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Si parte!

Di Luciano Bugnola, CPPS

Si parte!

Il Signore ha liberato il suo popolo; la guida c’è − Mosè nientedimeno − come c’è anche la strada da percorrere e la meta da raggiungere. Allora? Si parte? Si dovrebbe partire, perché Israele è intrappolato, alle spalle l’esercito del faraone, di fronte il mare che era mare per modo di dire, si trattava di un mare di canne, l’area paludosa del delta del Nilo. E lì, in questa situazione critica, durante la notte, «il Signore risospinse il mare con un forte vento d’oriente, rendendolo asciutto» (Es 14). Ed ecco che così, da una località detta Ramses inizia l’esodo: 600.000 uomini più donne e bambini, un paio di milioni di persone che il Signore avrebbe guidato giorno e notte. Mai più schiavi! Il Salmo 117 è un concentrato di teologia popolare che esprime la gratitudine della gente per la misericordia liberatrice di Dio: – Il Signore mi ha tratto in salvo; – Che cosa può farmi l’uomo?; – È meglio rifugiarsi nel Signore; – Ti rendo grazie perché mi hai riscattato. Non arbitrariamente questo salmo è divenuto il canto di Pasqua nella liturgia cristiana.
Sì, «la rete di morte si è spezzata, siamo liberi e vivi» (cfr. Liturgia delle ore). Ma adesso ecco la terribile prova del deserto.
Ci si chiede: perché è durata 40 anni la traversata di quel benedetto deserto? E perché tante prove? Il Signore non ha nessuna colpa se le cose sono andate così a lungo, il signor Israele ci ha messo di suo tipo tradimenti, rivolte, rimpianti di chi voleva tornare in Egitto. Ma Dio, come dice un proverbio, cava il sangue anche dalle zucche ed ha approfittato del tempo anzitutto per tentare l’uomo, «per manifestare al Signore ciò che aveva nel cuore» (Dt 8). Ma il Signore stesso fu tentato, lo ammette Lui in persona con il Salmo 95: «Mi tentarono i vostri padri, mi misero alla prova». Ma il deserto è tempo anche di libertà: «vi ho fatto camminare a testa alta» (Lv 26 ) si vanta orgogliosamente il Signore. Così è stato e così doveva essere, perché era/è necessaria la libertà per un giusto rapporto con Dio. Il
Concilio Vaticano II nella dichiarazione della libertà religiosa dice, appunto, che «l’esercizio della religione consiste anzitutto in atti interni volontari e liberi, con i quali l’essere umano si volge immediatamente verso Dio». A ciò fa eco il Salmo 137: «Come cantare i canti del Signore in terra straniera?».

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