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Paolo Vizzacchero

di Pierino Montini

Paolo Vizzacchero è autore di due libri: Padre Gabriele Amorth. L’ultimo partigiano di Dio (EDB, 2019), Padre Gabriele Amorth. Un amico in paradiso (Ed. Segno, 2023). Poco noto l’autore ma conosciutissimo, anche se da un settore del tutto peculiare di credenti e non solo cristiani, il sacerdote, che costituisce l’argomento dei due testi. Padre Amorth, infatti, oltre ad aver pubblicato diverse opere (Un esorcista racconta; Esorcisti e psichiatri; Nuovi racconti di un esorcista; Angeli e diavoli; Padre Pio. Breve storia di un santo; L’«ospite indesiderato» e altri), ha esercitato il suo ministero sacerdotale, impegnandosi oltre ogni misura nell’esercizio del cosiddetto “sacramentale” dell’esorcismo. Perché, dunque, tra le Spigolature da scrittori del Novecento anteponiamo l’alunno, così condividerà di essere descritto l’autore dei due suddetti testi, Paolo Vizzacchero, ne siamo certi, al maestro? Il motivo può essere riscontrato già a partire dai sottotitoli apposti ai due volumi. Il primo è: L’ultimo partigiano di Dio. Il secondo: Un amico in paradiso. Entrambi mettono in gioco un tipo di rapporto: più ci si inoltra nel tempo, più si prosegue nel cammino delle esperienze e più si assiste alla descrizione di un coinvolgimento attivo e partecipe nell’alterità carismatica della quale non un altro, ma l’altro ha ricevuto il dono. Tutto questo, infatti, ha inizio dal fatto che Paolo Vizzacchero si avvicina a padre Gabriele Amorth «in seguito a un problema molto serio di natura spirituale» di un suo familiare. Prosegue, poi, nella considerazione che incomincia a nutrire nei confronti del sacerdote, dopo che costui inizia a praticare il proprio dono carismatico, tanto da ritrovarsi ad essere da ammiratore ad assistente nell’esercizio del sacramentale. In un’intervista, apparsa sulla rivista Il Segno del Soprannaturale (5/2023, pp. 5-7), intitolata «Un’insolita “chiamata”», l’autore riconosce: «Questa “avventura” non poteva finire lì». Da notare che l’uso di “questa avventura” e di “non poteva finire lì” rivelano un legame di appartenenza personale a un Qualcuno che, proprio perché accaduto nel passato (“poteva finire lì”), avrebbe potuto aver termine nel passato, ma che, al contrario, anche se ha avuto origine nel passato, è proseguito oltre. Fino ad oggi: non si tratta di un’avventura o di quell’avventura, ma di quest’avventura. Il passato non è rivissuto ma è un farsi presente anche oggi. Ma ciò non basta. Già da qui, dai limiti di questa nostra storia umana, che è il seme di quell’ancora, che sta lì lì, sul punto di farci giungere fino alla soglia, che ci lascia intravedere le porte del Paradiso spalancate sull’umanità, la narrazione descrive un legame spirituale con padre Gabriele Amorth avvertito e vissuto dall’autore nella dimensione di “Un amico (che è già) in paradiso”. Per questo non si può non sperare e non credere che quest’attesa terrena potrà trovare pieno compimento in cielo. Perché parte di quelle stesse parole che Gesù ha rivolto ai suoi amici poche ore prima della sua passione: «Vi ho chiamato amici perché tutto quello che ho udito dal Padre mio ve l’ho riferito» (Gv 15,15). C’è da riflettere molto sul fatto che san Giovanni usi il tempo verbale al passato nell’esprimere tutte e tre le azioni di cui Gesù è portatore: chiamare, udire, riferire. Ciò pone in luce che il nostro vivere, il nostro soffrire e il nostro gioire sono proceduti da un’unica premessa: l’Amore di Dio è gratis. Gratis! I due testi ci invitano a riflettere sulla tragicità di una dimensione spirituale oggi poco tenuta considerata. Spesso dimenticata. E, se proposta o resa pubblica, ironizzata e mediata con aspetti spesso seducenti, invitanti a ricorrere anche alla pratica dello spiritismo. Del resto viviamo in un periodo in cui si ama far ricorso a ciò, non rendi Pierino Montini dendosi conto delle conseguenze nocive. E ciò nonostante nei Vangeli è scritto che la vita pubblica di Gesù ha inizio esattamente dopo tre tentazioni, la cui portata coinvolge se stessi, il prossimo e Dio. La simbolicità del numero tre sottintende pienamente questa triste realtà. Forse, siamo abbastanza distanti dal tempo ma non dalle problematiche spirituali che San Paolo VI espresse in un discorso pronunciato circa dieci anni dopo il Concilio Vaticano II e che aveva per titolo Liberaci dal male? Era il 15 novembre 1972. Dopo essersi chiesto: «Quali sono oggi i bisogni maggiori della Chiesa?», prosegue: «Non vi stupisca come semplicista, o addirittura come superstiziosa e irreale la nostra risposta: uno dei bisogni maggiori è la difesa da quel male, che chiamiamo Demonio». Da notare che nel testo il termine Diavolo ogni volta che ricorre è scritto sempre con la maiuscola, per evidenziare una realtà concreta, personale, di fatto e non fantasticata o irreale. Del resto papa Paolo VI già prima, in occasione della ricorrenza dei dieci anni del suo Pontificato, il 24 giugno 1972, aveva detto: «La Chiesa è scossa dal fumo di Satana». Un grazie all’autore. Una preghiera a padre Amorth, affinché interceda per noi con la stessa intensità partecipativa che manifestava in ogni esorcismo da compiere. Ed è da non sottovalutare la sintonia coniugale, umile e preziosa, con la quale Letizia Stoppoloni è legata al marito già a partire dallo spessore relazionale, che accompagna i due. Letizia è colei che, ad imitazione di Maria, lascia trasparire l’insegnamento che «Al di là di quel ‘Sì’, che spesso ci appare complicato e gravoso da pronunciare, ci attende un porto sicuro in cui ormeggiare le nostre misere scialuppe e consegnare i nostri affanni!». Come lei scrive alla fine della stessa intervista (p. 7).

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