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Padre Maurice Bellet

Di Pierino Montini

Leggendo il Vangelo, talvolta possiamo restare turbati quando leggiamo: Gesù «disse: “Tutto è compiuto”» (Gv 19,30) e «Detto questo, spirò» (Lc 23,45). E che «la terra tremò e le rocce si spaccarono» (Mt 27,51); «…si fece buio su tutta la terra» (Mc 15,33). Il velo del tempio si squarciò a metà (Lc 23,44).
Matteo specifica «da cima a fondo» (Mt 27,50) e Marco «dall’alto in basso» (Mc 15,38). Considerata l’altezza del tempio e il divieto assoluto di avvicinarsi alla sacralità del luogo, «da cima a fondo» e «dall’alto in basso» con chi hanno a che fare? Colpa del vento? Di un intruso?
Leggendo oltre, siamo condotti sulla soglia di un mistero del quale Gesù ci ha insegnato a pregare quando diciamo: “…come in cielo così in terra…”. Sì, come in cielo (da cima, dall’alto) così in terra (a fondo, in basso). Senza discontinuità, ma con la certezza di un’assoluta radicalità accogliente. Il problema non è guardare a terra, ma rivolgere il nostro sguardo al cielo: siamo già tanto distratti quando guardiamo a terra, pensare di essere attenti al cielo non è troppo? Soprattutto se meditiamo che il detto di Gesù «Io sono la via, la verità, la vita» (Gv 14,1) oltrepassa le caratteristiche temporali del tempio.
Molti autori hanno trattato del Cristo trionfante. Altri del Cristo dolente. La beata Maria Fortunata Viti, conversa del Monastero Santa Maria De’ Franconi di Veroli (FR), beatificata nel 1967 da Papa Paolo VI, ha radicato il suo rapporto mistico con Dio sull’invocazione personale “Potenza e Carità di Dio”: la potenza di Dio si manifesta nella carità: dal cielo alla terra.
Il pensiero di padre Maurice Bellet condensa tutto questo, ma a partire dal basso. Si raccoglie nel buio. Si priva della brillante dialettica, che lo ha distinto negli anni. Rinuncia ai testi scritti nel corso delle sue numerose intraprendenze comunitarie. E, con una sorta di inversione a u, conficca la radice del proprio essere ai piedi della Croce. Lì dove cola sangue fino all’ultima goccia d’acqua.
Lì dove c’è l’abbandono di Dio, dopo l’abbandono di coloro che facevano parte della stessa banda. Potremmo parlare delle sue opere più significative, ma attenti alle sue ultime intenzioni, richiamiamo l’attenzione sulla sua ultima opera-testamento intitolata Il Messia Crocifisso (Queriniana, 2021). Più significativo il sottotitolo: Scandalo e follia.
Riguardo alle opere scritte precedentemente il Bellet dice di sé: «io non sono che il portapenne» (p. 9). Nel presente, a cui seguirà poco dopo la fine della vita, si chiede «Ci deve pur essere ‘qualcosa lì’, come un fondamento di umanità, una sorgente, un principio, una presenza, una parola…» (11). Il senso della fine e della di Pierino Montini finalità della vita risiede, come ha scritto in uno dei testi più famosi, Un cammino senza cammino, nel «ripetere la nascita, cioè far avvenire, lasciare entrare in questo mondo l’inaudito, l’inedito, la vita» (10).
E la presenza vivente di Tale inedito e di Tale inaudito ci è offerta proprio da «Un Dio debole! Un Dio folle!» (13). Da un Dio reso folle e stolto per Amore. Si
tratta di un chiaro richiamo a san Paolo: «La parola della Croce, infatti, è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio…
Mentre i Giudei chiedono i segni e i Greci cercano sapienza, noi invece confessiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani» (1Cor 1,18.23). In Cristo crocifisso «intravediamo qui, per noi, in questo momento che ciò che nel cuore delle tenebre sembra sia l’uomo.
Non l’uomo in generale, ma quest’uomo, proprio questo, nella sua carne e nel suo sangue, e nel suo Spirito» (21).
Ma «perché il Crocifisso? Perché tutto l’orrore umano è superato nel luogo stesso dove si consuma. È attraversato da un getto di luce dove ciò che distrugge ogni fede, ogni ragione, ogni sapienza svanisce davanti all’onnipotenza di ciò che si dona a noi» (23).
Oscar Wilde ha scritto: «Nella casa del dolore il perimetro è sacro». Aldo Onorati ha chiosato questo pensiero così: perché «è l’amore nella sua radice sanguinante di perdono e comprensione». Il dolore di Cristo per noi è l’Amore di Dio per noi. Non un paradosso, ma un innestare il dolore nella vita dell’Amore. Meditiamo, dunque, questo mistero, ispirandoci anche ad un pensiero caro a san Gaspare del Bufalo: «Le opere di Dio nascono tra le spine» (Lettere,1891).

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