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Non tutti sanno che… in carcere si può cambiare

Da Redazione

Intervista a Suor Emma Zordan, Adoratrice del Sangue di Cristo

Suor Emma, la prima domanda parte direttamente dal titolo del tuo libro: in carcere si può cambiare?
Sì, in carcere si può cambiare. A cambiare il detenuto è soprattutto il rimorso per il delitto commesso che pesa più di ogni altra cosa. La perdita della libertà, l’allontanamento dai propri cari, la sofferenza che vede negli occhi dei propri figli lo inducono a un comportamento sempre più dignitoso e meritevole. Il bisogno di incontrare Dio, la richiesta di pregare per sé e i propri familiari è ammirevole, direi commovente. Vedo forte in queste persone il desiderio di farcela e di riconquistare la dignità perduta. Mi rendo conto che non è, però, facile far percepire questo messaggio alla società, perché il carcere è comunemente visto come luogo di repressione per i criminali.
E, invece, la mia esperienza mi porta a constata re un paradosso: è il condannato che, con la propria resilienza, rispetto e attenzione verso l’altro, arriva ad arricchire l’umanità di chi dall’esterno dedica a lui il suo tempo.

Quali sono le funzioni che una suora come te svolge in carcere. Come si svolge una giornata tipo a Rebibbia?
Da circa otto anni lavoro come volontaria nel carcere romano di Rebibbia, dove organizzo, tra le altre cose, laboratori di scrittura creativa per i detenuti, i cui lavori vengono poi raccolti e pubblicati affinché anche fuori, finalmente, si sappia davvero come si vive lì dentro. L’ultimo, Non tutti sanno, racconta la pandemia all’epoca del primo lockdown. La mia giornata tipo è quella fatta di incontri, colloqui, di raccolta di scritti, di discussioni sui vari problemi del carcere.

Come rispondono i detenuti verso la tua presenza?
Ci sono uno o due episodi che puoi raccontare ai nostri lettori e che ti sono rimasti nel cuore; perché ti hanno fatto davvero incontrare la presenza di Cristo in loro?
Sono anni che frequento il carcere e ogni volta che varco la soglia dell’orribile portone di ferro, un brivido mi percorre la schiena. I detenuti mi aspettano ansiosi, li trovo già posizionati all’apertura della porta di ferro, pronti a salutarmi, ad abbracciarmi, baciarmi. I loro sguardi curiosi si vestono di speranza e mi accolgono col sorriso che mi commuove. Mi convinco di quanto sia importante per loro portare un saluto, un sorriso. Qualcuno mi porge i propri pensieri scritti che con calma leggerò, altri mi chiedono un rosario, una penna, una caramella; altri ancora della colla per assemblare regalini di cartone da regalare ai propri famigliari. Molte volte mi sono domandata chi fossi io per loro e, credetemi, ancora non ho la risposta. Per me loro sono dei figli d’amare e basta; per loro, che hanno nel cuore tanto dolore, credo di essere solo una speranza che prevale sulla pena da scontare e che li aiuta a superare il tormento della lunga detenzione. Proprio in questi piccoli loro gesti, trovo facile incontrare Cristo che mi riempie di gioia la giornata.

Tu sei una suora adoratrice del Sangue di Cristo. Come questa spiritualità ti ha spinto, ti sostiene e ti accompagna nella tua missione nel carcere?
Il carisma del Sangue di Cristo, “dare la vita e se possibile anche il sangue”, è stato sempre per il motore del mio andare verso l’altro, verso le periferie dell’umano.
Gli ultimi, i lontani mi hanno sempre catalizzato. In carcere ho sentito la chiamata di farmi il “Buon Samaritano”, figura altamente simbolica che si prende cura dell’uomo ferito e abbandonato sul ciglio della strada. Mio compito specifico, come Adoratrice del Sangue di Cristo, è dire a questi fratelli sventurati, che mi guardano sempre con occhi compassionevoli, che Gesù sul delitto, che logora la loro esistenza, ha messo una pietra e su ognuno ha versato il suo Sangue, segno di un amore senza ma e senza se.

Che cosa pensi che sia davvero da cambiare e da riformare in Italia del sistema penitenziario?
Perché è così urgente unariforma delle carceri?
Il sistema penitenziario dal mio punto di vista è una piaga in cancrena. Il tutto è basato su leggi più di punizione che di redenzione. Per esempio il “Fine
pena mai” non è una condanna, ma una lama che lacera le carni di un peccatore. Se ci si sofferma un attimo, è facile capire che trascorrere settimane, mesi, anni, nell’inerzia non giova a nessuno.
Né al detenuto, né alla società. E che, oltre che incostituzionale, è dannoso.
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, ma tendere alla rieducazione del condannato e finalizzate al reinserimento dei reclusi in società. È necessaria una serie di riforme per ristabilire la proporzione della pena, che non sia solo punitiva. Bisogna rifarsi alla misericordia del Signore, che ha fatto del perdono un’arma invincibile. In Italia, a differenza di altri Paesi evoluti (vedi Nord Europa), il rispetto e la dignità dei detenuti sono la priorità assoluta, mentre in Italia il grado di questi valori umani non sono così importanti. La pena che si sconta diventa esecuzione. Tutti siamo chiamati a lottare insieme affinché il più urgente possibile ci sia una riforma che non dia sconti ma, nella giusta misura, sia più umana e redentiva.

Il tuo impegno è molto forte per sensibilizzare la società di fronte all’indifferenza e ai pregiudizi verso le persone detenute e quest’ultimo libro Non tutti sanno ne è una dimostrazione. Perché senti così forte questa missione?
Il mio obiettivo è proprio quello di far conoscere il più possibile la realtà di un pianeta sconosciuto. Il libro Non tutti sanno vuole aiutare a superare i tanti pregiudizi sulla condizione dei detenuti e l’indifferenza che li uccide, riscoprendo l’umanità che c’è in ciascuno, dentro e fuori le sbarre. All’interno di queste pagine i detenuti si raccontano − con franchezza − senza “mentirsi”. Sono ricordi, rimpianti, elaborati in tempo di Covid, resi ancora più tristi per l’isolamento totale dai propri familiari. Ma non è facile abbattere gli spessi muri del pregiudizio. La diffidenza, meglio l’indifferenza, verso chi viene reinserito nuovamente nel mondo del sociale e lavorativo, è ancora tanta, debilitante e mortificante, condannandolo purtroppo a portare per sempre sulla pelle il marchio della galera. Gli si nega, in maniera disumana, il diritto a tornare a vivere. Questa è la mia sofferenza! Questo il perché di portare fuori le mura questa dura realtà.

Ti ricordi il giorno in cui hai messo piede per la prima volta in un penitenziario?
Non nascondo che delle carceri e verso i loro “ospiti“, anch’io avevo i miei pregiudizi che erano quelli della gente comune, mi esprimevo per stereotipi ben poco evangelici; poi quando sono entrata tra quelle mura, mi si è stretto il cuore. Pian piano, ho iniziato ad ascoltare le loro conversazioni, quasi sempre le stesse, a guardarli negli occhi, a provare tenerezza, compassione, dolore per la loro mancanza di libertà, l’indifferenza di chi vorrebbe vederli “marcire in carcere”. Mai ho chiesto loro il motivo che li ha portati a vivere una realtà così dura. Oggi queste persone, con cui passo la maggior parte del mio tempo, per me sono fratelli, amici e compagni di viaggio. Il carcere è casa mia: entrarci mi dona gioia e tanta pace. E ora questo lo sanno tutti.

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