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Può l’animale valer quanto l’uomo?

Di Paul Ndigi

Il discorso intorno al rapporto tra l’uomo e gli altri esseri viventi, in particolare tra gli animali, esiste sin dall’antichità. In quest’ambito, della relazione uomo-animale, c’è implicitamente una chiara prossimità. Ma molto prima che nascesse tale riflessione, l’autore sacro ha posto una domanda assai importante nonché esistenziale al Creatore: «Che cos’è l’uomo perché te ne curi?» (Sal 8). Eppure, è coronato di gloria e di onore. Numerosi pensatori hanno dato risposte e interpretazioni molto diverse. L’assenza dell’unanimità sull’identità dell’uomo ci permette di dedurre che, in quanto soggetto di coscienza e di libertà, egli rimane ancora un mistero sicché ogni tentativo di definirlo rimane solo un tentativo. Da diversi anni però, stanno prendendo vita ideologie e orientamenti destinati a mettere l’animale e l’uomo sulla stessa scala di valori. Tra questi gruppi, vogliamo chiamare qui in causa i vegetariani, ma soprattutto i vegani.
Il veganismo è un sistema di vita dettato da principi etici per il rispetto e il benessere assoluto della vita animale. Esclude ogni forma di sfruttamento e crudeltà verso gli animali per qualunque motivo: alimentare, vestiario, ricerche scientifiche, ecc. La filosofia vegana, in sostanza, è antispecismo, cioè si oppone alla consumazione degli animali in quanto sono non solo esseri senzienti, ma hanno anche dei diritti alla pari dell’uomo. Devono dunque godere della pari dignità dell’uomo. E si vede la cura a loro riservata. Oggi, esiste una forma di animalismo sfrenato che è davvero deleteria. Non si parla certo di chi difende e protegge gli animali dalla violenza inutile. È facile accarezzare un cane, chiedere il suo nome, adottarlo se abbandonato e via dicendo. Non sempre accade lo stesso per l’uomo. Certamente quando una persona perde tutto quel che ha, può ritrovarsi per strada. Versando in gravi difficoltà, è costretto a cercare un rifugio e del cibo esattamente come qualsiasi altro animale.
Se vogliamo estendere agli animali i diritti destinati agli uomini, converrebbe attribuire ad essi anche il senso di responsabilità.
Ma quale animale è mai stato responsabile dei suoi atti? Si è arrivato persino a dire che mangiare la carne degli animali viola il quinto comandamento del decalogo: non uccidere. È ammissibile tale affermazione? Quali sarebbero gli elementi probanti per rivendicare questa considerazione? Di per sé, non tutta la filosofia vegana è da cestinare; nel senso che il maltrattamento consapevole del creato è moralmente reprensibile. Ma la pretesa di volerla imporre agli altri, spesso con metodi a dir poco discutibili, non è accettabile.
Ora, su quale base antropologica ed etica si fonda un’equiparazione uomo-animale?
Distaccandosi dal dualismo platonico, Aristotele, la cui influenza fu decisiva per la storia della filosofia, aveva definito l’uomo come un animale razionale: “animale” perché condivide con gli altri animali una serie di caratteristiche fisiche; e “razionale” perché, a differenza degli animali che hanno soltanto un’anima vegetativa e sensitiva, ha anche un’anima razionale. La razionalità definisce l’uomo per quello che è. In pratica, l’uomo è diverso dall’animale perché dispone di un’intelligenza più evoluta. Ha sete di una conoscenza dell’infinito. Superando la propria condizione biologica, si apre alla conoscenza di nuove dimensioni. La sua conoscenza intellettuale, che gli consente di distinguere il bene e il male, lo rende senza ombra di dubbio superiore all’animale, la cui capacità cognitiva è molto ristretta. Detto ciò, dobbiamo davvero trattare l’animale come l’uomo?
Davvero non c’è una differenza fra l’uomo e l’animale?
Nella tradizione cristiana, i santi Agostino e Tommaso affermano che gli esseri non umani sono stati creati da Dio per servire l’uomo, che a sua volta, ha il diritto di utilizzarli per i propri bisogni. Tuttavia, alcuni passi indicano l’esistenza di confini etici per il comportamento degli uomini verso gli esseri non umani. L’uccisione, la violenza e la crudeltà immotivate non sono consentite. La differenza tra l’uomo e l’animale è stata teorizzata anche in diverse culture, ma nessuna di queste ha costituito una motivazione atta a considerare l’animale quanto un uomo.
Questa differenza sostanziale sta nel fatto che l’uomo è cosciente e responsabile dei propri atti; l’animale no. L’uomo ha sempre cercato di paragonarsi agli altri. In realtà, fare un confronto tra l’uomo e l’animale, o cercare di metterli allo stesso livello, è il modo più immediato ed efficace per definirlo come un essere inferiore e indegno di essere accolto nella società. All’origine di questo esercizio sta l’insoddisfazione, la non accettazione di sé stessi di fronte alle sfide che la società ci pone dinanzi.
In realtà, la comparazione è parte del sistema con cui è costruita la nostra mente.
Tuttavia, l’uso dispregiativo di metafore animali per disprezzare l’uomo è molto antico. Dare del “cane” o “porco” ad una persona per esempio è moralmente ripugnante, è considerato indegno di stima. Il Vangelo riporta appunto un insegnamento di Gesù riguardo ad alcuni animali: «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi» (Mt 7,6). Evidentemente altre culture (in Egitto per esempio), alcuni animali erano ritenuti sacri, visti come divinità, dotate di poteri magici e quindi con una connotazione positiva. Ciò nonostante, è chiaro che innalzare l’animale alla pari dell’uomo porta alla negazione del Creatore, di cui è immagine e somiglianza.
Conviene?

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