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Nutrire con il cibo della parola di Dio

di Claudio Mastrogiovanni

Nel libro IV del De doctrina christiana, Agostino d’Ippona delinea i tratti essenziali che caratterizzano l’eloquenza cristiana e il profilo del predicatore. Quest’ultimo dovrà attingere dalla Bibbia come da una sorgente inesauribile non solo i contenuti ma anche la metodologia essenziale dell’arte del comunicare. Non l’eleganza della parola sarà l’obiettivo del predicatore cristiano, bensì i contenuti al cui servizio sarà piegata anche l’ars oratoria. La necessità di comunicare ha esercitato su Agostino una pressione così forte da demolire in un sol colpo l’impalcatura della vecchia retorica, la quale ignorava il problema della comunicazione e aveva concentrato tutti i suoi sforzi nel perfezionare in forma maniacale l’aspetto formale del discorso attraverso un interminabile numero di norme (cfr. P. Brown, Agostino, Einaudi Torino, 1971, p.253).
Agostino aveva intrapreso il ministero di predicatore superando non poche difficoltà. Egli, non dimentichiamolo, era stato un contemplativo e, in piena sintonia con la tradizione plotiniana, aveva considerato il discorso quasi un’apostasia dell’anima. In un’omelia tenuta a Ippona, forse in un anniversario della sua ordinazione episcopale, fa emergere questa difficoltà dalla quale è uscito fuori solo spinto dal dovere, proprio del pastore d’anime, di nutrire il popolo di Dio con il cibo della Parola di Dio e non limitarsi a esserne il custode: «Appena mi astenessi dal donare e conservassi il deposito, ecco a spaventarmi il Vangelo […] Infatti non mi farei superare da nessuno in questa sicurezza della quiete assoluta: niente di meglio, niente di più dolce che spingere e muovere lo sguardo all’interno del deposito divino, cessando il rumore all’intorno: questo è dolce, questo è buono; al contrario, predicare, convincere di errore, riprendere, favorire un più alto livello di fede, darsi pensiero di ciascuno individualmente, ingente carico, grande peso, immane fatica».
Il servizio della predicazione, esercitato per quasi quarant’anni, lo segnò in modo indelebile e lo pose sempre all’interno del popolo cristiano, rendendolo sempre pronto a captarne i sentimenti, le emozioni, le paure e le aspirazioni. La Parola di Dio, che egli lungamente meditava, studiava, a volte anche con il confronto delle diverse traduzioni, per meglio coglierne l’intensità e le sfumature di significato, attraverso la sua parola esigente e affabile, si riversava in mille rivoli nel cuore degli ascoltatori. Con incredibile padronanza del testo, in una sola omelia, era in grado di percorrere tutta la Bibbia, da Paolo alla Genesi, passando attraverso i Salmi, creando collegamenti e richiami verbali particolarmente adatti ad un uditorio, in gran parte analfabeta, abituato a imparare a memoria semplicemente ascoltando.
Tanta e tale era la sua capacità da riuscire a trasmettere nella mente dei suoi ascoltatori l’idea che la Sacra Scrittura è un tutto organico, un’unità che si identifica con il Verbo di Dio. In modo particolare questa unità balzava fuori in tutto il suo splendore allorquando commentava i Salmi. La bellezza delle prediche sui Salmi non trova equivalenti in tutta la letteratura patristica. Ogni Salmo veniva presentato all’attenzione dei fedeli come un microcosmo di tutta la Bibbia. I sentimenti ivi riflessi, rimbalzando nell’animo di Agostino, si riversavano sull’uditorio in una inscindibile saldatura di forma e di contenuto. Agostino, infatti, viveva egli per primo, le emozioni che trasmetteva nel commentare i Salmi.

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