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Niente educa meglio dell’esempio

di Fernando Parrotto Rizzello

Il professor Parrotto Rizzello risponde…

Gentile prof. Parrotto,
ho una domanda da porle che riguarda il rapporto tra i miei due figli, Roberta di 5 anni e Manuel di 7 anni, che è a dir poco conflittuale. Quando sono insieme non fanno altro che litigare, anche in modo animato, e passo interi pomeriggi a dover intervenire per separarli e spesso per metterli in punizione. Sono molto preoccupata. Vorrei che in casa ci fosse armonia e che i due andassero d’accordo. Cosa mi consiglia di fare? La ringrazio per l’attenzione e per il prezioso servizio che offre a noi lettori.

Maria Luisa (Roma)

Cara Maria Luisa,
le liti tra fratelli e sorelle possono turbare l’armonia e il clima familiare, ma la rassicuro: sono del tutto normali e in un certo senso salutari, soprattutto se i due sono di età ravvicinata. Studi recenti hanno dimostrato che i gemelli bisticciano addirittura nell’utero materno. La famiglia perfetta, dove i fratelli vanno sempre d’amore e d’accordo, è pura utopia. Questa perenne lotta tra fratello e sorella nasce dal bisogno individuale di affermarsi, trovare il proprio spazio e costruire la propria identità all’interno dell’ambiente familiare. Le consiglio di cercare di intervenire meno possibile al fine di costringere i due litiganti a dirimere da soli i contrasti, ad imparare l’arte della contrattazione, a trovare in maniera autonoma accordi e compromessi.
Con il tempo i litigi diminuiranno, perché il confronto favorisce l’empatia. Se il litigio infuria al punto da diventare pericoloso, separi i contendenti, non come forma di punizione, ma proponendo a ciascuno di loro una soluzione alternativa al bisticcio, senza però indossare i panni del “giudice” o del “poliziotto”. È importante, inoltre, che i genitori e in generale gli adulti di riferimento offrano esempi di relazioni costruttive e di confronto non violento. In breve, se la mamma e il papà alternano lunghi silenzi a improvvisi litigi, magari conditi con insulti e parole aggressive, è difficile che i figli si mostrino inclini alla risoluzione pacifica dei contrasti.

Egregio Professor Parrotto,
la ringrazio per l’opportunità che ci dà nel porle domande sul tema dell’educazione. Vorrei un consiglio sul comportamento di mio figlio. Ha 12 anni, frequenta con un buon profitto la Scuola Media ed è un grande appassionato di basket. Il problema nasce proprio dallo sport. Pratica da diversi anni il suo sport preferito e fa parte di una squadra che partecipa a diversi tornei e campionati. La questione riguarda l’ansia da prestazione e soprattutto la sua forte competitività. Si arrabbia e piange quando non gioca da titolare, quando perde una partita o quando fa pochi canestri. Io e mio marito cerchiamo di rassicurarlo, ma le sue reazioni sono sempre spropositate. Come ci consiglia di intervenire? Grazie.

Lorena (Firenze)

Cara Lorena, i bambini sono molto competitivi, anche se ricevono dai genitori un’educazione equilibrata e non carica di eccessive aspettative. In un certo senso la loro ambizione è da considerarsi costruttiva e li aiuta ad emergere e a prendersi le giuste soddisfazioni. Ma se l’ambizione risulta sproporzionata e mina la serenità e l’equilibrio interiore del bambino allora può subentrare un circolo vizioso che dall’ansia di primeggiare porta allo stress e al senso di fallimento, fino ad indebolire l’autostima. Va sottolineato che dal punto di vista neurologico, come affermato dal neuroscienziato Boksem, quando un individuo perde, il suo cervello reagisce alla stregua di quando sperimenta un dolore intenso.
Bisogna intervenire, pertanto, su questo meccanismo distruttivo e portare il bambino a considerare le esperienze di competizione, soprattutto se non raggiungono il risultato sperato, in maniera positiva. Niente educa meglio dell’esempio. I genitori per primi devono liberarsi dall’idea che la vita sia una gara e che ha successo solo chi vince. Un commento sprezzante verso il calciatore che ha sbagliato un calcio di rigore o verso la propria squadra del cuore che ha perso una partita, per esempio, insegna ai bambini che chi non è un vincente non merita rispetto e che gli avversari sono nemici da combattere con ogni mezzo e a qualsiasi costo.
Aiutiamoli, invece, a crescere tenendo conto del valore del “noi” oltre a quello dell’“io”, attraverso lo sviluppo dello spirito di collaborazione. Bisogna, poi, far comprendere ai più giovani (ma anche agli adulti) che a volte è davvero necessario perdere per poter raggiungere i risultati sperati: di fatto, solo quando avremo accettato il sentimento di rabbia post-sconfitta saremo disponibili a un’analisi più lucida dei fatti e più pronti all’azione. Come affermò Aristotele: «Non si può sciogliere un nodo senza sapere come è fatto»

Puoi scrivere al Prof. Parrotto Rizzello, alla seguente email:
parrottorizzello@primapersonaplurale.it

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