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Pensare prima di agire oppure agire pensando?

Di Paul Ndigi

Colui che pensa e agisce autonomamente è in un certo modo un uomo libero. Così facendo, evita di dipendere o di delegare gli altri a fare delle scelte al posto suo. Queste due attività (pensare e agire) impegnano ogni essere razionale, capace di intendere e di volere, sin dalla fondazione del mondo.
Ma quale rapporto esiste tra “pensare” e “agire”? In realtà, il pensiero è indissolubilmente legato al linguaggio che, a sua volta, è l’espressione del pensiero. Difatti, dalle idee, nascono le parole che a loro volta diventano le nostre azioni. Ripetute, queste azioni si trasformano in un habitus che, può essere una virtù oppure un vizio. Quindi da un ragionamento moralmente buono nasce necessariamente una buona azione. La domanda che dà il titolo a quest’articolo chiama in causa due grandi correnti filosofiche quali il razionalismo e il pragmatismo. Dal latino ratio, il razionalismo è la dottrina che considera la ragione umana come fonte di ogni conoscenza. La ragione non è un semplice accessorio, ma lo strumento per eccellenza della conoscenza. Ciò non toglie nulla alla conoscenza attraverso i sensi, i quali, però, non permettono il raggiungimento esauriente dell’informazioni. Il pragmatismo, invece, indica la volontà di mettersi concretamente all’opera: è l’atteggiamento mentale di ricercare soluzioni applicabili ai problemi.
Il pragmatico antepone la pratica alla teoria. La nascita ufficiale del pragmatismo coincide con la pubblicazione del saggio How to make our ideas clean (Come rendere chiare le nostre idee), nel 1878 dal filosofo e matematico Charles Sanders Peirce. Se il pensiero non viene applicato a delle situazioni concrete, se non diventa una realtà, rimane incompleto, un semplice suggerimento. Purtroppo molti sono i sogni svaniti nel nulla, progetti cestinati per mancanza di applicazioni, idee inespresse per paura, mentre invece potevano sbloccare situazioni salva vita!
Il nostro mondo ha sempre più bisogno di persone che pensano e agiscono bene, che sanno valutare e prendere decisioni positive per attuarle. Solo che l’agire diventa insensato se privo di un giusto ragionamento. Non c’è attività umana priva di un intervento intellettuale. In altre parole, non si può separare l’homo sapiens dall’homo faber. Perché all’infuori della sua professione l’uomo è un “filosofo”, un artista, chiamato a contribuire nel migliore dei modi alla costruzione della civiltà dell’amore. Già dal V secolo, Socrate era convinto che il male è generato dall’ignoranza. Quest’affermazione sposa interamente una delle sette parole di Gesù sulla croce: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,33-34), cioè agiscono con ignoranza. In altre parole, compiere una buona azione richiede un po’ di sapienza, d’intelligenza. Ora, dopo secoli di cultura, di progressi e scoperte in vari ambiti, sembra che siamo rimasti per certi versi al punto di partenza! Cioè: non sappiamo quello che facciamo quando commettiamo ingiustizie, azioni violente, macchiate di cattiveria senza appello?
Nella vita sociale e politica si assiste a diverse sfide che favoriscono l’aggressività fino ad arrivare a lotte senza esclusioni di colpi, producendo contraccolpi negativi anche all’interno del nucleo familiare e nei processi di socializzazione delle nuove generazioni. Un pensiero che genera disprezzo, calpesta la dignità della persona, proccura dolori fino alla morte, è un pragmatismo irrazionale. Perché se fossimo consapevoli prima delle conseguenze che scaturiscono dalle nostre azioni, probabilmente nessuno agirebbe. Ma se l’uomo pensa prima di agire, e se agisce pensando, perché mai egli compie atti irrazionali? Perché è un lupo per l’altro uomo? Solo per auto affermazione? Per impadronirsi di tutto e diventare il “primo” di tutti? Per la rincorsa al successo?
La saggezza popolare africana dice che: «l’uomo grande (forte) è colui che dal suo balcone guarda verso il basso per vedere tutti i piccoli diventati grandi (forti) grazie a lui». Non c’è dunque bisogno di umiliare gli altri per autoaffermarsi. A volte abbiamo l’impressione che l’uomo moderno si allontana di continuo dalla sua natura originaria e cioè dall’essere sociale e razionale, compassionevole. Immanuel Kant con maestria ci insegna che la ragione è una guida sia per l’attività conoscitiva (ragione teoretica) sia per l’attività pratica (ragione pratica). Quindi agire non è solo il compimento di un pensiero ma anche il modo che ci permette di conoscere l’altro e di costruire buone relazioni.
Darsi da fare razionalmente è un invito pressante che viene rivolto a tutti, perché da quello dipende una convivenza stabile. Ogni opera è una perfezione in quanto realizzazione del nostro pensiero, cioè conformemente alle leggi del suo essere e nel suo ordine di normalità. Ma, che avviene all’uomo se abbina o slega la ratio e l’actio?

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