Male resta l’unica forma di comunione possibile».
Pavese aveva colto di Moby Dick l’aspetto di “sacralità” di questa opera. Un sacro che riconduce alla Divinità, in una forma misteriosa, celata, tutta da decifrare, e alle sue manifestazioni, che agli occhi dell’uomo possono apparire anche negative, oltre che incomprensibili. Moby Dick è intriso di Bibbia: a ogni passo c’è un riferimento all’Antico o al Nuovo Testamento anche solo per dare delle definizioni a luoghi, cose e persone. Lo stile di Melville trova nel linguaggio mitico e biblico i suoi mediatori, rifuggendo dalla pura e semplice citazione o dal prestito. Il modello biblico è un archetipo a cui attingere, poiché essa è il Libro per eccellenza, come Melville stesso ebbe a scrivere.
Al lettore non resta che salire egli stesso sul Pequod e partire, non alla ricerca della Balena, ma alla ricerca di Dio.

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