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Quale è il senso della penitenza nella confessione?

di Vincenzo Giannuzzi

Padre Vincenzo, mi chiamo Angelo, le scrivo dalla provincia di Napoli, ho 27 anni. Ho scoperto la misericordia di Dio dopo un lungo cammino iniziato 7 anni fa con le catechesi delle 10 parole. Più vado avanti nel mio cammino e più desidero capire il significato di quello che vivo, il significato di tanti segni della fede. Ho deciso di vivere tutto con il cuore, ogni cosa ha il suo significato, non voglio fermarmi alla forma. Ecco perché desidero avere qualche delucidazione sul senso della penitenza e in modo particolare la penitenza dopo la confessione. Può la preghiera che il sacerdote mi impone dopo la confessione considerarsi una penitenza?
Se la preghiera è relazione con colui che mi ama come posso considerarla una penitenza?
Grazie della sua disponibilità e mi affido alla sua preghiera.
Angelo.

Caro Angelo, innanzitutto sono molto contento perché il tuo desiderio di scoprire il significato di ciò che vivi è segno di un cuore che è in continua ricerca di verità, di vita, di senso.
Per darti un aiuto è importante capire bene il significato di alcune parole.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) al n. 1491 dice: «Il sacramento della Penitenza è costituito dall’insieme dei tre atti compiuti dal penitente e dall’assoluzione da parte del sacerdote.
Gli atti del penitente sono: il pentimento, la confessione o manifestazione dei peccati al sacerdote e il proposito di compiere la soddisfazione e le opere di soddisfazione».
Partendo da questa definizione, la penitenza, rientra tra «il proposito di compiere la soddisfazione e le opere di soddisfazione».
La parola “penitenza” deriva da poenam tenere, “darsi una pena”. In greco si usa: metànoia, cioè cambiamento, cambiare mentalità, che si ha quando si arriva alla consapevolezza di aver sbagliato e al desiderio di rimediare. Viene detta anche “soddisfazione” (satis facere), cioè fare quello che bisogna fare. Il pentimento ci porta a riparare il male arrecato con i propri peccati, le proprie mancanze di carità. La parola peccato, in greco è amartìa, che significa essenzialmente “mancare il bersaglio”. Se il bersaglio è l’amore, cioè fare della propria vita un dono per gli altri, tutto ciò che non è amore è peccato. Il peccato indebolisce la relazione con Dio e con il prossimo. Il Signore attraverso i Sacramenti viene incontro alla nostra debolezza e ci invita alla conversione del cuore, detestando il peccato.
L’assoluzione sacramentale cancella il peccato, ma rimangono i disordini che il peccato ha causato. La penitenza imposta dal sacerdote è una chiamata a riparare, attraverso la preghiera, il servizio agli altri, l’accoglienza paziente della croce quotidiana. Di solito la penitenza, il più delle volte, è la preghiera ed ha un valore simbolico. Sta alla singola persona, accompagnata dal dispiacere dei peccati, completarla con opere di riparazione liberamente scelte.
La penitenza sacramentale, inoltre, aiuta a far crescere l’atteggiamento interiore di penitenza. Il Compendio del CCC al n. 300 ci dice che la penitenza interiore è «il dinamismo del cuore contrito (Sal 51,19), mosso dalla grazia divina a rispondere all’amore misericordioso di Dio. Implica il dolore e la repulsione per i peccati commessi, il fermo proposito di non peccare più in avvenire e la fiducia nell’aiuto di Dio. Si nutre della speranza nella misericordia divina».
Caro Angelo, la penitenza, come atteggiamento del cuore, è una risposta all’amore di Dio ed è un dono della sua infinita misericordia. L’amore infinito e gratuito di Dio che scopriamo nel contemplare Cristo Crocifisso è un invito continuo alla conversione che ci porta a diventare sempre di più figli amati.
Dio ti benedica,
Don Vincenzo, cpps

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