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Nella nostra vita

Mag 24, 2021

Di Giulio Martelli

Tutti i sacramenti si rivolgono, da un lato, al corpo, alle realtà “sensibili”, particolarmente l’Eucarestia che ha come punto di partenza il pane e il vino “frutto della terra e del lavoro dell’uomo”. Punto di arrivo è la glorificazione del corpo e del sangue: quello di Cristo, poi il nostro. E non potrebbe essere diversamente dal momento che la fede sua è interamente fondata non sopra una vaga immortalità, ma sulla resurrezione della carne. E non è soltanto la vita degli uomini ad essere interessata; lo è anche la loro esistenza, la loro storia. Qui dobbiamo capire che il sacramento non esprime soltanto il senso di ciò che viviamo, e che è il cammino verso l’umanità riconciliata; esso è, inoltre, operativo: fa compiere un passo in avanti in questa direzione in molteplici modi. Innanzitutto ci invita e ci porta a fare nostro l’atteggiamento pasquale, il dono della vita, in tutto quello che dobbiamo fare e sopportare. In quanto condizione di cibo, ci invita a correggere le anomalie nei nostri modi di rapportarci, di fare società. Dobbiamo rivedere per esempio, l’organizzazione del lavoro, i comportamenti di mutuo assoggettamento e accaparramento delle ricchezze, alla luce della condivisione e di Cristo in posizione di servitore della vita. Ma c’è di più, perché l’Eucarestia non è solo l’invito a trasformarci e a contribuire a trasformare il mondo. Sappiamo dalla fede, infatti, che il sacramento comunica una forza per tutto questo: la grazia. Tutto sarebbe impensabile se il sacramento, atto della comunità credente, non fosse al tempo stesso atto di Dio stesso; atto creatore che ci rende capaci di vivere la nostra vita dandole la forma pasquale. Non si può dunque staccare l’Eucarestia dalla vita, tantomeno la fede dalla vita. Al contrario, il sacramento dice ed attualizza la presenza attiva di Dio nella vita degli uomini, che perciò si trova aperta alla vita eterna. Non solo aperta, ma concretamente incamminata verso la vita eterna su percorso corporale: cibo, bevanda! Siamo in piena realtà corporale! E la posta in gioco è la resurrezione dei corpi! Tutto questo lo sappiamo, ma forse è necessario insistervi. Il semplice fatto di dire “il corpo”, oppure “il nostro corpo”, può già ingannarci: parliamo infatti come se in noi ci fosse qualcosa, qualche realtà che non sia corporale. Di fatto, tutto in noi è corporale, tanto da poter dire ugualmente che tutto il nostro corporale è spirituale.
Per esempio, tutta l’intelligenza che guida il funzionamento dell’intestino è qualcosa di spirituale. Per esempio ancora, quello che io dico o una pagina che sto scrivendo è al tempo stesso corpo e spirito, l’uno nell’altro, l’uno attraverso l’altro. Ne segue che il nostro problema non è quello di essere un po’ “troppo corpo”, un po’ troppo “corporali”, ma di non esserlo abbastanza.
Non possiamo essere pienamente corpo infatti, se non in una relazione armoniosa con tutti gli elementi della creazione, della natura, in stretto rapporto con tutti gli altri corpi. Allora soltanto possiamo essere pienamente corpo spirituale e spirito corporale. Ma attenzione! Il passaggio a questo stato suppone la morte di tutto quanto in noi, corporalmente e spiritualmente, è conflitto, divisione interiore e divisione esteriore. Il principio di divisione, Paolo lo chiama “la carne” o “la carne del peccato”. Ora, il Cristo ha distrutto, «ha abbattuto il muro di separazione che divideva cioè l’inimicizia» (Ef 2, 14-16; Col 1, 18-20). E il Cristo Risorto si ritrova in comunicazione, senza interruzione alcuna, con tutto l’universo, e con tutta l’umanità, di ieri e di domani. In lui, con tutti gli altri, diventiamo letteralmente un solo Corpo. Ed è a questo punto che il carattere corporale raggiunge il suo compimento. L’Eucarestia ci trasporta a questo livello, perché ci mette in comunione con il Cristo Risorto e così anticipa la nostra resurrezione alla fine dei tempi. Nell’Eucarestia, noi ci troviamo allora della “pienezza” pleroma di Ef 3, 19 e 4, 13, del “riempimento” per così dire.
Il corpo dell’Adamo ultimo, terminale, è fatto di tutti gli uomini corporali. La nostra personale singolarità ci fa raggiungere l’universale del “tutti insieme”, il quale non cancella la mia identità, la mia differenza, ma al contrario la esalta. […] Il corpo ecclesiale si costituisce semplicemente per anticipazione del corpo universale della vita eterna.
Ora, in ciascuno di noi l’anticipazione del corpo universale prende la forma della carità. Mediante l’amore, l’individuo si rapporta agli altri e coinvolge se stesso in un “tutti insieme”, che supera tutte le frontiere di tempo e di spazio. Un amore che non può non essere universale: se per caso, rifiuto un solo essere umano, passato presente o futuro, l’amore non ha più luogo perché amo unicamente “quelli che mi amano”. Alla fin fine sono io che amo me stesso! Cfr. Mt 5, 43-48. L’amore comincia con la gratuità, quando non c’è alcuna ragione comprensibile di amare. Tutto ciò ci fa capire la narrazione dell’ultima cena da parte di Giovanni, il quale sostituisce il racconto del dono della carne e del sangue, con il racconto della lavanda dei piedi. Fare memoria di Cristo significa anche questo, in primo luogo questo! Perciò il rito eucaristico termina nella comunione, nella unione con: con tutti quelli che partecipano alla celebrazione, e rappresentano tutti coloro che sono nel mondo. La comunione eucaristica è la comunione con Cristo nel quale tutti sono stati creati e che raduna in sé il Corpo nuovo perché egli è “il primogenito di coloro che risuscitano dai morti” (Col 1, 15-20). L’Eucarestia non è la mia personale azione di grazia se non è al tempo stesso azione di grazia di un popolo: un popolo di popoli, il popolo di tutti i popoli.

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