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Papa Benedetto XVI e il suo magistero legato alla spiritualità del Preziosissimo Sangue

Di Giacomo Manzo

Papa Benedetto XVI è tornato alla casa del Padre alle 9,34 del 31 dicembre 2022. Come Missionari del Preziosissimo Sangue ci stringiamo fortemente in preghiera e anche nel ringraziamento a Dio per il dono di un grande uomo di Chiesa che è sempre stato legato alla spiritualità del Sangue di Cristo, sin da quando fu giovanissimo sacerdote al servizio della parrocchia del Preziosissimo Sangue del quartiere Bogenhausen di Monaco di Baviera (1 agosto 1951 – 1 ottobre 1952). Ma questo legame è sempre rimasto ed ha segnato fortemente la sua teologia e il suo magistero. Ed è così che ci piace ricordarlo.
Il 12 febbraio 2010 in una sua visita al Pontificio Seminario Romano Maggiore, Papa Benedetto XVI tenne una meditazione sul brano evangelico di Gv 15,1-17 in cui Gesù si presenta come «la vite vera» rispetto agli ascoltatori che sono paragonati ai «tralci». Ebbene in questa catechesi, ad un certo punto, Ratzinger diceva che se «nel capitolo 6 […] troviamo il discorso sul pane, che diventa il grande discorso sul mistero eucaristico», adesso, invece, «in questo capitolo 15 abbiamo il discorso sul vino». Quindi aggiungeva: «il Signore non parla esplicitamente dell’Eucaristia, ma, naturalmente, dietro il mistero del vino sta la realtà che Egli si è fatto frutto e vino per noi, che il suo sangue è il frutto dell’amore che nasce dalla terra per sempre e, nell’Eucaristia, il suo sangue diventa il nostro sangue, noi diventiamo nuovi, riceviamo una nuova identità, perché il sangue di Cristo diventa il nostro sangue. Così siamo imparentati con Dio nel Figlio e, nell’Eucaristia, diventa realtà questa grande realtà della vite nella quale noi siamo rami uniti con il Figlio e così uniti con l’amore eterno».
Per Papa Benedetto la relazione è evidente tra il discorso sulla vite e sul vino che c’è in questo capitolo e il mistero eucaristico del Sangue di Cristo. Infatti con poche righe tratteggiava e riassumeva tutta la simbologia del vino nel percorso biblico dell’Antico e del Nuovo testamento: «il vino è simbolo, è espressione della gioia dell’amore. Il Signore ha creato il suo popolo per trovare la risposta del suo amore e così questa immagine della vite, della vigna, ha un significato sponsale, è espressione del fatto che Dio cerca l’amore della sua creatura, vuole entrare in una relazione d’amore, in una relazione sponsale con il mondo tramite il popolo da lui eletto.» Il simbolo del vino da sempre rappresenta quell’elemento non necessario, forse anche superfluo della tavola, ma assolutamente decisivo per far sì che la comunione della mensa sia caratterizzata dalla gioia e dalla felicità.
Insomma per Benedetto XVI, quando si parla dell’Eucaristia, non ha senso fermarsi al solo capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, ma bisogna guardare anche al capitolo 15 perché gli elementi eucaristici sono due: pane e vino. Appunto, per questo, non si può essere superficiali e trascurare la specificità di entrambi, perché se questa specificità non ci dovesse essere, allora non avrebbe avuto senso che Cristo istituisse l’Eucaristia sotto due specie, ma sarebbe bastato anche soltanto il pane eucaristico. Invece così non è stato. Da qui nasce la spiritualità del sangue di Cristo. Parlando del «simbolo del vino», Benedetto XVI faceva sempre riferimento alla storia d’amore tra Dio e l’uomo, tra Dio e il suo popolo, una storia che lui stesso diceva in quel discorso: «è una storia di infedeltà: invece di uva preziosa, vengono prodotte solo piccole “cose immangiabili”, non giunge la risposta di questo grande amore, non nasce questa unità, questa unione senza condizioni tra uomo e Dio, nella comunione dell’amore. L’uomo si ritira in se stesso, vuole avere se stesso solo per sé, vuole avere Dio per sé, vuole avere il mondo per sé. E così, la vigna viene devastata, il cinghiale del bosco, tutti i nemici vengono, e la vigna diventa un deserto».
Da qui sorge la relazione col Sangue di Cristo perché «Dio non si arrende» e «trova un nuovo modo per arrivare ad un amore libero, irrevocabile, al frutto di tale amore, alla vera uva».
Questo nuovo modo è l’incarnazione, il farsi uomo: «così diventa Egli stesso radice della vite, diventa Egli stesso la vite, e così la vite diviene indistruttibile. Questo popolo di Dio non può essere distrutto, perché Dio stesso vi è entrato, si è impiantato in questa terra. Il nuovo popolo di Dio è realmente fondato in Dio stesso, che si fa uomo e così ci chiama ad essere in Lui la nuova vite e ci chiama a stare, a rimanere in Lui».
Anche in una delle sue prime omelie da Papa, quella del 2 ottobre 2005 all’apertura dell’XI Sinodo dei Vescovi, Benedetto XVI tornava sul tema della vigna e del vino dicendo: «Il pane rappresenta nella Sacra Scrittura tutto quello di cui l’uomo ha bisogno per la sua vita quotidiana. […]. Il vino invece esprime la squisitezza della creazione, ci dona la festa nella quale oltrepassiamo i limiti del quotidiano: il vino “allieta il cuore”». Sembrava in quell’occasione citare proprio il nostro san Gaspare tanto affezionato a questa citazione del salmo 104: “il vino che allieta il cuore”.
Per papa Benedetto XVI la distinzione era chiarissima perché mentre il pane ci indica il necessario, il vino invece ci offre la festa, ovvero tutto ciò che va oltre: rappresenta la festa proprio perché indica la sovrabbondanza di Dio. Il frutto dell’Eucaristia, il suo culmine, la perfezione del suo cammino non può che essere il raggiungimento della massima gioia del cristiano che altro non è che la festa del banchetto eucaristico, la comunione con Dio e con tutti gli uomini.
In questi termini egli ha illuminato la nostra spiritualità del Preziosissimo Sangue, perché è la spiritualità dell’immenso amore di Dio. D’altronde la sua enciclica più nota è proprio quella che porta il titolo “Deus Caritas est”, “Dio è Amore”. Questa è la chiave del suo pontificato, averci mostrato la vera natura di Dio: l’amore!

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